Aurelio Ponzoni: la versione di Cochi. A cura di Paolo Crespi

“La versione di Cochi”, perché l’idea di scrivere un libro oggi? 

L’idea in realtà non è partita da me, ma da un giornalista critico teatrale – Paolo Crespi, che mi ha contattato per propormi il progetto. Sinceramente in un primo momento gli ho risposto di no… per conto mio avevo avevo scritto una sorta di diario della mia vita, un pensiero da lasciare alle mie figlie, ne ho ben quattro! Per lasciare un ricordo di me, di quello che ho fatto, tuttavia una cosa privata, privatissima! Questo giornalista diciamo che aveva a cuore la questione e dopo alcune perplessità mi convinse dicendo che il libro sarebbe stato impostato in forma d’intervista; avrei risposto ad una serie di domande abbastanza dettagliate per ripercorrere il mio vissuto. In fin dei conti non mi sembrava impegnativo, si trattava di un’intervista proprio come quella che stiamo facendo in questo momento e la cosa si sarebbe conclusa così. Successivamente Crespi decise di proporre l’idea del libro a Elisabetta Sgarbi che ne fu subito molto entusiasta, ma suggerì di variare la struttura del testo che non doveva più essere un’intervista con domande e risposte, ma bensì un racconto della mia vita. Andò proprio così! Il libro contiene anche una piccola raccolta fotografica della mia gioventù e della mia vita, di alcune esperienze fatte e che mia madre conservava da anni. 

Intervista a Cochi Ponzoni 

Vieni molto spesso associato a Renato, Renato Pozzetto, per questo motivo il titolo del libro è “La versione di Cochi”? 

Direi di sì… seppure io abbia avuto anche una lunga esperienza al di fuori di quanto fatto con Renato, quella resta senza dubbi la più eclatante. La nostra coppia è diventata famosa come mai avremmo immaginato; le nostre trasmissioni televisive erano molto seguite, gli ascolti erano altissimi, parliamo di oltre trenta milioni di persone, quindi cose irripetibili oggi! Quest’esperienza ha lasciato in noi un segno indelebile, seppur entrambi abbiamo fatto molte cose anche successivamente quando ci siamo divisi. Non ci piaceva l’idea di fare “la coppietta cinematografica”, avevamo bisogno di nuove esperienze, ognuno per conto proprio. Io ad esempio ho fatto tanto cinema e teatro di prosa. Oltre a questo ci sono molti racconti in questo libro che sono completamente al di fuori dalla zona dello spettacolo e credo che il lettore ne resterà anche un po’ sorpreso. 

Sorprese? Cosa deve aspettarsi il lettore da questo libro? 

Qualche sorpresa sicuramente! Sorride e non anticipa nulla. Quelli che sono interessati a ricordarmi come personaggio televisivo e cinematografico avranno delle sorprese perché, leggendo il libro, si accorgeranno che ho fatto tante cose che non hanno niente a che vedere col mio lavoro di attore. Non aggiungo altro. 

Una carriera inattesa. Hai fatto altri lavori prima? 

Io ho fatto anche il check-in counter all’aeroporto di Linate quand’ero giovane; il mio primo lavoro che ho fatto due anni per i voli della Lufthansa, della British Airways e della Swiss Air. Ovviamente ho sempre mantenuto vivo, diciamo, il mio interesse per lo spettacolo in ogni momento. Erano tempi difficili, e bisognava cercare di andare avanti, era il dopoguerra, il cosiddetto dopoguerra. 

Qualche aneddoto particolare da raccontare? 

Ce ne sarebbero tantissimi ed è difficile scegliere… se pensi che ho fatto dieci anni di “convivenza” con Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Felice Andreasi e Bruno Lauzi. Quasi dieci anni gomito a gomito facendo spettacoli ogni sera insieme. Nel libro racconto numerosi episodi divertenti della nostra vita sul palco e dietro le quinte e penso che il lettore si divertirà a scoprire le tante facce dello spettacolo. 

Cosa invece ha stupito te, nella tua lunga carriera di successo? 

Penso che il successo ottenuto negli anni sessanta sia stato qualcosa del tutto imprevedibile da parte nostra che mai avremmo pensato di suscitare l’interesse di tutta Italia. Quando lavoravamo al Derby venivano a vederci da Roma, da ogni dove; tra il pubblico avevamo Alberto Sordi, Nino Manfredi, Lina Wertmüller, piuttosto che Mario Monicelli. Eravamo diventati un fenomeno nazionale, tutti noi, non soltanto io. 

Un evento che per te è stato particolarmente significativo nella tua carriera? 

Significativo è stato per esempio l’incontro con Ennio Fano, l’averlo conosciuto personalmente e aver recitato in una sua commedia nel ‘72 al Festival di Spoleto. Il titolo era “La conversazione continuamente interrotta”… è stata un’esperienza importantissima per me conoscere quel genio. 

Qualche rimpianto rispetto a qualcosa che non sei riuscito a fare? 

Non sono proprio rimpianti anche se diciamo che nel mucchio c’è sempre qualche situazione che uno avrebbe voluto affrontare diversamente. Io ho amato molto un autore inglese che si chiama Joe Orton, un famosissimo drammaturgo. Ecco, il mio rimpianto è di non essere mai riuscito a mettere in scena una sua commedia, a portarla in teatro. 

Mi racconti qualcosa del tuo rapporto con Renato Pozzetto, magari al di là del lavoro? 

Siamo cresciuti insieme, sin da neonati, perché i nostri genitori erano già amici prima che noi nascessimo, quindi immagina un po’! Sorride. Eravamo compagni di giochi dall’infanzia e abbiamo proseguito durante l’adolescenza fino alla maturità. La nostra è stata una vita in comune e mai ci saremmo aspettati di raggiungere un tale successo…evidentemente era destino! 

Quale attore o attrice, piuttosto che personaggio dello spettacolo, ti ha ispirato nella tua carriera, o ha rappresentato per te una sorta di mito? 

Nel passato ho avuto la fortuna di lavorare con un grande, mi piace definirlo un pezzo da novanta, un attore che è sempre stato per me un mito fin da ragazzino: Max Von Sydow. Sono riuscito a fare un film con lui, il mio primo film; un grande personaggio oltre che attore che mi ha preso sotto la sua ala sin dal primo giorno. Successivamente ricordo incontri molto divertenti e interessanti con Alberto Sordi, registri come Alberto Lattuada o Dino Risi che ha avuto la fortuna di frequentare. Questi sono i miei ricordi più vivi che ha. 

Nel presente ci sono personaggi che segui con interesse e apprezzamento? 

Oggi posso dire di essere molto amico di Aldo, Giovanni e Giacomo, di Antonio Albanese, Paolo Rossi… diciamo che sono il gruppo di attori che ho frequentato soprattutto nella mia seconda parte della mia vita. 

Sempre molta comicità. Quant’è importante sorridere oggi, essere ironici anche alla luce di tutto ciò che sta capitando nel mondo? 

Sarebbe importantissimo che ce l’avessero anche quei folli che stanno facendo la guerra e stanno ammazzando la gente buttando missili da tutte le parti. Purtroppo, evidentemente, quei signori non sanno nemmeno dove stia di casa, mentre personalmente credo sarebbe davvero importante! Per quanto riguarda noi “miseri tapini” che siamo sottoposti al loro volere, abbiamo soltanto un’arma: guardare la vita con occhi diversi, trovare un modo nostro e personale di guardare alle cose, reinventandocele, magari proprio sorridendo della stupidità umana. 

Ad inizio intervista hai parlato di un diario personale scritto per le tue figlie. Quanto è importante la famiglia nella propria vita e dunque anche nella propria carriera? 

Per quanto mi riguarda ho destinato molto della mia vita, e della mia umanità, ai giovani, alle mie quattro figlie che mi hanno sempre dato soddisfazioni e mai problemi. Per me è stata una grande fortuna! La famiglia è il motore della nostra vita sicuramente anche se a volte non ce ne accorgiamo. 

Cosa pensi dei giovani d’oggi? 

La mia ultima figlia ha 29 anni, quindi ho sottocchio anche una generazione lontanissima dalla mia. Ti rispondo sinceramente che ho una grande stima dei giovani di oggi, che si impegnano ad affrontare un futuro incerto come quello che abbiamo davanti. Questi ragazzi che vanno a lavorare all’estero, in Germania, in Inghilterra, in Australia alla ricerca di una realtà che magari qui non riescono a trovare. Si tratta di un grande dispendio di energie e i nostri governanti forse non se ne rendono abbastanza conto, mentre dovrebbero aiutare un po’ di più i nostri giovani. 

Quale consiglio daresti loro? 

Il mio pensiero è di seguire gli istinti che hanno nella scelta delle professioni, di non avere paura del futuro perché, come noi che arrivavamo dalla seconda guerra mondiale, siamo riusciti a combinare qualcosa, così ci riusciranno anche loro! I mezzi di oggi sono diversi, molto più sofisticati e anche più pericolosi se vogliamo, ma sono certo che i nostri giovani riusciranno a trovare una loro strada. 

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