ANTONIO GOZZI da Brescia a Confindustria Italia? 

A Roma si va per decidere, non solo per ascoltare, altrimenti è meglio stare a casa

Il  presidente di Federacciai, L’ASSOCIAZIONE DEI PRODUTTORI SIDERURGICI ITALIANI,  e della Duferco Italia di San Zeno Naviglio (la holding cui appartiene lo stabilimento bresciano fattura oltre 8 miliardi)  in pole position tra i papapibili alla presidenza della  Confindustria Nazionale per succedere a Carlo Bonomi. Da docente universitario, con una solida preparazione in scienze politiche, è passato all’impresa siderurgica di famiglia facendone un gruppo leader in Italia ed Europa nelle travi per l’industria e l’edilizia, protagonista di una  strategia multinazionale presente, oltre che a Brescia, anche in  Belgio, Francia, Danimarca e Macedonia. La sua dote più apprezzata è la chiarezza del linguaggio. Anche per questo gli industriali bresciani lo appoggiano convintamente: “Sa di cosa parla, si capisce ciò che vuole, si fa capire dai politici a cui non le manda a dire, sa cosa  fare per una politica  industriale sia in Italia che in Europa all’altezza  dei problemi”.

SCRIVE ALESSANDRO CHEULA

Dottor Gozzi, prima di entrare nel merito che ne dice di una presentazione del Gruppo?

Volentieri, l’ho fatto pochi giorni fa sulla stampa nazionale in risposta a un importante giornalista spiegando il perchè noi italiani dobbiamo essere fieri di quello che nel tempo abbiamo costruito. La storia della nostra azienda ne è un esempio. La Duferco non nasce italiana…

Interessante,  dove e come nasce?

E’ stata fondata da un italiano, mio zio, uno dei tanti espatriato per trovare fortuna. Nasce in Brasile nel 1979.  Poi mio zio comprende che il 1989 non è solo l’anno della caduta del comunismo, ma che qualcosa di strutturale stava accadendo nell’economia mondiale.  La Duferco allora da grande società di trading dell’acciaio si trasforma in una industria con asset fisici, acciaierie, che compra in molti Paesi, diventando negli anni 2000 uno dei grandi produttori europei di acciaio. Rientra dunque in Europa acquistando impianti in Belgio, Francia, Danimarca, Macedonia.  E’ in qugli anni che mette il suo desk a Lugano e Lussemburgo…

E perché non in Italia?

Perchè prima dell’entrata in vigore dell’euro, pensare di basare i servizi finanziari in Italia, con la assoluta imprevedibilità del valore della lira, sarebbe stato rischioso. Ma poi la situazione cambia e la nuova generazione, da me rappresentata, entra in azienda e coglie le opportunità che si aprono in Italia diventando il primo produttore di travi in acciaio, il secondo in Europa con 5 stabilimenti e investendo nei servizi navali con una flotta oggi di 120 navi. E ora anche nei servizi assicurativi per riportare in Italia questo business strategico.

Investimenti in Italia, dunque?

Siamo diventati, proprio per questa attenzione all’Italia, rilevanti investitori, basti pensare che negli ultimi tre anni Duferco ha fatto investimenti nel nostro Paese per 400 milioni di euro, e pure buoni pagatori di tasse nel nostro Paese con 160 milioni di euro versati nelle casse dello Stato italiano: come vede, mi sento fieramente italiano e residente in Italia, anche fiscalmente, come ho voluto ricordare nel mio recente intervento sulla stampa nazionale che le ho ricordato poc’anzi.    

Dott. Gozzi, perdoni la domanda banale, ma l’acciaio è ancora strategico?

Oltre l’80% dell’acciaio italiano vine prodotto tramite forno elettrico. Quindi in maniera decarbonizzata, mentre in Europa il 60% dell’acciaio che si produce  è ancora fatto con gli altoforni e il carbone: TENGO A DIRE CHE SIAMO LA SIDERURGIA PIU’ GREEN D’EUROPA  e intendiamo rimanerlo.

Anche il suo amico e collega Giuseppe Pasini lo  conferma.

E fa bene, Pasini dice pure che siamo la più grande macchina europea di economa circolare, ed è vero. 

E’ la “rivincita” del forno elettrico, un tempo snobbato dai baroni dell’altoforno europei, belgi e tedeschi,  che guardavono agli italiani, bresciani in particolare, come a parvenus?

Il forno elettrico, a differenza dell’altoforno, produce acciaio decarbonizzato: il risultato è il primato italiano i cui quattro quinti di acciaio, lo ripeto perché è un dato di cui non si tiene il debito conto, provengono dal forno elettrico.   

Anche per questo l’acciaio è tuttora strategico…

Certamente, ma non basta riconoscerlo, bisogna dire anche che la progressiva decarbonizzazione della produzione dell’acciaio comporta grandi sfide che le aziende e l’Italia non possono affrontare da sole, serve il contributo dell’Unione Europea.

Non vi basta essere i più bravi?

Non vogliamo essere solo la siderurgia europea più decarbonizzata come siamo già oggi: partendo da questo primato vogliamo confermarci come campioni europei e abbiamo in testa di essere per il 2030  la prima siderurgia del mondo che raggiunge una produzione di acciaio completamente green, anche se ciò comporta maggiori sfide e sacrifici.

Ma che fa l’Europa per la manifattura di base?

Gli anni da cui veniamo, per quanto attiene alle scelte europee dell’industria, sono stati anni molto difficili. Un’Europa tutta concentrata sulla finanza, sulla disciplina fiscale, sul cambiamento climatico e sulla digitalizzazione dell’economia è sembrata non avere alcuna attenzione per l’industria manifatturiera e in particolare per quella di base, che appunto in quanto tale è la base di tutto il resto: un’impostazione per così dire “nordica”  di Paesi ormai senza industria  che importano tutto, solo concentrati sulla lotta al cambiamento climatico.

Occorrerebbe un pronunciamento europeo politico e programmatico, pregiudiziale e preliminare, in cui dire chiaramente se l’Europa vuole ancora produrre acciaio o se preferisce delegarlo agli indiani o delocalizzarlo nel Terzo mondo. Ma veniamo a un tema cruciale: l’energia. 

Vexata quaestio, la politica energetica è la condizione per una conseguente politica industriale; purtroppo la difficoltà europea di adottare una comune politica energetica ha condotto i singoli Stati a prendere misure di sostegno alle imprese nazionali, ma tali misure hanno penalizzato ancora una volta le imprese italiane che stanno pagando l’energia elettrica più delle concorrenti francesi, tedesche e spagnole: l’Europa deve cambiare approccio e deve farlo rapidamente pena una vera e propria desertificazione industriale del Continente.

Ma allora serve meno Europa o più Europa?

Serve più Europa, l’Italia deve battersi a livello comunitario perché ci sia più Europa, perché ciò serve all’Italia che altrimenti verrebbe schiacciata dai Paesi più forti: confidiamo inoltre che il nuovo Parlamento e la nuova Commissione che usciranno dalle prossime  elezioni comprendano la necessità di difendere l’industria europea e di sostenerla come un bene comune nelle grandi sfide che ci attendono.

E Taranto, a che punto siamo con l’ex Ilva ovvero Acciaierie d’Italia?

Ci siamo già pronunciati come Federacciai in più occasioni, siamo in una fase delicata che richiede il massimo di impegno e serietà da parte di tutti: bisogna prendere atto di un dato pregiudiziale a qualunque trattativa e a qualsiasi soluzione: Taranto non è solo questione di interesse nazionale ma di sovranità nazionale.

Si parla di lei come candidato alla presidenza di Confindustria: Confindustria Brescia ha deciso di sostenere la sua candidatura.

Vedremo i prossimi passi ufficiali, in primo luogo il pronunciamento dei saggi: in Confindustria non ci si candida, si viene candidati.

Giusto, ma Confindustria avrebbe bisogno, si dice da più parti, di un radicale rinnovamento, non le pare?   

Concordo, ma prima bisogna essere eletti.

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