Founder & CEO di Wolico, Founder di Kama.Sport, riconosciuto da Forbes tra i migliori talenti under 30 d’Italia nel 2022, l’eclettico imprenditore bresciano è stato inserito per la seconda volta nella “Best CEOs List” dell’anno. “Il tema secondo me è riuscire a concentrarsi e cercare di fare innovazione. L’intelligenza artificiale ci offre oggi delle carte stupende e sta a noi giocarcele. E ce le giocheremo!” Carlo Bertelli

Intervista a Carlo Bertelli, Founder di Kama.SportFounder & CEO di Wolico, Founder di Kama.Sport.
Mi racconti di cosa ti occupi? Fondamentalmente ci occupiamo di basi di dati, di esplorare il dato che di per sé è un elemento estremamente immateriale – o meglio descrive qualsiasi cosa dal punto vista numerico, dell’informazione della quantità e della qualità – e, con l’avvento del digitale, ha assunto la possibilità di descrivere in maniera efficace tutta una serie di realtà in cui viviamo. Nel 2017 ho iniziato a studiare Fisica e avevo dei progetti fondamentalmente legati al digitale, alla sharing economy che rappresentava un Mercato estremamente promettente come poi si è avverato. Amazon stesso non era come lo conosciamo oggi. Proprio quell’anno a Trento, dove studiavo, avevano organizzato con l’Università e la FIGC, una competizione in cui era possibile cimentarsi con i dati della tecnologia digitale per riuscire a tirar fuori qualcosa di innovativo. Io non sono mai stato un appassionato di calcio, né un grande esperto, lì però capii che dietro a quel mondo c’era un ecosistema incredibile di aziende, realtà e società tecnologiche. Era ciò che volevo fare. Già all’inizio del mio primo anno di Università mi accorsi che non avrei voluto fare il ricercatore, ma avrei preferito avere un impatto diverso, creare qualcosa di mio.
Come nasce Kama.Sport? Soprattutto in giovanissima età, quando non sai ancora chi sei e cosa vuoi fare, avere delle ambizioni ti può aiutare ad indirizzare questo “non sapere chi sei” verso qualcosa di utile. A giugno 2019 fondammo Kama.Sport con l’obiettivo di far comprendere in Italia che utilizzare i dati nel calcio era “figo”, cosa che prima non c’era. L’abbiamo fatto attraverso una sinergia molto forte, e un lavoro costante, nell’identificare un modello di business che fosse di fatto top-down; inizialmente andammo dagli allenatori di super peso, quelli che potevano contare, come Spalletti o Ancelotti. Alcuni diventarono clienti mentre altri no, ma comunque ci diedero la possibilità di avere un confronto e poter ricominciare a pianificare la nostra piattaforma e il servizio che volevamo portare sul Mercato. Fondamentalmente Kama.Sport ha trasformato molto in Italia il mondo del calcio.
Facciamo un passo indietro. Ti iscrivi alla triennale di Fisica all’Università di Trento, quali erano i tuoi obiettivi iniziali? Dopo il liceo banalmente il mio obiettivo era quello di non lavorare, la mia idea era di fare il filosofo che identificavo nella persona libera, che poteva ragionare sul Mondo, sul senso del Mondo… La filosofia tuttavia non mi sembrava efficace, così decisi di studiare Fisica per provare a comprendere più profondamente com’è fatta la materia, come funzioniamo. Pensa che sono sempre andato bene a scuola, a dire il vero benissimo nelle materie umanistiche, meno in quelle scientifiche, quindi restarono tutti colpiti dalla mia scelta di iscrivermi alla Facoltà di Fisica. Detto questo secondo me conta più quello che vuoi fare rispetto a ciò che sai fare, perché la volontà ti aiuta sempre a migliorare!
Come ti avvicini al mondo dei dati e del calcio? Partecipai ad un’iniziativa promossa dall’Università di Trento insieme alla FIGC, “Hackathon del Calcio Italiano”, una maratona di innovazione per favorire lo sviluppo tecnologico applicato alle esigenze del movimento calcistico. Era un evento a cui poteva partecipare chiunque, ma diciamo che io mi ritrovai nel posto giusto al momento giusto. Diciamo che era un evento assolutamente aperto, ma io ne venni a conoscenza proprio perché ero lì. Dopo l’evento, mentre ero in biblioteca a studiare – mi piace studiare da solo la sera, pensai di inviare qualche e-mail per proporre il mio progetto a grandi squadre come la Juventus, il Milan, eccetera. Compresi che c’era dell’interesse perché ricevetti subito delle risposte. Da lì a fondare la società passarono due anni, dal 2017 al 2019, il primo cliente arrivò a metà del 2020.

Hai compreso da subito che era un’idea promettente? Era un Mercato incredibile che forse non conoscevo abbastanza, ma compresi subito che c’era un forte interesse quando risposero subito alle mie mail; perché la Juventus dovrebbe risponderti e fissarti un appuntamento se non fosse interessata? Prima quando lavoravo nella sharing economy non rispondeva nessuno, forse perché a nessuno interessava ciò che potevi fare o stavi cercando di fare.
Quindi avevi identificato un’esigenza inespressa… La novità era quella di integrare i dati esistenti in un’unica soluzione, mentre prima c’erano tante soluzioni che avevano i loro dati. Integrare tutte le fonti dati possibili è stata la chiave che ci ha portato ad avere uno storytelling un po’ più aggressivo, un po’ più fresco rispetto a quello già esistente. Analytics dà grafici, statistiche, tabelle, la possibilità di trovare qualsiasi cosa tu cerchi; la possibilità di reperire informazioni in maniera quasi istantanea, un pò come fa Google.
Mi fai un esempio pratico di quello che si può chiedere a questo sistema? Ad esempio un allenatore di calcio può chiedere di visualizzare tutte le performance dei suoi giocatori integrando non solo i dati della partita, ma anche i dati fisici, i dati dell’allenamento o vedere come queste cose si mixano insieme. Questo serve per avere un quadro generale che può essere espresso in forma di grafico, di un’evoluzione temporale o una ragnatela, ecc…
Con quali squadre di calcio collaborate? Inizialmente abbiamo collaborato con l’Atalanta con cui abbiamo fatto vari progetti. Poi sono seguite altre realtà come il Sassuolo che è stato uno dei primi che ha adottato il sistema, fino all’accordo col Napoli, con Stefano Pioli e quindi con allenatori di altissimo spessore. L’accordo che ha cambiato il posizionamento di Kama.Sport è stato quello con la Lega Serie A, l’organizzazione più importante in Italia a livello sportivo, che naturalmente ci ha aperto le porte per lavorare potenzialmente con tutte le società calcistiche. Il tema è che questo è un mondo in cui sicuramente siamo entrati molto prepotentemente e siamo riusciti a garantirci una buona fetta di soddisfazioni!
Oltre al calcio, quanto è ampio il mondo dello sport? Quando studiavo ad Harvard un mio professore, Ricardo Hausmann, fu per me di grande ispirazione con la sua teoria dell’economia complessa, un concetto che mi sembrò assolutamente potente, seppure non ancora chiarissimo. Il concetto è di fatto che il fattore di crescita economica, sia per una start-up che per un’azienda come noi, dipende da quanto il prodotto che tu stai creando in quel settore è correlato, è linkato, e quindi scalabile in altri settori. Deve fungere da volano per mille altre iniziative. Se pensiamo in tal senso al mondo dello sport ci rendiamo conto di quanto sia vicino a tantissimi altri settori – io direi tutti, come le infrastrutture, il B2C, il mondo del retail, la pubblicità, l’intrattenimento, la sanità, l’educazione, la politica, la cultura, la società, la moda…
Siete potenzialmente aperti a tutti i settori? Tutte le nostre tecnologie, se ripianificate in maniera corretta, possono essere indirizzate verso altri settori o iniziative. Quello che sta facendo Wolico in questo momento, attraverso quella che poi è stata l’ondata dell’intelligenza artificiale – che aiuta le aziende ad esplorare i dati in maniera estremamente efficace, è costruire un progetto significativo per scalare le analisi dei dati in modo orizzontale su tutti i potenziali settori. Ad esempio un’azienda con cui abbiamo concluso recentemente un accordo di collaborazione opera nel settore della riabilitazione; in questo caso è sia sport che sanità, ma ti apre la possibilità di lavorare con gruppi che gestiscono farmacie, telemedicina, gruppi ospedalieri… Si tratta della possibilità di scalare l’analisi dei dati che prima facevamo con Kama.Sport in maniera verticale, in maniera orizzontale, andando ad integrarla con la potenza incredibile dell’intelligenza artificiale che riesce ad “addestrare” in maniera semplice ogni tipo d’informazione e renderla reperibile all’utente.
L’innovazione è indispensabile per la sopravvivenza del nostro Paese? In questo momento le aziende stanno veramente comprendendo per la prima volta che devono integrare l’intelligenza artificiale non solo se vogliono crescere, ma se vogliono sopravvivere. L’intelligenza artificiale è uno strumento talmente potente che deve essere utilizzato; chi non lo farà rischia di perdere tantissimo di competitività verso le aziende che invece la utilizzano. Per fare questo però le aziende hanno bisogno di sedimentare e di utilizzare in maniera corretta le informazioni che hanno già ed è questa l’idea a cui il Team di Wolico lavora. Stiamo collaborando al fine di creare un prodotto che sia perfetto per le aziende, per poter creare una loro libreria dove ci sia la possibilità di inserire le loro informazioni private e, allo stesso tempo, dare la possibilità di essere integrati all’interno di una community di data provider. Ogni singolo provider diventa una sorta di libro che tu hai acquistato e che puoi esplorare in maniera verticale per sapere esattamente quello che ti interessa. Nella nostra visione si tratta di creare una community di aziende che contribuiscano ciascuna con il proprio know-how.
Quanto è importante la salvaguardia del patrimonio aziendale? Noi aiutiamo le aziende soprattutto a sedimentare tutto ciò che viene detto e fatto dalle persone attraverso una memoria che poi rimane all’interno delle aziende e ne crea il vero patrimonio. L’idea è di creare il cervello delle aziende, dare in mano alle aziende per la prima volta un cervello funzionante che possa parlare ed essere utilizzato per compiere delle azioni. Questo cervello rappresenta l’intelligenza collettiva di un’organizzazione che sia composta da due, tre, venti o mille persone. L’importante è riuscire ad avere un assistente che possa aiutare a prendere delle ottime decisioni, evitare di fare del lavoro inutile, che possa aiutare a trovare immediatamente il materiale di cui si ha bisogno, ecc… È una rivoluzione possibilissima da realizzare sul piano tecnologico, quindi è importante farla in Italia in questo momento coinvolgendo le aziende, soprattutto quelle un po’ più strutturate che hanno la possibilità di avere già molti dati a disposizione. Prima di parlare di intelligenza artificiale è necessario parlare di analisi di dati, pulire, gestire e organizzare i dati esistenti per poi procedere con l’innovazione.
Hai riscontrato resistenze o difficoltà da parte delle aziende del territorio? Io vedo che c’è molta ambizione nel fare, la risposta delle aziende è stata estremamente positiva forse anche a fronte di quest’ondata legata all’intelligenza artificiale che in Italia ha aperto le orecchie a tante aziende. Io personalmente ho riscontrato la massima apertura da parte delle più importanti aziende. Gli strumenti che abbiamo a disposizione per cambiare e fare innovazione sono davvero tantissimi e penso che proprio il carattere italiano, che ha un’incredibile creatività innata, permetterà al nostro Paese di emergere ancora di più per creare innovazione che poi è il vero asset, ciò che cambia profondamente un’azienda.
Quali sono i prossimi passi di Wolico? In ultima battuta quello che ci piace raccontare come Wolico è che stiamo lavorando a livello di divisione e di missione sul futuro che per noi è sempre “AI” che non significa solo “intelligenza artificiale”, ma si intende “Augmented Intelligence” cioè l’intelligenza aumentata. Si tratta di qualcosa di un pò diverso rispetto all’intelligenza artificiale perché riguarda specificatamente quegli strumenti di intelligenza artificiale che si connettono per potenziare la capacità umana. Quindi c’è tutto un tema relativo all’umanizzazione della tecnologia e viceversa, di uomini che si stanno sempre più avvicinando a diventare parte della tecnologia circostante. C’è un mix che secondo noi, a livello di intelligenza aumentata, rappresenta il futuro e potrà diventare un mega trend con un impatto incredibile sul nostro modo di vivere, così com’è stato in un passato recente per i social.
Non ti spaventa un po’ questo salto enorme verso il futuro tecnologico? Non sono in grado di dire e di preoccuparmi del problema dell’intelligenza artificiale perché è troppo grande per tutti noi e sarebbe solo speculazione. Io penso che sia veramente un’opportunità e di certo non si torna indietro, per cui va affrontata e va affrontata bene. Io credo che la tecnologia di per sé faccia sempre uscire quello che, nel bene e nel male, è l’animo umano e quindi si parla più di animo umano che di tecnologia in sé.
Cosa significa essere responsabile di una realtà così importante, essere riconosciuto da Forbes come uno dei migliori talenti italiani under 30? Tanto orgoglio, davvero. Credo che il percorso che abbiamo fatto sia davvero straordinario di per sé, proprio per quello che rappresenta… detto questo, è vero che si attribuisce alla persona che magari va in copertina il merito, tuttavia il mio obiettivo più profondo e il mio effort più grande è quello di riuscire a creare un team, una community molto stretta che possa lavorare per riuscire a fare innovazione. Tutto ciò che deve fare una comunità, un’azienda o un gruppo di di persone, è sperimentare, avere la giusta flessibilità per fare degli errori e poi avere il talento sufficiente per trasformarli in successi. Sicuramente è bellissimo poter arrivare a più persone possibili, ai giovani, a chi vuole fare impresa o a chiunque legga queste storie e ne sia ispirato come lo sono stato io da Mark Zuckerberg da lontano. Poi ognuno cerca la sua strada e trova la sua strada. Quello di cui sono certo è che bisogna imparare a lavorare sempre di più mettendo competenze diverse; la mia più grande responsabilità è quella di riuscire a mettere al tavolo le migliori persone possibili per ragionare su cosa fare per cambiare e per migliorare.
Il capitale umano fa la differenza? Totalmente. Il capitale umano è l’unica cosa che conta, è l’unica cosa! Trovare persone che capiscano e che abbraccino una visione non è facile, così come non lo è comprendere un’idea. Tanti ti dicono che hai avuto una grande idea, ma quanti la capiscono profondamente? Ci vuole competenza. Quante persone quando gli hanno prospettato Facebook hanno pensato: “ma cosa mi stanno raccontando”? Tutte le volte che si parla di idee o di visioni bisogna essere in grado di capire che noi non abbiamo le chiavi dell’interpretazione di quello che potrà essere il futuro; oggi parliamo di intelligenza artificiale quando fino a tre anni fa neanche sapevamo cosa fosse. Per dire. Ma perché il capitale umano è così importante? Perché quando un capitale umano si trova insieme sposa innanzitutto un’idea e sposarla significa che ci sono tutti quegli elementi che hanno permesso a queste persone di dire: “faccio un sacrificio!”. Perché quando si crea qualcosa di nuovo è sempre difficilissimo.
Quali sono le caratteristiche necessarie per raggiungere un traguardo importante? Il primo elemento è di certo il coraggio; il secondo è il fatto che poi diventa faticoso, soprattutto nelle prime fasi, e il terzo aspetto secondo me è il mantenere la flessibilità. Non solo essere coraggiosi e perseveranti, ma mantenere una sufficiente flessibilità per riuscire ad ammettere che, se anche abbiamo le idee, non abbiamo le chiavi per interpretare il mondo. Questo significa avere un’apertura mentale che ti permetta di “fare pivot” e cambiare velocemente. Questa flessibilità è il terzo elemento e probabilmente ce ne sono altri dieci perché non è sempre vero che sono tre le cose importanti. L’unica certezza è che è rarissimo e non soltanto a Brescia, a Bergamo, in Italia o nel mondo, è rarissimo trovare persone che di base abbiano tutti questi tre elementi e senza queste persone le start-up non andrebbero da nessuna parte. Detto questo non servono solo più investitori, ma servono più aziende disponibili a lavorare con le start-up, ergo, servono aziende disposte ad investire micro budget verso l’innovazione… Il coraggio è quello che fa la differenza! Perché le start-up sbagliano, magari pensano di farcela velocemente e poi impiegano più tempo, c’è bisogno di essere flessibili e dare una certa continuità.
Un sentimento come la paura ti attraversa ogni tanto? Tutti i giorni. E si va avanti, non ci sono alternative.
Cosa ti aiuta quando hai paura? Il fatto di non avere alternative! Non devi partire pensando già ad un piano B, un piano C, eccetera… è uno sforzo che è meglio mettere nel piano A. Per fare innovazione abbiamo bisogno del miglior team possibile, per creare la migliore idea e avere la possibilità di collaborare con le aziende. Io non credo nel creare i prodotti “in garage” e poi portarli sul Mercato, io credo che bisogna lavorare con le aziende per costruire insieme il prodotto. Non serve lavorare per un anno su un prodotto e poi presentarlo, serve trovare i clienti giusti che abbiano la flessibilità per farti lavorare in maniera continuativa al prodotto con la visione che tu vuoi compiere. Questo è il nostro lavoro.
Parlavi di ispirazione per i giovani, ma non pensi che sia difficile pensare ad una realtà tanto importante e, in qualche modo, distante? Non siamo grandi per niente, grandi sono le nostre ambizioni e quello che vogliamo fare. Il Mercato secondo me ci dà la possibilità di sognare, perché evidentemente sta trainando in maniera allucinante, per cui è giusto provarci e non avere piani B, C, D o E. Portare avanti un’idea innovativa è una sorta di vocazione, una cosa che è più forte di qualsiasi logica e rientra nel campo più della Fede che della scienza. È veramente una cosa che ti chiama e che ti apre puramente alle tue emozioni. Se vivi una start-up, con tutte le difficoltà connesse, come fosse un lavoro, diventa riduttivo: devi viverlo come se stessi facendo sempre qualcosa di importante.
Una bella chiacchierata sulla tua carriera, ma se ti chiedessi cosa ne è stato del “ragazzo che voleva studiare filosofia”? Credo che ciò che ti ho detto sia per me la cosa più personale, magari lo non sembra, ma è super personale nel senso che la cosa più bella è condividere con la famiglia. E questa è una famiglia. Quando parli di idee o di progetti stai mettendo il tuo cuore sul piatto, non è solo un business plan, tu stai mettendo le tue aspirazioni, quello che è la tua interpretazione del mondo, quello che vedi, quello che senti e fai… È tutto un ecosistema che è molto privato dal mio punto di vista. Per quanto riguarda la carriera e la tua definizione di “manager”, io non mi sento per niente un manager, mi reputo una persona che fa impresa con tutte le difficoltà del fare impresa in Italia, in maniera coraggiosa e basta. Poi non sono io la persona più brava ad organizzare o pianificare il lavoro, per quello ci sono persone più brave di me. Io amo ragionare sulle idee e in questo senso mi piace ancora far uscire quella persona che era “il ragazzo che voleva fare filosofia”…