Il valore di un grande passato che si forgia su uno straordinario futuro. L’amore per il calcio, ricco di visioni strategiche ma anche “sensibili”. Il desiderio di infondere non solo tattica ma anche spontaneità e sentimento. Un grande sportivo, un grande calciatore, un grande allenatore: Aimo Diana.

Il Brescia scorre nel suo DNA così come il calcio. Vanta una carriera brillante dapprima nel Voluntas Brescia accanto ad Andrea Pirlo, per poi esordire in Serie B con le Rondinelle accanto a Roby Baggio, vantando anche ben 13 presenze in Nazionale. Cosa ricorda di quel periodo? Sono stati anni straordinari, formativi e irripetibili. Ho avuto la fortuna di crescere nel vivaio del Brescia, di respirare calcio fin da ragazzo e di condividere il campo con compagni che poi sono diventati simboli del nostro sport, come Andrea Pirlo e Roberto Baggio. Da loro ho imparato cosa significa la cura del dettaglio, la serietà del lavoro quotidiano, ma anche la magia del gioco. Brescia per me è sempre stata una scuola di vita, non solo calcistica.
Cosa rappresenta il calcio per lei sia a livello umano che professionale? Il calcio è la mia vita, ma anche la mia educazione. È una palestra di valori: rispetto, sacrificio, disciplina, ma anche emozione e appartenenza. A livello professionale è una sfida continua, perché cambia tutto molto in fretta e serve equilibrio. A livello umano, invece, è la possibilità di lasciare qualcosa di buono negli altri — nei giocatori, nei ragazzi, nelle persone che vivono ogni giorno questo ambiente.
Cosa significa per lei oggi essere l’allenatore di Union Brescia? È un onore e una responsabilità. Allenare la squadra della mia città, con questa nuova identità e con un progetto così chiaro, è qualcosa che va oltre la professione. Union Brescia rappresenta una rinascita collettiva, un’idea di calcio che parte dal territorio e torna alla sua gente. Farne parte significa sentire il peso e l’orgoglio della storia, ma anche la forza di chi vuole costruire il futuro.
Oggi in quel “Forza Brescia” risiede la grande voglia di ricominciare. Qual è la responsabilità che reputa la più importante? La responsabilità più grande è dare credibilità a questo progetto. Essere coerenti, trasmettere fiducia, rappresentare un club che parla con i fatti. Ogni giorno dobbiamo dimostrare che Union Brescia è un’idea seria, strutturata e radicata nei valori di questa città.
Ha affermato che il Brescia è la sua ricompensa, la vostra Serie A. In questa affermazione quali sogni e quali opportunità? Quando ho detto che “il Brescia è la mia ricompensa”, intendevo che non serve la categoria per dare valore a un progetto. Allenare qui è il mio traguardo e la mia motivazione: sento di poter restituire qualcosa al calcio che mi ha formato. Le opportunità sono tante: costruire una squadra solida, un club moderno e un’identità che possa durare nel tempo.

Che tipo di identità oggi vuole costruire Union Brescia? Di recente ha affermato che ora iniziano a chiamarvi “corazzata”. Chi volete diventare? Non inseguo le etichette, ma l’identità sì. Vogliamo essere una squadra che gioca con intensità, coraggio e idee, ma soprattutto con appartenenza. Essere “una corazzata” non significa avere nomi o numeri, ma mentalità. Union Brescia deve essere una squadra riconoscibile, che rappresenti Brescia in ogni campo d’Italia con orgoglio e rispetto.
Spirito di appartenenza. Quali valori oggi incoraggiano e sostengono Union Brescia? L’umiltà, la costanza e il rispetto del lavoro. Abbiamo iniziato con una pagina bianca, ma con un’identità molto chiara: non ci sentiamo arrivati, vogliamo costruire passo dopo passo. Ogni persona dentro il club, dai ragazzi del vivaio ai dirigenti, sa che l’obiettivo è comune: fare qualcosa che resti.
Una grande squadra o una squadra importante? Quali sono le criticità di oggi e qual è il focus a breve termine che si è imposto? Vogliamo essere una squadra importante, non solo grande. Le grandi passano, le importanti restano. Le criticità fanno parte del percorso: siamo un gruppo nuovo, in costruzione, e dobbiamo imparare a gestire le difficoltà con equilibrio. Il focus è crescere insieme, in modo credibile e continuo, senza forzare i tempi.
Qualità, coraggio, una squadra che lotta per il suo pallone. Oggi vince la qualità offensiva o difensiva? Nel calcio moderno vince l’equilibrio. Una squadra che sa difendere bene attacca meglio. L’idea è avere una mentalità propositiva, ma senza perdere compattezza. Union Brescia deve essere capace di adattarsi, leggere le partite, ma restare fedele ai propri principi.
Qual è la sua maggior soddisfazione e quale la delusione nella sua carriera? La mia soddisfazione è aver costruito un percorso con coerenza, senza scorciatoie. I gol in Serie A ma anche aver mantenuto radici solide con casa mia e la mia famiglia, gli affetti di sempre. La delusione, se così vogliamo chiamarla, da calciatore forse il non aver potuto, per un infortunio serio, partecipare al Mondiale del 2006. Ero stabile nel gruppo, ho partecipato a tutte le qualificazioni. Mister Lippi mi aspettava. Ma fui sincero con lui, non ce la facevo. Mi operai. E gli Azzurri vinsero il Mondiale… Questa è la vita e lo Sport. Però la telefonata di Gattuso dopo la finale non la dimenticherò mai. Felice anche per Oddo, che fu convocato al posto mio…
Cosa significa vedere un “bel calcio”? Bel gioco o risultato? Il bel calcio è quello utile, quello che emoziona ma che porta anche un risultato. Non credo in un calcio estetico fine a se stesso. Il bel gioco è quando una squadra si riconosce in ciò che fa, quando c’è armonia tra idea e campo.
Che differenze vede tra il calcio che ha frequentato lei e quello di oggi in Italia? Oggi il calcio è più veloce, più tattico e più mediatico. Ma forse ha perso un po’ di spontaneità e sentimento. Un tempo si cresceva in strada, con la libertà di sbagliare. Oggi si cresce sotto i riflettori e bisogna aiutare i ragazzi a non perdere la leggerezza del gioco.
Cosa cambierebbe del calcio moderno? Rimetterei al centro la formazione e la pazienza. Viviamo tutto con troppa fretta, anche nel giudizio. Bisogna tornare a investire nel tempo e nelle persone, non solo nei risultati immediati.
Quale figura di allenatore la ispira nella sua carriera? Ne ho avuti tanti che mi hanno lasciato qualcosa: Lippi, Mazzone, Prandelli, Capello. Ma oggi cerco di essere me stesso, con la mia visione e la mia sensibilità. Credo che un allenatore debba sempre essere un educatore prima ancora che un tattico.
Cosa consiglierebbe oggi a un ragazzo con l’ambizione da professionista? Di non avere fretta, di non confondere la visibilità con la crescita. Il calcio è fatto di lavoro, dedizione e rispetto dei ruoli. Chi ama davvero questo mestiere deve saper aspettare, imparare, ascoltare.
Oggi cosa la motiva? La motivazione più grande è vedere migliorare la mia squadra. Ogni giorno voglio lasciare qualcosa: un gesto, un consiglio, un esempio. E poi c’è la città, la gente, il sentimento che si respira intorno a Union Brescia. È un’energia che ti spinge a dare tutto.
La tifoseria, la Curva. Entusiasmo, ripartenza, sostegno. La presenza e il grande supporto della Curva Nord potrebbe rappresentare un passo cruciale per la ricostruzione della vostra identità? Assolutamente sì. La Curva Nord è il cuore pulsante del Brescia. Senza la sua voce, questo progetto non avrebbe la stessa forza. Vedere la gente al Rigamonti, sentire i cori, gli striscioni, i bambini con la maglia biancoazzurra: questo è il senso di tutto. Noi dobbiamo meritare quel sostegno, ogni domenica.L’identità di Union Brescia nasce anche da lì: dal popolo che ci crede.