Il settore delle costruzioni è il gigante che plasma il nostro mondo, ma che ne sta anche esaurendo le risorse. I numeri sono allarmanti: l’edilizia è responsabile di quasi il 40% delle emissioni globali di CO2 e genera circa un terzo di tutti i rifiuti solidi del pianeta. Ripensare il modo in cui concepiamo e costruiamo i nostri spazi non è più una scelta, ma un’emergenza ineludibile. “La vera sfida oggi non è solo inquinare meno, ma rovesciare del tutto il sistema” ci racconta Chiara Dognini, Architetto con un Dottorato in Ingegneria Meccanica e Industriale “dobbiamo abbandonare la logica dell’estrazione e dello sfruttamento delle materie prime, per abbracciare quella della crescita e della rigenerazione. In altre parole: smettere di scavare le montagne per trovare materiali e iniziare, letteralmente, a coltivarli”. Una sfida raccolta dalla professionista bresciana che ha deciso di mettersi in prima linea. Il suo lavoro, che fonde rigorosa ricerca scientifica, sensibilità per il design e una spiccata vocazione all’innovazione, punta a ridefinire radicalmente l’edilizia del futuro trasformando gli scarti in nuova materia viva. Smettere di estrarre e iniziare a coltivare i materiali da costruzione è l’importante progetto bresciano pronto a trasformarsi in impresa.
A cura di Paola Rivetta

I tuoi studi, dal Politecnico di Milano a Londra fino al Dottorato all’Università di Brescia, hanno forgiato la professionista di oggi. Quali sono stati i passi più significativi del tuo percorso? Il mio percorso parte dal Politecnico di Milano, dove ho conseguito una laurea triennale in Architettura, per poi proseguire con una magistrale alla The London School of Architecture. Il programma londinese aveva un format del tutto particolare ed estremamente immersivo: durante il primo anno, oltre a seguire i corsi tenuti ogni settimana in diversi studi di architettura, ingegneria o innovazione, lavoravo già come architetto. In quel periodo ho avuto l’opportunità di lavorare per Grimshaw Architects, uno studio prestigioso e internazionale. Era un ambiente incredibile e super stimolante, ma intimamente mi rendevo conto che mi mancava qualcosa; sentivo che non era attraverso quei canali che avrei trovato il mio modo personale di contribuire alla rivoluzione di un futuro più sostenibile. Il vero punto di rottura, però, è arrivato durante una lecture di Paloma Gormley, co-direttrice di Material Cultures, uno studio pionieristico nella ricerca di materiali costruttivi alternativi. Ascoltando la sua visione ho avuto una sorta di epifania: l’architettura, prima ancora di essere forma, calcolo o spazio, è essenzialmente materia. Se vogliamo cambiare l’impatto delle nostre città, dobbiamo cambiare la sostanza di cui sono fatte. Alla fine dell’incontro le chiesi apertamente quale fosse, secondo lei, il materiale destinato a riscrivere il futuro dell’edilizia. La sua risposta fu tanto spiazzante quanto folgorante: “I funghi sono il futuro”. Da quel momento è iniziato il mio vero percorso. Mi sono laureata con la tesi MYCO-CITY, il progetto di una cittadella industriale formata da biomateriali. La struttura era divisa in due aree interconnesse a ciclo chiuso: la trasformazione dello scarto urbano per la coltivazione dei funghi e la successiva produzione di mattoni in biomateriali. Mentre lavoravo a questo progetto, ho iniziato a contattare e intervistare i primissimi pionieri, soprattutto negli Stati Uniti, che già parlavano di biomateriali a base di micelio. All’epoca, chi esplorava queste frontiere veniva spesso guardato con scetticismo, liquidato come un idealista sognatore o un eccentrico outsider. Tra questi studiosi c’era l’architetto Christopher Maurer, che intervistai e che successivamente ho avuto la fortuna di conoscere di persona durante il mio periodo in America. Per far capire quanto in fretta corra questa innovazione: quello che solo pochi anni fa sembrava il progetto di un utopista, oggi è realtà scientifica, tanto che Maurer collabora con la NASA inviando i suoi prodotti nello spazio per testare la bio-fabbricazione di futuri habitat spaziali. Ammetto che anche io, quando presentai la mia tesi, temevo di essere etichettata come una visionaria fuori dal coro, portatrice di idee forse troppo avveniristiche per il mondo dell’edilizia tradizionale. Fortunatamente, alla London School of Architecture (The LSA) ho trovato un gruppo di docenti illuminati che ha creduto subito in questa intuizione, supportandomi con forza. Sono stati fondamentali per la mia crescita, e ancora oggi, a distanza di anni, mantengo con loro uno stretto e prezioso rapporto di confronto professionale.
Com’è avvenuto il passaggio da una tesi “visionaria” alla creazione di veri materiali bio-fabbricati? Dopo la magistrale ho continuato a formarmi e informarmi da autodidatta. Avevo creato un team con cui presentai una primissima idea sull’utilizzo dei biomateriali in micelio (le radici dei funghi), inizialmente orientata al mondo del packaging. Partecipammo a concorsi nazionali per giovani imprenditori e vincemmo il Premio Alamo. Grazie a quei fondi, autofinanziandoci, allestimmo una sorta di laboratorio indipendente. Da quel momento sviluppai e testai nuove soluzioni; insieme al mio compagno di team Giovanni Mainetti, geologo con un dottorato di ricerca in tecnologie per l’ambiente, partecipammo e vincemmo il primo premio al concorso nazionale Lifebility. In quel momento ebbi chiara la consapevolezza che la componente di business c’era ed era forte, ma per fare davvero la differenza mancavano delle effettive competenze scientifiche. Decisi quindi di intraprendere il Dottorato in Ingegneria Meccanica e Industriale all’Università degli Studi di Brescia. Vinsi una borsa di studio che mi permise di portare avanti esclusivamente le mie ricerche sui biomateriali e concretizzare così l’idea finale. Un vero e proprio scale-up del progetto: presentai la ricerca che avevo consolidato in competizioni europee come l’incubatore EIT Raw Materials Lab2Market, dove conquistammo nuovamente il primo Premio.
Quanto è stato importante il confronto con realtà internazionali per portare questa ricerca verso una dimensione concretamente applicabile? La mia collaborazione negli Stati Uniti presso la Pennsylvania State University (PSU) è stata fondamentale per comprendere e implementare in modo efficace lo scale-up di questo complesso sistema. Lì ho lavorato a stretto contatto con due realtà d’eccellenza: da un lato il Mushroom Research Center, un centro di ricerca interno all’università ma strutturato per operare su una vera e propria scala industriale; dall’altro il Format.Lab. Quest’ultimo è un laboratorio all’avanguardia focalizzato sul computational making e sulla computazione dei materiali che esplora come la manipolazione della materia nel design – sia essa eseguita a mano o guidata da strumenti digitali – possa diventare parte integrante del processo di progettazione computazionale. Il culmine pratico di tutto questo lavoro internazionale è arrivato recentemente a FUTURA EXPO 2025, dove mi hanno invitata a presentare ed esporre al pubblico il primissimo prototipo murario che ho realizzato in biomateriali a base di scarti di coltivazione di funghi edibili. È stata la dimostrazione tangibile che non stiamo più solo teorizzando, ma creando materia vera. Grazie a questa esposizione sono nate virtuose collaborazioni con CAUTO, AF Serre e successivamente con OperaMista, che mi ha dato la possibilità di partecipare alla loro rete d’impresa per un progetto finanziato dal Ministero che, spero, porterà presto all’apertura della mia start-up.
Quali sono i prossimi traguardi? Il percorso per aprire una start-up nel campo dei biomateriali per l’edilizia è lungo e insidioso. Tuttavia, lavorando in parallelo come coordinatrice R&D per la stesura di progetti europei, ho ben chiaro il quadro normativo internazionale: l’Europa è ormai in dirittura d’arrivo per regolamentare questa nuova categoria di materiali innovativi e il mio obiettivo è farmi trovare pronta. L’apertura della start-up si sta concretizzando attraverso i fondi del progetto “Si riparte dal castagno”, progetto legato al Fondo Rotativo Contratti di Filiera – Settore forestale, sostenuto anche da una rete di imprese bresciane. Il mio ruolo nella ricerca sarà quello di utilizzare questi fondi per finanziare la prototipazione finale dei biomateriali destinati alla produzione industriale. Sul territorio bresciano l’idea è di consolidare una filiera corta e virtuosa: ho già attivato una partnership con AF Serre, azienda agricola di Verolanuova produttrice di funghi. A livello scientifico ho racchiuso questo intero processo sotto il nome di MushtoBiom – From Mushroom to Biomaterial, un progetto su cui ho all’attivo anche diverse pubblicazioni scientifiche. Il mio auspicio è definire un processo di trasformazione che parta dalla coltivazione sostenibile di funghi edibili per arrivare al riutilizzo diretto del loro sottoprodotto nella bio-fabbricazione di materiali edili. In questo modo si intrecceranno settori diversi, permettendoci di rispondere contemporaneamente a due delle sfide globali più urgenti per il futuro dell’uomo: la necessità di coltivazioni sostenibili per la produzione alimentare e la disperata richiesta di nuovi materiali per le abitazioni che non siano impattanti e non consumino risorse primarie.
In quali ambiti concreti potremo vedere applicati questi nuovi materiali? Parliamo di materiali che vantano straordinarie proprietà di isolamento termico e acustico; per questo motivo la nostra produzione sarà pensata su più livelli. In primis per applicazioni temporanee quali pannelli ideali per fiere, stand ed esposizioni che, essendo compostabili, una volta terminato l’evento, potranno essere reintrodotti nella terra senza creare ulteriore inquinamento. Un possibile utilizzo sarà permanente, con pannelli isolanti strutturali da impiegare stabilmente nell’edilizia tradizionale. Stiamo inoltre esplorando applicazioni più agili e creative destinate al mondo dell’arredo e dell’interior design.
La ricerca e l’impresa sono fondamentali, ma sappiamo che dedichi molta energia anche alla divulgazione. Quanto è importante comunicare questa rivoluzione? La divulgazione è fondamentale. Finora mi sono preoccupata molto di partecipare a conferenze internazionali e di tenere presentazioni nelle scuole e nelle università. Ho collaborato con diversi Enti, tra cui il Museo di Scienze Naturali di Brescia, che mi ha invitata come relatrice alla rassegna “Una sola terra” e ho partecipato a festival come “MicoCosmo”. Oltre all’importanza della condivisione accademica degli avanzamenti scientifici, ritengo cruciale provare a sensibilizzare la popolazione. Uno dei problemi principali delle grandi innovazioni è spesso legato all’accettazione sociale: affinché le persone accolgano queste novità di buon grado, devono comprenderle e smettere di essere diffidenti. Per costruire un futuro realmente sostenibile è necessaria una profonda rivoluzione culturale.
In questo scenario di profonda innovazione, come risponde il territorio bresciano? Un territorio che vanta un tessuto produttivo e accademico di grandissimo valore; il fatto stesso di aver potuto sviluppare il mio Dottorato a Brescia dimostra una forte vocazione alla ricerca applicata. L’importanza dell’innovazione sui biomateriali rappresenta un reale vantaggio competitivo per le nostre aziende e questo dev’essere condiviso e compreso sempre più. Sono certa che la filiera locale saprà evolversi, abbracciando questa transizione ecologica e trasformando la circolarità in un perno fondamentale per la ricchezza e la sostenibilità del territorio nel prossimo futuro.