Carlotto Pasini: ferro, ardore ed empatia


La Feralpi dalla Valle Sabbia a Riesa in Germania, nel cuore dell’Europa unita, passando per Lonato e Calvisano. “Cent’anni con Carlotto”, il libro di Luciano Costa dedicato alla memoria del fondatore (1924-1983) della Feralpi di Lonato, un gruppo bresciano originario di Odolo divenuto leader della siderurgia italiana e tra i protagonisti dell’acciaio tedesco e europeo.

L’epoca, e l’epica, della grande età fordista.

Nomen omen – il destino è nel nome – poiché già in quell’inusuale e singolare appellativo di “Carlotto”, più bonariamente vezzeggiativo che  non accrescitivo o diminutivo, c’era non tanto una predestinazione quanto una specificità pari al gradimento della persona che lo portava. Gradimento che avrebbe reso Carlotto Pasini indimenticabile a tutti coloro che, avendone conosciuto e apprezzato le qualità umane e le doti professionali,  ne avevano compianto la prematura scomparsa nel 1983, a sessant’anni non ancora compiuti, nel pieno di una poderosa crescita aziendale. Del resto, diceva lui, “Carlotto è qualcosa in più di Carlo e molto in più di Carlino, cioè un bel modo per sottolineare che quello chiamato così sono proprio io e non uno dei tanti Carlo in circolazione”. Non solo ma anche per questo, oltre che per altre cose di cui diremo, ha lasciato il segno da Odolo a Lonato a Calvisano, le tre tappe principali di una vicenda imprenditoriale cresciuta poi a livello europeo, Germania in particolare, con l’apporto della moglie Lidia Camilla Savoldi e dei quattro figli Maria Giulia, Giuseppe, Giovanni e Cesare.

Carlotto Pasini ha impersonato l’epoca e l’epica del lavoro industriale della grande età fordista, il ferro, unita all’etica dei valori morali e alla prassi degli interessi aziendali; ha incarnato il fervore anzi l’”ardore” del saper fare insieme  al pudore nel far sapere; ha rappresentato il coraggio della passione e la costanza della ragione nella coscienza della missione. Quella di contribuire  — con la propria famiglia e soci storici odolesi quali Giovanni e Dante Tolettini e Faustino Leali, e con tecnici siderurgici del calibro di Giacomo Fantinelli —  alla creazione del “nuovo che avanza”. Una innovazione destinata a cambiare la storia dell’industria  siderurgica di Odolo e della Val Sabbia, come del giovane Carlotto ebbe a dire con preveggente intuizione, nei lontani anni Sessanta del secolo scorso, Alessio Pasini, patriarca della allora nascente siderurgia odolese, magna pars insieme a Nave della poi vincente e tuttora competitiva siderurgia bresciana. 

Brescia, detto per inciso per chi ancora non avesse fatto mente locale, è una provincia che in montagna fa il ferro, in pianura fa il latte, in collina lo spumante, sui laghi il turismo e in città commercio e servizi. Una lettura forse un pò datata in tempi di Intelligenza Artificiale e bisognosa di opportuni aggiornamenti, eppure ancora valida per spiegarne le radici storiche e il DNA  di una vocazione produttiva e manifatturiera rimasta provvidenzialmente tale anche in tempi di rivoluzione digitale. Carlotto Pasini era figlio e insieme fautore di tale cultura del fare, una passione durata tutta la vita.

“LA MEMORIA NON E’ LA CONSERVAZIONE DELLE CENERI MA LA SALVAGUARDIA DEL FUOCO”. ALLA LUCE DELLA VITA E DELL’ESEMPIO DI IMPRENDITORI COME  CARLOTTO PASINI, LO SPLENDIDO AFORISMA DI GUSTAV MAHLER ANDREBBE RIVISITATO E REINTERPRETATO NEL MODO SEGUENTE: LA MEMORIA DEL PASSATO NON SERVE SE NON AIUTA LA COSCIENZA DEL PRESENTE A COSTRUIRE LA SPERANZA NEL FUTURO.   

Carlino Nicola Pasini, Carlotto per tutti, era la personificazione, non solo mentale ma anche fisica, dell’ottimismo della volontà e del realismo – non pessimismo –  dell’intelligenza, poiché a nessuno più di lui la parola pessimismo era estranea. Come molti “self made man” della sua generazione   — era nato a Odolo nel 1924 formandosi nella “fusina” del padre Giuseppe scomparso quando Carlotto aveva quindici anni — che hanno forgiato lo sviluppo massivo e molecolare della seconda metà del Novecento da cui è nata l’Italia moderna, fece cose straordinarie. Quasi incredibili se riferite alle poche risorse e agli scarsi mezzi di allora, ma con la ferrigna convinzione e la granitica determinazione di chi sa inventarle e realizzarle avvolte e addolcite da un’aura di contagiosa empatia. Per dire che era non solo un trascinatore dotato di un vitalismo entusiasta e coinvolgente ma anche un uomo che  faceva tutto seriamente senza prendersi troppo sul serio, cioè senza farlo pesare. Basta osservare la ricca messe di foto dell’album di famiglia che corredano e completano  il ponderoso contenuto del libro di Costa per capire come la Feralpi –  trasferita a Lonato nel 1968 e passata alla moglie, Lidia Camilla Savoldi, e ai quattro figli alla scomparsa del fondatore non ancora sessantenne nel 1983 – sia diventata una lezione di vita, non solo d’impresa, la cui istruttiva esperienza ed esemplare evidenza si possono riassumere in una sola sintesi. Le forze produttive  (imprenditori, innovatori e lavoratori) sono sempre oggettivamente, anche senza volerlo soggettivamente, economicamente propulsive e socialmente progressive. Lezione che insieme a un altro corollario mi sovviene ogni volta che penso a Carlotto Pasini, da quando lo incontrai nel lontano marzo 1981 insieme a Giovanni Bazoli e Giacomo Mosconi, a San Zeno Naviglio all’inaugurazione della Seta di Oddino Pietra, presente tutta l’arrembante comunità sidermetallurgica bresciana. L’azienda – gli dissi – non è un’opera pia, che antepone il bene altrui a quello proprio, ma è un’opera buona, poiché facendo il bene proprio fa anche quello altrui. “Certo, ma lei dimentica una cosa”. Quale? “Fare il bene proprio è giusto ma non basta”. In che senso? “Occorre fare bene il bene proprio, è così che si fa anche il bene altrui”, aggiunse. Aveva ragione. A un’impresa, per fare il bene altrui, ossia della comunità in cui opera, non basta fare il bene proprio. Occorre farlo bene. L’azienda, dunque, è già in sè un’opera buona, ma lo è in modo corretto e completo quando riesce a fare bene il bene proprio. E cos’è questa se non una declinazione”olivettiana” della responsabilità sociale dell’impresa  di cui si parla oggi a proposito della sostenibilità? Si dimentica che l’etica è la fonte di energia più rinnovabile, ma per essere sostenibile deve diventare sempre più responsabile. Un costo che non sempre “conviene”, poiché se fosse conveniente tutti saremmo etici, e un must che non deve essere abusato poiché l’etica, cioè l’essere, a forza di parlarne può diventare un’estetica, cioè un apparire. E Carlotto non abusava mai della parola etica, anzi, la pronunciava in modo parsimonioso e con pudore, sapendo che le cose serie, e più ancora le parole che le esprimono, vanno maneggiate con cura.            

“CRESCERE E PRODURRE NEL RISPETTO DELL’UOMO 

E DELL’AMBIENTE”

E’ dalla somma delle premesse di cui sopra, non solo manageriali ma anche socioculturali, che nasce la mission etico-economica concepita, coniata e attuata  da Carlotto Pasini come logo aziendale fin dal 1968, ossia dagli albori dell’impresa a Lonato:  “Crescere e produrre nel rispetto dell’uomo”. Mission aziendale concretamente cogente e cosciente, più che un suadente slogan promozionale, nel senso di un canone aggiornato e applicato come metodo distintivo e predittivo, per non dire prescrittivo e pure esclusivo della Feralpi in quanto caso nel panorama siderurgico nazionale. Un esempio riuscito a conciliare con successo profitto gestionale e welfare aziendale fino ai recenti esiti sul piano della complessa e corretta,  e costosa, applicazione dei criteri ESG (Enviroment Social Governance)  secondo l’acronimo inglese. Tradotto, corrisponde alla attuale sostenibilità economica, sociale e ambientale. Mission avanzata, il “Crescere e produrre nel rispetto dell’uomo”, ma ancora insufficiente a rappresentare completamente e iconicamente la vocazione ecologico-ambientale e l’integrazione socio-territoriale della Feralpi. Tanto che negli anni dieci dei Duemila, su proposta di chi scrive, il presidente Giuseppe Pasini – amministratore delegato fin dalla giovanissima età di 22 anni ossia da quando, all’indomani della morte del padre nel 1983, prese nelle sue mani le sorti dell’azienda con la costante presenza  e il determinante appoggio della madre – decise di completare il logo nella attuale versione: “Crescere e produrre nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente”. Rispecchiando così fedelmente e integralmente la filosofia aziendale tramandata dal padre.

FAMIGLIA E AZIENDA UNITE NELLA LOTTA

Ma la storia della Feralpi come scritta e descritta nel libro di Luciano Costa secondo la duplice narrazione di appassionante sviluppo aziendale e vibrante vicenda familiare, è un’avventura a dir poco avvincente che si dispiega in due connesse cronistorie: dalla fondazione alla morte del fondatore e da questa alla genesi della leadership italiana e internazionale ad opera di Giuseppe Pasini e dei fratelli Giovanni, Cesare e Maria Giulia. Prodromico e propedeutico alla maturità lonatese è il periodo odolese, ossia l’infanzia e l’adolescenza di Carlotto e poi la giovinezza vissuta con la madre Giulia e la moglie, Lidia Camilla Savoldi, consorte impegnata e solidale nella conduzione familiare quanto informata e puntuale in quella aziendale. Se c’è una conferma pertinente, ancorchè simbolicamente non solo apparente, di quel periodo,  sono le foto di Carlotto e Camilla. Una plastica testimonianza dei migliori anni della nostra vita, almeno per la nostra generazione, quella dei “BOOMERS” che negli anni Sessanta e Settanta del Novecento ha vissuto il periodo più bello e fortunato di tutto il secolo. Gli anni del boom economico, della crescita, dello sviluppo e della piena occupazione, l’età fordista delle grandi speranze e delle alte e ardite aspettative, l’epoca delle totalità ideologiche rassicuranti e onnicomprensive che infondevano certezze valoriali e legittimazioni morali alle scelte esistenziali. Certo fu l’era della guerra fredda ma anche della coesistenza pacifica  mondiale garantita dal bipolarismo biunivoco tra Ovest e Est e dall’equilibrio strategico tra i due blocchi. L’età del lavoro, del benessere, della pace planetaria pur nel proliferare dei conflitti regionali. L’età che ha creato le premesse per il superamento degli Stati-nazione e dei protezionismi economici anticamera dei nazionalismi politici oggi spacciati per sovranismi populistici. L’era della globalizzazione dello scambio come unica alternativa concreta e fattibile alla planetizzazione della guerra. L’epoca che ha gettato le premesse dell’unità europea, prima con la Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, poi col Mercato comune, poi ancora con l’Unione europea (oggi monca e mutilata poiché ancora priva del suo sbocco politico e statuale, federale o confederale). La generazione di  Carlotto Pasini, che aveva visto e vissuto la guerra e le sue devastazioni, è stata nei fatti e nelle opere causa e insieme effetto di tale nuova temperie. C’è una foto, emblematica per la sua fascinazione, nella quale tali sentimenti e sensazioni sono stampati sul volto sereno e sorridente di una giovane coppia, Carlotto e Camilla, aperta alla vita con i quattro figli e al futuro  con la simbiosi tra famiglia e impresa.                    

UMANESIMO INDUSTRIALE

OLIVETTIANO PER ISTINTO, 

UN CATTOLICO E CALVINISTA OSSIA

UN CATTOCALVINISTA  IN VERSIONE BRESCIANA

Anche Carlotto Pasini, come molti imprenditori della sua terra e del suo tempo, è stato a modo suo l’incarnazione del “cattocalvinismo olivettiano”,  un apparente ossimoro ma, se considerato nella specifica variante bresciana, un mix  inedito e in parte  ancora incognito e insondato tra etica cattolica e spirito del capitalismo. Se Max Weber fosse nato a Odolo, a Casto, a Gardone VT o a Lumezzane,  al posto del celeberrimo  “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” avrebbe scritto “L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo”, destinato forse a diventare ancora più celebre in quanto più atipico e quindi originale del modello tedesco.

PRIMA DA ODOLO A LONATO POI DA LONATO A CALVISANO E NEL 1992 DA CALVISANO A RIESA IN SASSONIA NEL CUORE DELL’EUROPA UNITA. CARLOTTO NON C’ERA PIU’ MA SE CI FOSSE STATO AVREBBE ASCOLTATO CON MOTIVATO ORGOGLIO LE PAROLE RIVOLTE DAL SINDACO DI RIESA ALLA VEDOVA E AI SUOI FIGLI  NELLA RICORRENZA DEL 2002, DECENNALE DELLA  RINASCITA  DELLA ESF AD OPERA DEI PASINI. L’ACCIAIERIA  SUL FIUME ELBA  NEI PRESSI DI DRESDA E A POCA DISTANZA DAL PUNTO IN CUI SI SVOLSE LO STORICO ABBRACCIO TRA L’ESERCITO ANGLOAMERICANO E QUELLO SOVIETICO VINCITORI SUL NAZISMO. PER DIRE CHE, NELLO STESSO PUNTO IN CUI ERA PASSATA LA GRANDE STORIA, MEZZO SECOLO DOPO PASSAVA LA CRONACA DI UNA NUOVA OPEROSA E CORAGGIOSA  PAGINA GRAZIE AI BRESCIANI DELLA FERALPI. SIGNOR PASINI – DISSE IL SINDACO DI RIESA IN QUEL FRANGENTE – LEI è STATO UNA BENEDIZIONE PER LA NOSTRA COMUNITÁ. Parole scontate, si può pensare visto il merito evidente  acquisito dai Pasini con il recupero e rilancio della storico kombinat  siderurgico della ex Germania orientale, ma il fatto che fosse un tedesco a ringraziare un italiano e non il contrario, come quasi sempre avvenuto sino ad allora, la dice lunga sulla eccezionalità dell’evento. Fiducia positivamente riposta e ampiamente ripagata, quella degli abitanti di Riesa, poiché la ESF  è diventata un patrimonio sociale permanente della cittadina sassone e un esempio di riuscita delocalizzazione che nella fattispecie è diventata internazionalizzazione.                          

INVESTIRE  NELLA  EX  GERMANIA DELL’EST  ALL’INDOMANI DEL CROLLO DEL MURO DI BERLINO, INFATTI, ERA PIU’ DIFFICILE CHE ANDARE SULLA LUNA. LA FERALPI L’HA FATTO ANDANDO IN SASSONIA NEL 1991 PER RISANARE E RILANCIARE UNA VECCHIA ACCIAIERIA DEL DEFUNTO REGIME COMUNISTA. CARLOTTO NON HA FATTO IN TEMPO A VEDERE I TALENTI LASCIATI ALLA MOGLIE E AI FIGLI MOLTIPLICATI DAL LORO TALENTO E DA QUELLO DEI COLLABORATORI E LAVORATORI.  MA CHI C’ERA, COME IL SOTTOSCRITTO, ANCHE SE ESTERNO MA NON ESTRANEO A QUEI FATTI  HA VISTO  RISULTATI  FATICATI MA TANGIBILI CORONARE E PREMIARE IL RISCHIO DELL’INTRAPRESA. CIO’ PERCHE’, COME  DICE GIOVANNI BAZOLI NELLA PREFAZIONE AL LIBRO DI COSTA, CHI NON SA RISCHIARE NON PUO’ DIRSI UN VERO IMPRENDITORE.  IL PROFITTO E’ LA GIUSTIFICAZIONE MORALE, PRIMA ANCORA CHE ECONOMICA, DEL RISCHIO. NON E’ SOLO CALVINISMO, E’ QUALCOSA DI PIU’ E DI DIVERSO.  E’, GIOVA RIPETERLO COME CHIAVE DI LETTURA,  CATTOCALVINISMO, OSSIA UN INEDITO MIX TRA ETICA CATTOLICA E SPIRITO DEL CAPITALISMO DI CUI CARLOTTO PASINI E’ STATO UN ARCHETIPO MA SENZA ALCUNA PRESUNZIONE DI ESSERE TALE. UN ISTINTO OLIVETTIANO TRAPIANTATO IN TERRA BRESCIANA. CON UNA DIFFERENZA. FARE COME OLIVETTI  NELLA NASCENTE SIDERURGIA DI ODOLO E LONATO ERA ASSAI PIU’ DIFFICILE CHE FARLO NELLA  AVANZATA E SOFISTICATA MECCANICA DI IVREA.               

NEL NOME DEL PADRE E NEL SOLCO DI CARLOTTO LE SFIDE GLOBALI DEL FUTURO NON SOLO ECONOMICHE E INDUSTRIALI MA ANCHE ETICHE E CULTURALI. 

Parlare di sfide del futuro è il modo cui si ricorre solitamente per concludere  le storie del passato. Ci sono uomini destinati a tracciare il solco come ci sono quelli chiamati a coltivarlo. Carlotto non aveva la pretesa di tracciare solchi. Aveva umiltà  nel lasciare esempi e nel dare consigli. L’umiltà, per inciso, potrebbe essere annoverata come quarta virtù teologale dopo fede, speranza e carità, come insegna l’eredità morale di Pasini.  Una virtù che indica come i consigli si danno, gli esempi si fanno; i primi si predicano, i secondi si praticano. I fratelli Pasini sono fortunati poiché hanno avuto in famiglia esempi grazie ai quali la memoria del passato è diventata coscienza del presente e questa speranza nel futuro. Dovrebbe essere così non solo per le cellule familiari ma anche per le comunità economiche, politiche, sociali e culturali. Comunità fondate sull’economia come motore, la politica come vettore, la cultura come valore, l’etica come sensore. Ossia interessi, idee, ideali e valori. Vale a dire profitto, consenso, merito e servizio. Carlotto e Camilla hanno seminato e sedimentato all’interno del perimetro tracciato da questi quattro punti cardinali. Nella convinzione che interessi e valori devono andare di pari passo, poiché gli interessi senza valori sono miopi, i valori senza interessi sono presbiti, per il fatto che i primi vedono le cose vicine ma non quelle lontane mentre i secondi vedono le cose lontane ma non quelle vicine. Famiglia e impresa assolvono pienamente alla loro funzione quando riescono a coniugare in un solo momento interessi aziendali, idee culturali, ideali sociali, valori morali.Tali sono le forze autenticamente produttive, come insegna la vita di Carlotto Pasini e degli imprenditori, innovatori e lavoratori che facendo bene il bene proprio hanno fatto e fanno anche quello altrui, vale a dire del territorio fecondato dalle imprese in cui operano. Non si tratta di coltivare ideali, utopie generative di improbabili quanto astratti modelli aziendali. Si tratta di operare per prevenire possibili distopie degenerative, come dimostra la casistica geopolitica contemporanea. L’intelligenza artificiale non sarà in grado di surrogare l’intelligenza naturale se questa abdica alle proprie funzioni. Interessi, idee, ideali e valori devono andare di pari passo, procedere insieme: uniti sono vincenti, divisi sono perdenti. E il collante più efficace che può tenere insieme tali addendi è l’etica.Poichè l’etica è la fonte di energia più rinnovabile, ma affinchè sia sostenibile occorre diventi sempre più responsabile. La vita e l’opera di Carlotto Pasini ne sono una conferma.

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