Antonella Lattanzi

“La letteratura è un potente terreno di condivisione”

“Il vento del sospetto può diventare un uragano che ti spazza via (anche se sei la persona più centrata del mondo)” racconta la scrittrice Antonella Lattanzi mentre presenta il suo nuovo romanzo “Questo giorno che incombe” al pubblico di Librixia Venti21. Un concentrato di emozioni, 456 pagine necessarie e mai scontate, capaci di trasportare il lettore in un’alternarsi di situazioni paragonabili ad un viaggio sulle montagne russe. Thriller, storia d’amore, maternità e sociale; un libro che non trascura neppure un dettaglio per raccontare gli stati d’animo più profondi di quelle che la Lattanzi definisce sempre “persone” e mai personaggi. “Amo indagare l’animo umano e lo faccio osservando il mondo, e scavando dentro me stessa, perché allo scrittore spetta raccontare e non giudicare”. 

Candidato al Premio Strega 2021, liberamente ispirato ad una storia vera, “Questo giorno che incombe” non tradisce le aspettative del lettore che sarà coinvolto in un’incessante succedersi di passioni, umori, colpi di scena e molti dubbi… quale sarà l’elemento perturbante?

Intervista a Antonella Lattanzi

Cosa ti ha ispirato a scrivere questo libro?

Quando avevo otto mesi, e mia sorella cinque anni, i miei genitori decisero che ci saremmo trasferiti in una casa nuova. Subito dopo scoprirono che, proprio dal nostro cortile, era scomparsa una bambina della stessa età di mia sorella. Questa storia naturalmente non ci è stata raccontata quando eravamo piccole, anche perché si  concluse tragicamente, ma quando eravamo ormai cresciute; io avevo all’incirca diciott’anni. Mi colpì moltissimo sapere che accadde nel posto in cui sono praticamente nata e cresciuta, in cui i miei genitori abitano tuttora. Ho pensato immediatamente che avrei voluto scrivere quella storia però, tra avere l’idea e trovare le parole giuste per raccontarla, il punto di vista corretto, i personaggi adeguati, è trascorso molto tempo. Le idee generalmente mi girano in testa e, mentre alcune sopravvivono, le altre muoiono; molte volte ho pensato di scriverla, ma non trovavo l’ingresso giusto. Poi, finalmente ho trovato la mia protagonista, Francesca: Art Director, moglie e mamma, viene da Milano e si sposta a Roma perché suo marito ha ricevuto un’importante offerta di lavoro. Si trasferiscono a vivere nel Quartiere Giardino, che si trova tra Roma e Ostia, un posto un pò isolato e distante sia dalla città che dal mare. Un posto residenziale, bello, ma al tempo stesso dove sei isolato e, se non riesci ad uscire, può diventare una vera prigione. Diciamo che, quando ho trovato lei, ho capito perché mi interessava così tanto raccontare una storia che fosse ispirata a quella realmente accaduta e, in quel momento, ho capito che dovevo iniziare a scrivere.

Si dice che in qualche modo l’autore o l’autrice compaia nei suoi personaggi. 

Tu sei presente in questa storia?

Diciamo che non ho mai scritto niente di autobiografico però chiaramente, anche per raccontare persone molto diverse e distanti da te, devi attingere anche dentro di te per trovare un contatto con il personaggio. Francesca inizialmente è piena di curiosità e passioni, si è trasferita a Roma per seguire suo marito ma anche perché desidera lasciare la vita ordinaria e ripetitiva del suo lavoro per dedicarsi al suo sogno, ovvero illustrare un libro per bambini. Sarà libera di essere felice in questo posto? Le cose non andranno come aveva previsto perché il marito non c’è mai, i vicini di casa sembrano molto premurosi mentre si dimostrano poi ossessivi; insomma c’è qualcosa che proprio non le torna e lei rimane sola. Ad un certo punto inizia a parlare persino con la casa e diventa preda dei suoi pensieri ossessivi, cioè non riesce a capire se sta succedendo realmente qualcosa di strano oppure si sta immaginando tutto. Questa solitudine e l’essere stata trasformata nel tempo da persona a funzione, quella di madre e nient’altro, rischia di farla andare fuori di testa. 

Io non sono madre e non ho avuto lo stesso percorso di Francesca, tuttavia sono una persona che può diventare preda dei suoi pensieri ossessivi quindi certamente, da questo punto di vista, c’è qualcosa che ci collega… e anche il fatto di mettersi in discussione, le proprie scelte, la gabbia che ti sei costruito…

Il pretesto di questa storia è un fatto reale avvenuto molti anni fa a Bari, tua città natale, eppure tu la sposti a Roma. Come hai scelto l’ambientazione del romanzo?

Più che Roma ho scelto proprio questo Quartiere Giardino di Roma, perché potrebbe essere qualsiasi luogo; è talmente isolato che Roma non la vedi mai nel corso del libro, se non un paio di volte quando Francesca riesce ad uscire. Per me doveva essere un posto reale perché mi piace raccontare di posti che esistono, non mi piace inventarli – per il momento non l’ho mai fatto. Ho cercato un luogo che soddisfacesse le caratteristiche che io volevo che avesse, ovvero un posto residenziale, non troppo costoso, pieno di verde, ottimo per le famiglie, ma che verosimilmente fosse anche una prigione per quanti non possono uscirne. Ora sinceramente non riuscirei ad ambientare una storia a Bari perché sono andata via da molto tempo e, inoltre, per me Bari è un misto di sensi di colpa, nostalgia legata alla mia famiglia, insomma avrei paura di non essere oggettiva raccontandola.

Una storia tra finzione e realtà: quanto c’è dell’una e dell’altra? 

Innanzitutto di vero c’è l’ispirazione perché è una storia vera, e poi alcuni elementi di questa storia che sono ad esempio il sospetto, l’ossessività, la chiusura che può essere dentro un condominio. Di inventato c’è la storia in sé e per sé perché il mio libro si focalizza, non tanto sulla famiglia della bambina che scompare, quanto su Francesca e la sua famiglia e quindi quello è tutto inventato. Quindi, rispetto alla storia, di reale c’è soltanto lo spunto.

Il tuo libro è stato definito un thriller psicologico, un romanzo sociale, d’amore – perché racconti anche una storia d’amore, se così possiamo definirla… Tu in che modo lo definiresti?

Me lo chiedono spesso e la mia risposta è che non lo so. Io scrivo la storia che voglio raccontare e in questa storia ci sono elementi di thriller psicologico, più che di giallo; in questo romanzo c’è anche una sorta di perturbante, quel qualcosa di strano che può accadere, o un luogo che ti fa pensare che ci sia qualcos’altro rispetto a quello che possiamo vedere con i nostri occhi ogni giorno. Però è anche una storia d’amore, di sesso e di maternità: è centrale il rapporto tra Francesca e le sue figlie. È la storia di una relazione in cui, ad un certo punto, due persone si tradiscono non tanto dal punto di vista fisico, quanto da quello psicologico. Mi interessava raccontare anche cosa succede quando ami una persona, vivi con lei da tanto tempo e, ad un certo punto, non ti conosce più… io credo che le persone che conosci meno siano proprio quelle a cui sei più vicino. Paradossale.

Piccoli incidenti, ombre sinistre… Che peso ha la suggestione in questo libro e, più in generale, nella vita reale?

Questo romanzo ha moltissimi riferimenti partendo da uno dei libri che amo di più, Madame Bovary di Flaubert, a Proust e Stephen King; uno degli esempi di questo romanzo è proprio l’avvertenza di Shining all’Overlook Hotel. Per me King è un genio perché è riuscito a trasformare un’avvertenza, che in qualsiasi libro non è niente, in un romanzo e anzi in una dichiarazione: “il romanzesco è la realtà dentro la finzione”. E quindi per me, all’interno di questo romanzo, il perturbante esiste e serve a raccontare che cosa hanno dentro i personaggi. Non esiste l’oggettività in assoluto, ma come ciascuno di noi vede e percepisce il mondo.

Quant’è importante l’effetto sorpresa nella tua scrittura?

Dipende dal libro. Ad esempio in questo romanzo, che ha un impianto thriller, l’effetto sorpresa è importante perché fa parte del progetto stesso del racconto. Ritengo tuttavia che quest’aspetto non sia fondamentale, come invece lo è raccontare l’essere umano, le persone di cui parlo, attraverso lo stile, la voce e la lingua. Il modo di scrivere fa la differenza perché puoi avere un’idea incredibile e non riuscire a trasmetterla o, viceversa, avere un’idea semplice, come appunto Emma Bovary che potrebbe essere accaduta mille volte, e saperla raccontare con la maestria di Flaubert che l’ha trasformata in uno dei più bei libri mai scritti nella storia.

Stai già pensando al prossimo titolo?

In questo momento sto lavorando alla sceneggiatura del film tratto dal mio precedente libro, una storia nera. Anche questo diventerà una serie TV e quindi ho molto da fare. Poi ho un paio di idee su cui sto riflettendo però io ci metto un po’; tra avere l’idea e decidere di scriverla per me deve sempre passare del tempo. Non potrei mai finire un libro e iniziarne un altro perché ho bisogno di capire se l’idea che ho avuto resiste al tempo oppure no. Qualche volta mi ronza per la testa, ma può capitare che io abbia molta paura di affrontarla perché non so se sarà giusta oppure no.

Qualche volta hai paura di scrivere?

Io? Sorride. Sempre! Ho paura di non farcela, di non riuscire a collegare ciò che ho nella testa a ciò che riesco a scrivere, di aver già scritto il mio libro migliore oppure di non riuscire ad arrivare al lettore con quello che vorrei trasmettere. A volte sono sovrastata dalla paura, dall’ansia. Al contrario ci sono dei momenti meravigliosi che sono quelli in cui stai scrivendo e finalmente sei “dentro i personaggi”, senti le loro voci, i loro pensieri, senti gli odori e i sapori del posto di cui stai raccontando e quei momenti di Epifania sono quelli per cui vale davvero la pena di scrivere!

Scrive Paola Rivetta

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