Musicista e compositore bresciano di fama internazionale, membro del trio Guano Padano e collaboratore, tra i tanti, di Mike Patton, Micah P. Hinson, Calexico e chitarrista prediletto da Vinicio Capossela. Ha pubblicato il suo secondo album solista omonimo – Alessandro “Asso” Stefana – prodotto dalla cantautrice britannica PJ Harvey. “Sono ASSO da quando ero piccolo. Quando iniziai a parlare Alessandro era un nome troppo lungo, io mi chiamavo semplicemente Asso. E poi da lì qualcuno se l’è ricordato, l’avrò detto molte volte probabilmente!”

Intervista ad Alessandro Stefana
Come ti avvicini alla musica? Credo sia stato per emulazione. Da bambino, osservavo mio padre mentre strimpellava per casa, e desideravo imitarlo, quasi per entrare nel suo mondo. Lui suonava la sera, semplicemente per diletto, e così, in modo molto naturale, ho iniziato a seguirlo. Poi ho iniziato a studiare musica seriamente frequentando una scuola di musica dai sei o sette anni fino all’età di venti anni.
Dove studiavi? Avevo insegnanti privati, non ho mai voluto istituzionalizzarmi troppo; l’idea di entrare in un mondo “troppo accademico” mi ha sempre fatto un po’ paura. Studiavo, seguivo il mio percorso, e intorno ai vent’anni scoprii un gruppo bresciano chiamato “Scisma”, capitanato da Paolo Benvegnù. Li ascoltai per la prima volta e ne rimasi folgorato. Un giorno, dopo un loro concerto, portai loro una cassetta con un demo delle registrazioni del mio gruppo dell’epoca. Dopo qualche tempo, proprio Paolo mi chiamò a casa – erano ancora i tempi dei telefoni fissi – dicendo di aver ascoltato qualcosa di veramente bello. Ci invitò sul Lago di Garda, dove stavano registrando il loro disco dell’epoca, per registrare la nostra musica “in bella copia”. Sorride.
Come fu questa prima esperienza di registrazione? Scoprii un altro lato della musica, completamente diverso dal mondo didattico: per la prima volta respirai un approccio più creativo, che mi rapì letteralmente. Paolo mi chiese poi se volessi seguirli in tour… All’epoca andavo ancora a scuola, così loro venivano a prendermi con il furgone all’uscita: buttavo la cartella nel baule e si partiva! Viaggiavamo su e giù per tutta l’Italia, una volta andammo addirittura in Polonia, sempre in furgone. Tutto iniziò così, come una piccola palla di neve che poi diventò una slavina…
Tu non suoni soltanto la chitarra, ma moltissimi altri strumenti musicali, anche i più strani e sconosciuti… Sin dall’inizio mi sono appassionato a vari aspetti del fare musica. In tutta sincerità, sono molto legato alla chitarra; mi piace anche come oggetto, le colleziono, ma non mi considero un chitarrista in senso stretto. Mi vedo piuttosto come un curioso della musica e, quando un nuovo strumento mi attira, lo imparo a modo mio. Oltre a suonare, mi occupo di registrazione e produzione; ci sono davvero tanti modi di fare musica.
Se “la musica è molto più di sola didattica” cosa rappresenta per te? Non saprei dirti con precisione cosa sia, ma per me è parte integrante della vita, qualcosa di cui non potrei fare a meno. La musica accompagna ogni mio giorno, anche quando non sto suonando. Mi è indispensabile, essenziale per mantenere una sorta di equilibrio psicofisico.
Perché questa passione per la musica americana? Non saprei dirlo con precisione… o forse sì… Da bambino, ricordo perfettamente la mia profonda attrazione per i film western; ogni volta che vedevo un cavallo, mi “schiaffavo” davanti allo schermo finché non mi addormentavo. Da quel momento, senza dubbio, si è instillato in me un seme che ho mantenuto vivo nel tempo. Potrei descriverla come una passione innata. La musica americana, infatti, è un tema ricorrente nella mia vita, anche se non sempre in modo diretto. Un esempio è la mia collaborazione con il cantautore statunitense Micah P. Hinson, texano di origine e un vero fuoriclasse.

Negli anni sono più le volte che hai scelto con chi collaborare o viceversa, sei stato scelto? Sono sempre stato scelto. Tutte le esperienze che mi sono capitate, fin dagli inizi, sono state incontri casuali, mai pianificati a tavolino nelle grandi città. Li definirei piuttosto incontri di vita che si sono presentati e hanno dato origine a nuove avventure. Ad esempio, nel 2001, Marco Parente, un bravissimo cantautore fiorentino, era a Brescia per registrare un disco. Una sera, a tarda ora, mi telefonarono dallo studio per sapere se fossi libero. Ovviamente, ero in procinto di andare a letto… Mi dissero: “Devi venire assolutamente qui perché manca una chitarra in un brano, c’è Marco Parente.” Marco Parente? Io ero un suo grande fan, quindi non esitai un attimo: presi l’auto e mi diressi allo studio di registrazione. Suonai quella chitarra, la prima idea che mi venne in mente a quell’ora, e da lì Marco mi chiese di suonare con lui durante il tour. Ho realizzato poi molti dischi con lui, in una collaborazione che è durata a lungo.
E il tuo incontro con Vinicio Capossela? Sempre parlando di occasioni o, forse, di destino… Una sera, qualche anno dopo la registrazione con Marco Parente, nel 2004, eravamo in tour e suonavamo a Milano in un piccolo locale chiamato “Casa 139”. Terminato il concerto, arrivarono alcuni esponenti del panorama musicale, ricordo Manuel Agnelli, Cesare Basile e altri musicisti. Non saprei spiegare perché fossero tutti a Milano quella sera, ma ci chiesero di fare una jam session, nonostante fossero le due di notte. Mentre la jam session volgeva al termine, nel locale entrò Vinicio Capossela, si sedette a un tavolino e ascoltò un brano. Mentre gli altri scendevano dal palco, lui mi chiese di fermarmi e suonò il brano “Ovunque proteggi”, un pezzo che all’epoca non era ancora stato registrato. La suonammo insieme, e poi si avvicinò, chiedendomi di lasciargli il mio numero di telefono. Estrasse dalla tasca un biglietto del treno, tutto stropicciato, e annotò il numero. Pensai che in un minuto sarebbe stato perso… Un paio di giorni dopo, invece, mi chiamò. Quell’anno aveva appena scritto un libro bellissimo, “Non si muore tutte le mattine”, e desiderava realizzare delle letture musicate, con suoni, rumori e atmosfere. Così mi contattava ogni giorno con idee sempre nuove da realizzare. All’epoca, lavoravo come postino per guadagnare qualche soldo per comprare chitarre, due chitarre squinternate! Con il passare del tempo, le richieste iniziarono ad aumentare e non riuscivo più a conciliarle con il mio lavoro. Così, un giorno, decisi di buttarmi: mi licenziai e da quel momento iniziai a suonare con lui. Quest’anno festeggiamo vent’anni di collaborazione…
Mi racconti alcune delle tue collaborazioni… In realtà, tutte le mie collaborazioni sono radicate nel tempo e rappresentano pezzi della mia vita. Con Vinicio Capossela, come ti dicevo, condivido un legame che dura da vent’anni, mentre la mia collaborazione con Mike Patton è iniziata nel lontano 2010. Più che semplici collaborazioni, sono pezzi di vita, amicizie, seconde o terze famiglie. Tra i lavori più recenti, ho avuto il privilegio di suonare nell’ultimo disco della band Calexico, un gruppo americano a cui sono particolarmente affezionato. Lo scorso anno ho anche collaborato a un brano della Penguin Café, un ensemble inglese che ha avuto un impatto profondo sulla mia vita musicale. La loro musica, che mescola elementi di musica classica da camera con un tocco folk, ha sicuramente influenzato il mio percorso. Hai mai ascoltato la “Penguin Café Orchestra”? Era originariamente guidata da Simon Jeffes. Dopo la sua morte, sono rimasto in contatto con il figlio, che ha proseguito la tradizione paterna mantenendo parte del nome “Penguin Café”.Creano composizioni originali e lo scorso anno hanno pubblicato un disco a cui ho contribuito; per me è stato come chiudere un cerchio. Li ho scoperti quando non avevo nemmeno vent’anni e la loro musica è stata una scintilla che mi ha acceso. È quasi incredibile che, a distanza di tutti questi anni, siamo riusciti a collaborare insieme…
Riesci ancora a stupirti nella musica? Sì, assolutamente. Nonostante tutto, la musica continua a sorprendermi. Quando dico “nonostante tutto”, mi riferisco al fatto che la musica è cambiata moltissimo negli ultimi vent’anni, in particolare nel modo in cui viene fruita. Oggi, la musica è diventata un consumo immediato, quasi un gesto quotidiano al quale non si presta nemmeno troppa attenzione, come bere un caffè. Anzi, a differenza del caffè, che puoi gustarti e apprezzare, la musica spesso viene “consumata” su piattaforme, senza sapere chi la sta suonando, né quando è stata registrata, chi l’ha prodotta, chi ci ha suonato. Non sempre c’è il tempo o la voglia di approfondire. Eppure, nonostante questa superficialità che sembra dilagare, la musica riesce ancora a sorprendermi e a farmi emozionare.
Il tuo secondo album solista omonimo – Alessandro “Asso” Stefana” – Una produttrice d’eccezione, come hai conosciuto PJ Harvey? Ho registrato un disco e fatto un tour con PJ Harvey nel 2016, ma la nostra conoscenza risale a un periodo antecedente. Fu un incontro casuale, come quelli di cui parlavamo prima. La incontrai nel 2012, quando mi trovavo a Sydney, in Australia, per un concerto con Mike Patton. Arrivato al teatro, scoprii che la sera successiva PJ Harvey avrebbe suonato proprio lì. Conoscevo il suo produttore, John Parish, e il batterista della band, così decisi di invitarli al concerto. Quella sera, venne anche PJ Harvey e quello fu il nostro primo incontro. Passarono tre o quattro anni e chiese a John Parish di mettersi in contatto con me per registrare il disco su cui stava lavorando. Una volta terminata la registrazione, iniziammo un tour mondiale che durò circa due anni. Da quel momento siamo rimasti in contatto e Polly mi ha sempre chiesto di inviarle la musica che stavo producendo. Così iniziai a mandarle alcuni brani sparsi, senza specificare nulla, senza investirla di un ruolo definito. Era un semplice scambiarsi delle idee che diventavano sempre più dettagliate. Man mano che passava il tempo, queste idee divennero più strutturate e approfondite, fino a quando, un anno dopo, si delineò l’album. In quel momento, riconobbi il suo fondamentale contributo e Polly compare ufficialmente come produttrice esecutiva. Ha anche scritto delle bellissime note che accompagnano il disco
È vero che inizialmente eri restio a pubblicare questo disco? Non è che non volessi pubblicarlo, ma c’era una certa esitazione. In un’epoca come la nostra, in cui la musica viene consumata con una rapidità frenetica, il mio disco, che ha un ritmo più lento, mi è sempre sembrato fuori tempo. Avevo la sensazione di lanciarlo nel vuoto, quasi come se lo stessi buttando dal quinto piano. Così, per un po’, me lo sono tenuto custodito. Poi, a un certo punto, ho deciso di lasciarlo finalmente andare.
Cosa si prova a suonare da soli, hai mai avuto paura sul palco? Paura, no… però suonare da solo rappresenta sempre una situazione, come dire, difficile a cui abituarsi. Per la maggior parte del tempo, suono con altri. Quando, invece, mi espongo con la mia musica da solo, mi sento davvero nudo e, a volte, ci vuole un momento per stabilire una connessione, sia con il pubblico che con me stesso
Dopo tanti anni ci si può ancora sentire nudi davanti al pubblico? Esattamente, te lo assicuro! A volte, anche nei luoghi più intimi, perché non sempre ci si trova davanti a grandi platee. In quelle situazioni, realizzi di aver composto ogni nota della tua musica, di averla registrata e provata in solitudine, poi all’improvviso, ti trovi di fronte a persone che ti ascoltano con grande attenzione. Così, dopo vent’anni di carriera, questa esperienza può sembrare comunque singolare. Non riesco a definire con precisione la sensazione, ma potrei descriverla come una sorta di vulnerabilità.
A proposito di come fruire della musica, cosa mi dici dei concerti? L’energia del pubblico… L’energia del pubblico è sempre un momento magico. Quando si tratta dei concerti per il mio album, ammetto di essere stato un po’ timoroso all’idea di suonarlo dal vivo, poiché si tratta di un disco che suono prevalentemente da solo, anche se occasionalmente mi accompagna Emanuele Maniscalco, un bravissimo musicista bresciano. Esibirmi in solitudine può rivelarsi una sfida, ma in realtà sono rimasto davvero sorpreso dai concerti che ho appena fatto, durante i quali ho avuto l’opportunità di raccontare la storia del disco. È straordinario percepire l’energia del pubblico: ti fa desiderare di ripetere l’esperienza. In quei momenti realizzi che c’è davvero una connessione, poiché si tratta di concerti d’ascolto, dove il pubblico è invitato a sedersi, a immergersi in un’ora di musica senza fronzoli, senza spettacoli pirotecnici. La musica, oggi, è spesso relegata a una forma di intrattenimento superficiale, ma io appartengo alla “vecchia scuola”. Anche da fruitore, preferisco sedermi, assaporare la musica e tornare a casa arricchito dall’esperienza.
Recentemente hai realizzato le colonne sonore di alcuni film… Recentemente, ho avuto l’opportunità di realizzare due colonne sonore, una delle quali verrà pubblicata a breve. La prima è stata composta per I pionieri, un film tratto da un bellissimo libro scritto da Luca Scivoletto. La seconda è la colonna sonora di Billy, il film d’esordio di Emilia Mazzacurati, una giovane e talentuosa regista. Sono davvero soddisfatto di entrambi i lavori, in particolare della colonna sonora di Billy, che considero a tutti gli effetti un vero e proprio disco, dato che contiene quasi trenta tracce. Per questo progetto, ho avuto il piacere di collaborare con musicisti straordinari, tra cui Greg Cohen, contrabbassista tra gli altri di Tom Waits, e Martin Wenk, trombettista dei Calexico, che suona in uno dei pezzi. È stato un lavoro che mi ha davvero appassionato, arricchito dalla partecipazione di amici con cui mi sono divertito molto a lavorare.
Che musica ti piace ascoltare? Musicisti di riferimento…Ti direi proprio Simon Jeffes, perché credo che se ne parli poco, ma è un musicista che consiglio vivamente di ascoltare. Era un compositore estremamente curioso, con un interesse per le tradizioni musicali più varie, comprese quelle folkloristiche, come la musica africana o venezuelana. Creava composizioni che mescolavano generi di musica classica con influenze folk, da camera, e persino qualche accenno di reggae, il tutto dosato alla perfezione
Quando crei musica dove trai ispirazione? A volte sono idee improvvise, che emergono nei momenti più inaspettati—mi è capitato molte volte… Altre volte, può essere un film, un libro o una particolare situazione della vita a dare origine a una nuova melodia. Spesso, però, le idee arrivano nei momenti più inopportuni, e per “inopportuni” intendo quei momenti in cui magari sei di fretta, hai impegni da rispettare e ti ritrovi a dover registrare velocemente per non dimenticare l’idea. Ho veramente centinaia di appunti registrati in questo modo e spesso con sottofondo di bambini che piangono, caos e chiacchiericci. Un altro momento di ispirazione che trovo sorprendentemente fertile è durante i sound check prima di un concerto; non saprei spiegare il motivo, ma mi sono spesso venute molte idee in quei frangenti.
I tuoi prossimi impegni musicali? I miei prossimi impegni musicali? Sorride. Sono davvero tanti, forse mai così tanti come in questi ultimi due mesi. Ho diverse date in programma da solo; tra le altre, suonerò a Londra e Parigi. Ludovico Einaudi mi ha chiesto di aprire i suoi concerti, quindi l’11 e il 12 novembre sarò al “Palladium” di Londra, mentre il 14 e il 15 a “La Seine Musicale” di Parigi. Successivamente, riprenderò il tour con Vinicio Capossela per il suo nuovo album, che ho anche co-prodotto. Abbiamo molte tappe in programma in tutta Europa: Londra, Parigi, Berlino, Barcellona, Amburgo, Madrid, oltre alle date in Italia. A novembre, inoltre, ci sarà il Premio Ciampi, che quest’anno ha premiato Micah P. Hinson con cui collaboro da molti anni. E in un soffio, il 2024 sarà già finito. Ma ci aspetta il nuovo anno…
IMMAGINI DI ROBERTO CAVALLI