Camillo Botticini con lo studio ARW che condivide con Matteo Facchinelli è oggi a livello europeo un importante attore nel quadro dell’architettura contemporanea. Con visioni avveniristiche ma anche etiche, fondate sul rispetto della persona, calata nei luoghi d’abitare, e quindi della vita, lo studio ha firmato progetti pubblici e privati pubblicati sulle più influenti riviste del globo. Camillo Botticini docente in Italia, Spagna e Regno Unito è stato vincitore del premio nazionale INARCH 2005, del premio speciale alla Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana 2012, candidato, nel 2007 e nel 2014, al premio Mies van Der Rohe, è con ARW oggi uno dei protagonisti delle trasformazioni architettoniche nella nostra città.

Camillo Botticini, Founding Partner ARW Associates
Qual è stato il grande punto di riferimento della tua vita? Sotto il profilo culturale, il tratto che ha caratterizzato la mia formazione, sicuramente è stato Sergio Crotti grande docente del Politecnico di Milano che ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale nel mio percorso. Lo incontrai al quarto anno di Università, divenni in seguito il suo assistente per ben dieci anni e intrapresi insieme a lui un dottorato di ricerca. La sua presenza e i suoi insegnamenti coinvolsero fortemente il mio percorso e tutt’oggi la nostra relazione si fonda ancora sul confronto e la condivisione. In seguito, tanti sono stati i riferimenti rivelatesi sostanziali, grandi maestri con cui ho avuto la fortuna di collaborare come Giandomenico Belotti ed anche il sodalizio con Francisco Mangado, architetto spagnolo tra i più importanti nel panorama internazionale che ha rappresentato in maniera piena il mondo dell’architettura iberica, il più importante laboratorio di idee e di progetti dell’ultimo quarantennio.
Quando e come hai capito che l’architettura avrebbe pervaso la tua vita? È avvenuto senza una precisa intenzionalità iniziale pur intuendo di avere una attitudine artistica. Svolsi nella mia formazione superiore, studi tecnici. Fu un viaggio in Francia, mentre stavo frequentando la facoltà di Architettura, ad accendere una autentica passione. Correva infatti il centenario della nascita di Le Corbusier, ed ebbi la possibilità di visitare molte sue opere e le principali rassegne a lui dedicate, a Parigi e Bordeaux. Per la prima volta capii realmente cosa fosse l’architettura intesa come spazio di libertà e creatività, qualcosa che potesse davvero andare al di là di una visione ordinaria dei luoghi di vita. Iniziai a comprenderne le potenzialità intrinseche all’architettura ed in quel momento decisi che sarei diventato un architetto progettista.
Quando hai capito invece di essere diventato un architetto? È stato grazie alla consapevolezza acquisita dopo i primi progetti realizzati che mi sono reso conto di saper controllare intenzionalmente gli elementi costruttivi, spaziali e formali di un’opera di comprendere il rapporto tra disegno e costruzione ma soprattutto essere in grado di tradurre un pensiero in una cosa concreta. Anche la mia vita privata si è confusa con quella professionale per cui ho sempre dedicato il mio tempo libero a viaggi nella ricerca e studio delle grandi opere di architettura. La carriera dei primi anni, mi consentì di maturare come architetto grazie ai sindaci del territorio che mi affidavano incarichi per la realizzazione di strutture pubbliche di piccole dimensioni. In un decennio firmai oltre una trentina di progetti imparando a superare notevoli complessità di gestione ed organizzazione, ma soprattutto a definire una linea poetica attraverso la sperimentazione continua. A quarant’anni, insieme al concorso per il Centro Natatorio di Mompiano, vinsi il premio come miglior giovane architetto italiano di Inarch, un riconoscimento che mi permise di lavorare nel contesto milanese, con progetti a scala più grande.

Esiste una tematica centrale che, come un fil rouge, unisce il tuo pensiero e le tue opere? Sì esiste, ed è stato proprio il tema centrale di una conferenza che ho tenuto qualche giorno fa presso l’Ordine degli Architetti di Bolzano. La poetica che abbraccia pensiero ed opere, e che condivido con Matteo Facchinelli ed il team di ARW (acronimo di Architectural Research Workshop), laboratorio di progettazione, ossia un contesto dove alla ricerca speculativa sull’abitare si unisce una pratica verso l’innovazione tecnologica e la sostenibilità ogni progetto. Dal punto di vista del metodo tutto ruota intorno alla capacità di progettare, insieme alle cose, lo spazio si trova tra le cose stesse. In questo senso per noi è fondamentale tanto lo spazio costruito quanto lo spazio aperto in particolare collettivo. Se analizziamo poi la ricerca puramente formale, esistono elementi che senza dubbio contraddistinguono la nostra poetica. Ad esempio la tendenza, come nelle sculture di Chillida a costruire architetture mono materiche, complesse e plastiche ma sempre in sintonia con i contesti in cui si collocano. Definiamo il nostro approccio “site-specific” per cui il progetto nasce da una profonda analisi dei suoi caratteri storici, spaziali materici ma anche sociali e culturali. Il progetto del Corridoio Unesco, ad esempio, nasce per collegare e aprire alla città di Brescia gli spazi museali connessi all’area archeologica. Questo è stato un esercizio progettuale silenzioso, integrato al contesto, finalizzato ad evidenziare i valori già presenti nel sito e la sua straordinaria stratificazione storico – monumentale. Il Teatro Borsoni, al contrario, lavora per ridefinire l’identità di un luogo che da ex industriale degradato vuole trasformarsi in uno spazio di socialità, diventando un landmark per il contesto in cui si colloca. Oggi è fondamentale apportare un significativo cambiamento, soprattutto in parti urbane in crisi, attraverso opere come questa seguendo una modalità sperimentata in molte città europee.
Qual è stato l’insegnamento più importante che hai ricevuto e quale quello che hai dato? L’insegnamento più importante l’ho avuto da mio padre, una persona profondamente onesta. L’onestà intellettuale come valore intrinseco alla vita, credo sia la virtù più importante. L’insegnamento invece che ho trasmesso ai miei allievi è sempre stato quello di agire con grande determinazione, credendo autenticamente in quello che si fa.
Durante la sua carriera, come detto prima, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio speciale Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana nel 2012 e il Primo Premio dell’Istituto Italiano di Architettura in/Arch-ance come miglior giovane architetto italiano nel 2006. Qual è il riconoscimento più importante nella sua vita? I premi costituiscono un riconoscimento importante che aggiungono energia nell’affrontare la faticosa pratica quotidiana. Oggi importante condividere con lo studio ARW la capacità di affrontare progetti che riguardano le grandi trasformazioni urbane. Questo non è solo un orgoglio per noi ma anche una grande responsabilità. Siamo impegnati su grandi progetti di social housing a Milano dove stiamo sviluppando tre nuovi quartieri che comprenderanno oltre alle residenze spazi pubblici e servizi, ma stiamo anche disegnando edifici pubblici come una nuova università di medicina vicino a Bari, il recupero delle caserme di Bergamo destinato a student housing ed all’estero progetti residenziali a Praga e a Tirana.
Il Teatro Borsoni realizzato in collaborazione con Brescia Infrastrutture è oggi un modello di architettura pubblicato sul-le riviste più autorevoli di settore. Qual è stata la vision che vi ha condotti a riconoscervi in un’opera così trasformista? La vision è stata elaborata con i tecnici dell’Amministrazione Comunale di Brescia che ha condiviso la strategia che abbiamo definito di “agopuntura urbana”, che attraverso interventi mirati di opere e spazi pubblici potesse attivare una riqualificazione ampia e complessa coinvolgendo operatori privati. Il teatro Borsoni ha rappresentato uno degli elementi più rilevanti di questa prima fase di cambiamento.
Tantissimi sono i progetti che portano la tua firma. In quale si riconosce maggiormente? Sicuramente la piccola palestra di Sarezzo, un progetto a cui sono particolarmente legato e che affrontai quasi venticinque anni fa. In tempi più recenti invece è stato il recupero dell’ex officina scuola della Pirelli alla Bicocca a Milano. Un progetto di ARW premiato come miglior progetto in Lombardia dell’In/Arch lo scorso anno. La struttura risalente agli anni ‘50 era firmata originariamente da Roberto Menghi. Qui importante è stato il lavoro di recupero ed ampliamento che ha restituito all’architettura una nuova identità rispettosa dell’esistente.

Qual è invece il progetto che ha dichiarato oggettivamente il tuo successo? Senza dubbio uno dei primi progetti che a soli trentacinque anni, insieme all’amico Giorgio Goffi decisi di seguire. Si trattava della progettazione di cinque alloggi dell’Aler siti in Castenedolo. Residenze che ebbero un successo, e dieci anni fa una villa a Lumezzane che venne pubblicata in tutto il mondo. Entrambe i progetti sono stati selezionati al premio europeo Mies Van der Rohe.
Un progetto in una grande città… Nell’immediato a cosa pensi? Ogni luogo, infatti, possiede le sue specifiche caratteristiche e sta a noi comprendere dapprima le esigenze per poter formulare la miglior risposta. A Praga, ad esempio, stiamo pensando ad una architettura che guardi al suo carattere gotico ma che esprima la contemporaneità dell’abitare oggi. A Tirana davanti al parco centrale stiamo sviluppando un grande progetto che lavora con la struttura del paesaggio e l’orizzonte del lago urbano. A breve sarà operativo lo studio di Parigi, li speriamo di far presto un progetto.
Il tuo sogno? Dopo aver progettato scuole, spazi pubblici, residenze private, biblioteche, teatri oggi il più grande sogno, che condivido peraltro con Matteo e lo straordinario team di ARW è quello di progettare un museo. Un desiderio in parte sfiorato e condiviso attraverso il progetto per la Vittoria Alata accolta dal nuovo allestimento partecipato con Juan Navarro Baldeweg. ARW inoltre sta crescendo con un team di eccellenti giovani architetti che gestiscono con noi i progetti e con le sedi di Milano e Parigi si apre ad una dimensione europea ed internazionale sempre più ampia. Poter progettare sempre più in mondi diversi è un sogno che sta diventando realtà!