Arianna Gnutti l’amore che… cura

Avrei potuto riprodurre il titolo dell’autrice, “Se bastasse l’Amore”. Una storia vera di anoressia e speranza ma di mio pugno o meglio dire di mia tastiera ho deciso di estendere all’infinito i tanti significati custoditi da questa lettura, così vivida, lucidissima, coerente e razionale. Un racconto che trafigge il cuore e che analizza nei suoi passi tutte le fasi che una donna durante tutto il suo percorso si ritrova ad affrontare.

É come se ci fosse un’ Arianna Gnutti in ognuna di noi.

Autrice di “Se bastasse l’Amore”, edito da Piemme, vincitrice dell’ultima edizione del Premio letterario Angelo Zanibelli, Arianna Gnutti nel volume è donna, moglie, figlia ma soprattutto mamma, una mamma che, con la ferocia che contraddistingue la sua determinazione, ha scatenato l’inferno nell’inferno proteggendo sua figlia Maria Beatrice dalla più silenziosa delle stragi: l’anoressia. Questo non è solo il racconto di una battaglia ma un libro sull’autoconsapevolezza femminile (e non femminista), ma non solo, un faro, il “prodotto” di un processo molto lungo per riscoprire il valore di sè. Un libro per riscoprirsi e per scoprire, per non sentirsi sole ma soprattutto per ispirarsi. La “sintesi” di una vittoria, l’esempio di due donne che reputo vincenti: una madre insieme a una figlia. 

 

Quando e perché hai deciso di tradurre questa esperienza in un libro?

Lo ricordo con grande lucidità. Era gennaio 2021, Maria Beatrice, ed io con lei, eravamo appena entrate nel reparto di Neuropsichiatria Infantile, intorno a noi: l’inferno. Una sera le dissi che, una volta superato tutto, avremmo scritto un libro per raccontare quanto vissuto, quanto subìto e le tante difficoltà di quel percorso. Lo avremmo fatto per chi sarebbe venuto dopo di noi. Lo dissi non immaginando che quello che stavamo vivendo era solo l’inizio di un’odissea che avrebbe comportato quattro ricoveri in tre ospedali diversi.  Iniziai a scrivere “Se bastasse l’amore” dopo un anno e mezzo dopo quel giorno.  Mi trovavo in auto con entrambe le mie figlie, in coda in autostrada ed ebbi modo di soffermarmi a pensare. Osservai mia figlia piccola, Adelaide, sul sedile posteriore e Maria Beatrice accanto a me. Pensai al privilegio di essere lì, con loro, dopo tanto dolore. Rividi scorrere nella mia memoria le tante ragazze e ragazzine che avevo conosciuto nei quattro ricoveri, in particolare pensai a quelle che avevano perso la vita. Pensai alla lotta indefessa delle loro famiglie contro qualcosa di molto più atroce di quanto possa immaginare chi non l’ha mai vissuto. Decisi che l’indomani avrei iniziato a scrivere. Il giorno successivo ne parlai a mia mamma, la mia alleata più forte in questa battaglia per salvare mie figlia, e lei, con mia enorme sorpresa, mi portò due scatole che contenevano pagine e pagine scritte di suo pugno, in forma di lettere indirizzate a Maria Beatrice, scritte da prima che entrasse in ospedale sino all’ultimo ricovero. Ero senza parole. Le chiesi di selezionarne solo alcune, scegliendo tra quelle scritte nei giorni in cui mi aveva sostituita negli ospedali, rimanendo accanto a Maria Beatrice.  Sapevo che non ero pronta, e mai lo sarò, a leggere oltre. Quel diario, così come lo scambio di messaggi con le persone a me più care, prima e  durante i ricoveri, è stato fondamentale per ricostruire la cronologia dettagliata degli eventi, dall’insediarsi dell’anoressia nella mente di Maria Beatrice, dai sintomi predittori della caduta nel baratro, sino ai ricoveri. Volevo che il mio libro potesse essere utile ad altri genitori. Volevo scrivere il libro che io non avevo avuto l’opportunità di leggere mentre mia figlia stava iniziando a cadere nella spirale dell’anoressia. 

Che ruolo ha occupato nella vostra vita Leonardo Mendolicchio, autore della prefazione del libro e Responsabile della U.O. Riabilitazione dei Disturbi Alimentari e della Nutrizione dell’Auxologico di Piancavallo, in Piemonte? 

Il dottor Leonardo Mendolicchio si è rivelata una presenza determinante per il ritorno alla vita di Maria Beatrice. Lo affermo senza nulla togliere alla professionalità degli specialisti che lo hanno preceduto in questo lunghissimo percorso verso la luce. Prima di arrivare da lui ci sono stati la Neuropsichiatria al Civile  di Brescia e il Niguarda a Milano e, prima ancora, mesi e mesi alla ricerca disperata di professionisti validi e un primo rifiuto di accesso alle cure al Pronto Soccorso Pediatrico. Il dottor Mendolicchio arrivò quindi dieci mesi dopo il primo accesso in ospedale. La mente di Maria Beatrice aveva ricominciato da tempo a funzionare, mentre il fisico non rispondeva ancora. Aveva però iniziato con lucidità a combattere per la sua salvezza. Grazie al dottor Mendolicchio e grazie all’equipe dell’Auxologico di Piancavallo, Maria Beatrice intraprese un percorso nuovo, diverso, particolarmente favorevole per la sua rinascita.

Hai vissuto nel tormento domandandosi il perché l’anoressia avesse proprio attaccato tua figlia?

Come madre mi sono domandata più volte come e dove avessi sbagliato. Ho analizzato la nostra vita in dettaglio. Mi sono chiesta cosa avrei potuto fare contro il bullismo… In ospedale, all’inizio, passavo le notti insonni controllando indefessamente il monitor dei battiti del suo cuore con riversamento pericardico e l’ossigenazione del sangue e nel contempo ripercorrevo ogni nostro momento insieme. Dopo l’introspezione, sono passata allo studio di tutti i paper scientifici possibili, per poter capire meglio, ho avuto lunghi colloqui con gli specialisti…. E, tirate le somme, nel mezzo di quell’inferno, ho comunque pensato, per quanto questo possa suonare strano: “Meglio a noi che ad altri”.Mi prenderai per pazza, suppongo, ma la forza che ti guida e che ti deve sorreggere durante tutto questo percorso come madre per poter essere utile, per restare lucida e per contribuire a salvare tua figlia, non è scontata. “E gli altri?” è stata la domanda che mi ha tormentata sin dal nostro arrivo in Neuropsichiatria Infantile e per tutto il periodo ospedaliero. Ero disperata, ma potevo contare sulla forza che mi derivava dalla mia vita, dal sostegno di chi mi è sempre stato vicino e dalle conoscenze in diversi ambiti che, purtroppo, spesso sono necessarie per ottenere ciò che dovrebbe, invece, essere un diritto. Nel libro narro di tante storie di mamme che ho ammirato e che sono state per me fonte d’ispirazione e che hanno lottato o ancora stanno lottando completamente sole. E nonostante la mia posizione privilegiata, è stato, credimi, un inferno, l’inferno più nero che si possa immaginare. E non significa che io non abbia avuto momenti in cui non sia andata fuori di testa. Perché sì, ci sono stati. E nel libro, in cui mi metto a nudo, li racconto, proprio a dimostrazione di quanto questa lotta sia sfiancante e devastante.

Il bullismo compreso quello “silenzioso” che osserviamo sui social ha giocato un ruolo sostanziale? Nel libro racconti che osservando un’immagine di Maria Beatrice ti rendesti  conto che aveva perso la luce negli occhi. Iniziò da quel preciso istante la tua consapevolezza al cospetto della malattia o come le tue parole narrano “il principio della spirale verso l’abisso”?

L’insorgere dell’anoressia ha sempre tante concause. Nel caso di Maria Beatrice, secondo quanto emerso dai colloqui con gli specialisti, il bullismo subìto è stato determinante. Ne parlo nel primo capitolo del libro, intitolato “Inconsapevoli”. Inconsapevoli inteso come noi genitori e inconsapevoli erano secondo me i “bulli”. Non credo fossero davvero consci del male che le stavano procurando. Sì, quello sguardo, più di qualsiasi altro elemento, mi spinse a rivolgermi subito a uno specialista. 

“Non c’è niente di razionale nella mente di una persona con anoressia”. Quanto l’angoscia può pervadere il quotidiano di una mamma che affronta il tracollo di una figlia? In cosa hai “investito” la tua speranza?

La mia vera angoscia, quella più tangibile, si è palesata quando, per mesi, abbiamo atteso che Maria Beatrice fosse ricoverata. Non c’era un posto per lei in nessun ospedale, in tutto il nord Italia. Nelle cliniche convenzionate l’attesa era di circa un anno e mezzo, in quelle private di un anno e, nell’attesa, sarebbe morta. E questo problema circa la difficoltà di accesso alle cure per una persona con anoressia sotto i quattordici anni persiste ancora ed è la seconda causa di morte per anoressia. La prima è il suicidio. Poi, ci sono stati lunghi momenti di angoscia pensando a quando avrebbe smesso di marciare sul posto, di correre per la stanza dell’ospedale trascinando con sé la piantana e il sondino nasogastrico o, una volta in day hospital, quando mi faceva percorrere almeno 10km al giorno sotto il sole infuocato del maggio 2021 a Milano, non fermandosi nemmeno al rosso del semaforo. Io non potevo fermarla perché era un comportamento ossessivo compulsivo. Eppure, in tutta questa angoscia e disperazione per il suo stato fisico e mentale, in cui ho visto mia figlia a un passo dalla morte per tre volte, ogni giorno, abbracciata a lei nel letto, prima che si addormentasse, osservavo attentamente il suo sguardo per scrutare nei suoi occhi quanto quel “mostro” fosse ancora presente, io non ho mai pianto, perché mi imponevo di essere lucida e mi sono sempre sentita molto amata e riconoscente. Amata in primis da lei che stava combattendo una battaglia inimmaginabile, dalla mia famiglia, da chi ci vuole bene, dai miei studenti dell’Università degli Studi, con i quali tenevo lezioni in remoto, poiché eravamo ancora durante la pandemia, seduta su una panchina del Niguarda.  Non ho dato per scontato l’amore che ci ha circondate e sono sempre stata grata alla vita.  Questo mi ha dato e mi ha concesso quella forza che rende l’angoscia più lieve. Non mi sono mai messa a pregare per chiedere uno “sconto” a Dio, ho sempre sollevato lo sguardo al cielo per ringraziare. Ho invocato il suo aiuto per accettare, per avere la forza di combattere e per avere coraggio, con resilienza, ma con reattività. Io dovevo salvare mia figlia. Ho provato angoscia, ma da questa non mi sono lasciata sopraffare. E nemmeno dalla paura. Nella mia razionalità, la paura non è contemplata. Se ci fermiamo per la paura, siamo fregati, abbiamo già perso. 

Il mostro dell’anoressia cerca e trova un alleato, mi spieghi questa frase del libro?

Il mostro che Maria Beatrice custodiva dentro di sè doveva distruggerla e per giungere al suo obiettivo avrebbe dovuto trovare l’anello debole. Questo significava “contrattare” e Maria Beatrice lo ha sempre fatto con grande puntualità. Appena prima del ricovero avevamo trovato specialisti validi sia per mia figlia sia per noi genitori. Da subito ci avevano detto chiaramente: “Non dovrete mai cedere alla contrattazione”. E questo divenne il mio mantra.  Riuscire a resistere a certe implorazioni di una figlia che sta male è davvero estenuante, sia prima, sia durante i ricoveri come quando impiegava anche quattro ore per un pasto.Non ho mai ceduto alla contrattazione. Nel libro ho descritto con lucidità scene in cui realmente sono andata fuori di testa raccontandole in maniera cruda, razionale ma soprattutto senza retorica. Oltre sei mesi dopo, dopo due ricoveri e ormai in day hospital, la contrattazione era ancora lì. Durante il week end doveva assumere tre integratori al giorno e anche quello era motivo di contrattazione. Nel libro narro di quando, davanti all’ennesimo suo “Non riesco, mamma” sono andata fuori di testa arrivando a urlare: “Se non bevi questo coso, adesso io esco da qui e vado ad ammazzarmi”. Se ci ripenso mi vergogno molto. Ma ho deciso di raccontare questo e altri episodi proprio perché l’esasperazione è naturale. Non sono Wonder Woman, sono semplicemente umana. 

«Io credo, mamma, che dopotutto tredici anni siano sufficienti per aver vissuto.» Come una mamma può reagire e trovare la forza per affrontare una frase di questo tipo?

Quando Maria Beatrice ha pronunciato questa frase, mi si è letteralmente gelato il sangue. Era ancor prima di tutti i ricoveri, mentre eravamo in attesa di un posto letto in ospedale. Rimasi completamente spiazzata.  Aveva il cuore e la mente distrutti per ciò che il bullismo subìto aveva generato nella sua mente. Ero spiazzata ma ho reagito come la mia personalità mi ha suggerito, ironizzando.Ho iniziato ad elencarle cose stupide e idiote che da morta non avrebbe mai potuto realizzare per ritrovarci a ridere insieme. Nel mio cuore stavo morendo. 

Il tema della morte per Maria Beatrice era ricorrente?   

Ciò che era ricorrente era  il dolore di essere stata rifiutata da quelli che erano stati i suoi amici e quindi la convinzione che non si sarebbe più affezionata a nessuno e soprattutto viveva una sorta di alienazione. Nella sua mente c’era posto solo per l’anoressia. La dispercezione corporea le faceva vedere il suo corpo, ormai ridotto ad un mucchietto di ossa, ricoperto di peli per lanuggine da anoressia, come un corpo obeso, anche quando, in ospedale, dopo un batterio, arrivò a pesare 29 chili, sfiorando nuovamente la morte. Quel mostro dentro la sua testa la governava completamente. Al secondo ricovero smise anche di bere e questa fu la terza volta in cui fu tra la vita e la morte. Nel contempo il suo disturbo si nutriva della sua stessa debolezza. Eppure lei, la sua parte razionale, che in fondo a quello sguardo perso, ogni tanto faceva capolino, voleva vivere. Lo so perché, comunque, giorno dopo giorno, io cercavo disperatamente e infine notavo piccolissimi, a volte miserrimi cambiamenti in meglio. Era in costante precario equilibro tra il desiderio di scomparire e di lottare per vivere. Se si è salvata è stato grazie, prima di tutto, a se stessa, alla sua caparbietà, alla sua forza interiore. 

Si parla sempre di madri, madri e figlie, ma che ruolo occupa il resto dell’asset famigliare: padri, fratelli, nonni e parenti?

Il supporto e l’amore della nostra famiglia, unita nel dolore e nella lotta,  è stato fondamentale ma l’amore da solo, per quanto determinante, non basta per curare l’anoressia.

Che ruolo ha giocato il termine “ingiustizia” nella vita di sua figlia: ingiustizia per non essere uscita con un 10 alle medie, ingiustizia per non essere accettata da alcuni compagni di classe, ingiustizia per essere stata giudicata sovrappeso da un medico in età infantile…

Determinante tanto dal ritrovarmi spesso a non avere risposte adeguate per tutto quel carico di piccole o grandi ingiustizie che non necessariamente lo erano, ma che nella sua mente avevano pesato immensamente. E mi sarei poi imbattuta in altre ingiustizie come lo stigma circa le malattie mentali, circa l’anoressia, l’ingiustizia di non poter avere ciò che spetterebbe di diritto, cioè l’accesso alle cure. 

Oggi che rapporto ha Maria Beatrice con il cibo?

Ha raggiunto un equilibro, un equilibrio stabile. E’ stato un processo molto lungo che di certo non termina davanti alla porta d’uscita del reparto dopo una dimissione. Da lì inizia il percorso “recovery”. E non è la conquista del peso che determina la guarigione, al contrario di quanto nell’immaginario comune spesso si pensi. Se l’anoressia è curata entro i due anni dall’insorgenza, e se non cronicizzata, per una possibile guarigione ci vogliono, in media, dai cinque agli otto anni. Oggi gli incontri con i professionisti che hanno seguito Maria Beatrice nel periodo di recovery, una psichiatra e un nutrizionista, nel tempo si sono diradati. Ha tanti amici, si sente nuovamente amata ed è ricambiata. Frequenta una scuola che ha saputo, insieme ai professionisti, aiutarla nel periodo di risocializzazione. Torno quindi ancora alla domanda iniziale: “E gli altri?”. Chi aiuta chi non ha questi mezzi? Nessuno. Per questo ho ritenuto un obbligo morale scrivere “Se bastasse l’amore”, dove ci sono anche contributi di mia madre, di mia figlia Adelaide e di Maria Beatrice stessa.  

Come ha reagito Maria Beatrice nei confronti del libro?

Ha approvato parola per parola. Ciò che mi rende ancora più orgogliosa di lei è che non vede questo scritto come una rivalsa personale nei confronti di chi le ha fatto del male, ma una testimonianza di come  abbia saputo trasformare questo dolore in forza, ora infatti ha raggiunto piena consapevolezza del suo valore. 

Quali sono stati i tre aggettivi che meglio hanno contraddistinto quel periodo e quali invece oggi descrivono la tua vita?

Nell’inferno: faticoso, carico di speranza e gratitudine,  piena di amore (l’amore reciproco tra me e mia figlia, ma anche l’amore ricevuto da chi era fisicamente lontano)La mia vita ora, in relazione all’anoressia: direi esattamente gli stessi aggettivi: faticosa, (certo ora molto meno), carica di speranza e gratitudine e piena di amore. Considero ciò che abbiamo vissuto come un’occasione di apprendimento, di crescita interiore, nonché come opportunità e speranza di poter essere utile ad altri, da più punti di vista.

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