Con Regis il melologo è fratellanza

L’ho definito più volte patrimonio di brescianità e l’ho sempre ammirato non solo per quell’audace ironia che lo contraddistingue ma per quell’innata perspicacia e per quell’umorismo “incorrotto” e brillante, segno di profonda intelligenza, che non solo caratterizza ogni suo spettacolo ma anche la vita di ogni giorno, vissuta nel segno della positività più sana, probabilmente frutto di un’inconsapevole ricerca di serenità, oggi come oggi, sempre più rara. É anche per questo, per la considerazione che ha saputo conquistarsi, non solo come intrattenitore ma anche come uomo, che il prossimo mese nel suo melologo celebrerà “Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023” regalando al pubblico uno spettacolo unico, in due date, nelle più importanti piazze delle città protagoniste. e come sempre… è subito regis!

Sono trascorsi ormai quattro anni dalla nostra ultima intervista. 

Che uomo sei oggi?

Effettivamente sono stati quattro anni intensi soprattutto perchè il 3 luglio del 2019 sono diventato papà di un bambino meraviglioso e incredibilmente energico. Pensa che sono appena tornato da una tre giorni a Riccione e probabilmente avrei bisogno di una settimana di ferie per riprendermi, i bambini ti spremono le energie. Sono diventato complice dei suoi giochi e il coinvogimento è ai massimi livelli. Se la mamma dispensa coccole il papà esaudisce le sue prime esperienze di gioco e di scoperta. É una nuova avventura che sto vivendo con assoluta passione, i bambini del resto sono proprio incredibili, ti coinvolgono e ribaltano la tua vita. 

Ma papà Regis sul palco?

Sta iniziando adesso a comprendere il lavoro del papà. L’ho sempre portato alle prove e a teatro ma è stato durante lo spettacolo di Capodanno che ha richiesto alla mamma un selfie sul palco con il suo papà considerandolo protagonista dello show. Ultimamente passeggiando per Manerba, dove viviamo, osservando le locandine degli eventi appese in paese si domanda perchè manchi quella del papà, insomma tutti segnali che mi fanno presupporre che abbia inteso quale possa essere il mio lavoro. Adoro osservarlo e desidero crescere un bambino felice che possa diventare un uomo felice. 

Dal punto di vista professionale oggi che uomo sei?

Sono stati anni di crescita.  Il 2021 e il 2022 sono stati esplosivi, c’è stata tantissima richiesta. Ho registrato 15 sold-out di fila nei teatri, anche con grandi capienze sino a 700/800 persone.  Ho assitito ad una ripartenza pazzesca. 

E il Covid che segno ha lasciato?

In quel periodo stavo organizzando ben 7 spettacoli in programmazione che purtroppo vennero annullati. Decisi di risarcire immeditamente il mio pubblico presagendo a cosa stavamo andando incontro. Ho ritenuto moralmente giusto restituire tutte le somme versate che probabilmente in quel momento sarebbero potute servire per colmare una circostanza angosciosa e improvvisa. É una scelta etica dettata dal bisogno e dalla crisi, la depressione economica per molti è stata una congiuntura rilevante, non avrei mai potuto dispensare dei voucher.

Come hai affrontato il periodo della pandemia?

Creai a casa uno studio audio-video ed iniziai a registrare i miei live cercando di supportare la mia community. Lavorai anche per molte aziende e in poco tempo riuscii ad allargare il mio pubblico che è salito di 40.000 follower solo in quei mesi. Sono sempre stato abituato a lavorare a lungo termine di conseguenza il periodo dal punto di vista lavorativo non si è rivelato un dramma ma i contraccolpi hanno purtroppo investito tutti noi. Dal punto di vista personale lo abbiamo vissuto bene. Io e Chiara siamo una coppia stabile e affiatata anche se nostro figlio proprio a causa dell’isolamento forzato ha subito un rallentamento sociale importante. Ho comunque affrontato il periodo con positività e responsabilità probabilmente perchè la mia vita è stata già di per se una palestra “avventurosa”, un allenamento decisivo capace di reggere a eventi drammatici come questo. La privazione della libertà è stata comunque pesante. Subito dopo il Covid gli spettacoli hanno fatto registrare nuovi sold-out e moltissime sono state anche le richieste di pubblicità digitali perchè grande era il desiderio di ripartenza anche per le aziende. 

Come riesci a “tutelare” il tuo personaggio nell’ambito delle pubblicità?

Chiedo alle aziende di “fidarsi” della mia comunicazione, lasciandomi il più possibile libero di mantenere inalterato il mio stile, anche se a dire la verità, chi mi contatta ha già idea di cosa potrei fare. Non voglio comunque snaturare il mio essere. Amo costruire la comunicazione insieme ai miei clienti unendo gli intenti. Quando lavoravo nei locali come DJ ad esempio facevo programmazione musicale e stavo sempre attento a quale fosse il mio utente tipo. La comunicazione deve essere per forza verticale. Pensa che molti artisti reputano il prestarsi alla pubblicità come un escamotage per arricchirsi io invece, probabilmente perchè figlio degli anni ‘80 e degli spot più belli di sempre, adoro esserne protagonista. Nelle pubblicità digitali mi piace promuovere un marchio sotto una luce completamente diversa, non egoriferita ma il più avvincente possibile osservando coscienziosamente però il limite della “burla”. In una ho giocato a fare il Ganassa, atteggiamento che proprio non mi appartiene, proprio per ingannare il pubblico e creare una distorsione della realtà molto ironica.

Ma la canzone di Nuvolera? Era dai tempi di Marco Ranzani di Cantù che non sentivo niente del genere…

(e ride…) Nacque tutto per una scommessa. Nel periodo natalizio decisi di portare mio figlio a vedere il presepe di Nuvolera, lo comunicai ai miei followers promettendo che se sotto a quel post fossero arrivati più di mille commenti avrei dedicato un video clip a Nuvolera. Ne arrivarono mille e cinquecento e… “A me piace Nuvolera” fu la conseguenza. Ci siamo divertiti tantissimo a fare quel video. Non ti dico a girare le scene, c’è stato tutto il coinvolgimento del paese. 

Da dove prendi spunto per le tue gag?

In verità è tutto molto più semplice di quanto si possa pensare. Rubo aspetti della vita quotidiana o accostamenti nascosti nel nostro ragionamento. Riesci a catturare quel tipo di ironia solo se maturi un punto di osservazione profondo riuscendo a vedere le cose da un altro punto di vista. Da quel tipo di sensibilità nasce la battuta perfetta.

Che tipo di rapporto hai con il pubblico?

(e ride) Eh, mi vedono e dicono: “Uè Regis”! É un rapporto diretto, mi piace interagire con loro, faccio sempre un sacco di foto perchè un performer non è nessuno senza il suo pubblico. Non mi dà mai fastidio il calore della gente e posso anche confidarti che il pubblico bresciano è sempre molto gentile e discreto, ad esempio, se sto mangiando una pizza in famiglia difficilmente si avvicinano in modo sfacciato. 

Che rapporto hai con la maleducazione e con le critiche amare?

Mi infastidisce moltissimo. L’ho sempre detestata sin da ragazzo. Purtroppo il nostro cervello si fissa sempre sulle cose spiacevoli ed io, essendo particolarmente sensibile, le ho sempre pesate più del dovuto. Durante i primi anni di comicità, soprattutto alle feste, non fissavo il pubblico divertito ma l’unico spettatore che annoiato guardava l’orologio. Scendevo dal palco, tornavo a casa e pensavo solo a lui. Forse perchè il cervello analizza prima i pericoli e gli rimangono impressi. Ti racconto una scena divertente che mi sta capitando in questo periodo perchè il Garda è pieno di turisti: i fan italiani che mi chiedono un selfie e i turisti tedeschi che mi guardano sbigottiti cercando di capire chi sia. Questo mi fa molto ridere.

Con i social invece?

Anni fa ho inventato un metodo anti haters. Se qualcuno scrive qualcosa di negativo sotto una mia foto o un mio video gli metto un bel mi piace. Questa cosa non piace all’hater perchè desidera il confronto ed io in questo modo lo scoraggio annientando qualsiasi querelle. Generalmente poi me ne frego.  Comunque sia, cancello commenti cafoni e sfrontati per evitare che si inneschino litigi tra followers, desidero una community sana e dato che si tratta del mio profilo decido io, per il quieto vivere.  A nessuno piace scontrarsi ma ci sono persone che sono molto a loro agio in quelle risse da leoni da tastiera. La vera intelligenza sta nell’evitare complicazioni inutili. Ho pochi haters fortunatamente e non scelgo mai argomenti “scatenanti”, il mio obietivo è farti fare una risata e farti cambiare l’umore in meglio. Il politically correct ad esempio è un grandissimo qui-pro-quo. É una “bandiera” che a volte viene troppo strumentalizzata. Credo nel rispetto condiviso ma molto spesso, soprattutto per noi comici, è facile cadere nel malinteso. Fare comicità è estremizzare quella satira che per certi versi e per alcuni può diventare scomoda, per noi è difficile capire il limite, è complicato capire sin dove puoi spingerti. Fare ironia sul web ti rende comunque simpatico, diciamo un personaggio sano e la gente quando ti incontra ti sorride ed è sempre allegra. E poi posso fare lo scemo e fare le facce sul palco senza sembrare un uomo scemo di quasi cinquant’anni (e ride…). 

Come fai a ricordare tutto durante uno show?

Essendo produttore dei miei spettacoli scrivo tutto, sistemo e risistemo le parole ricercando quelle che fanno più ridere, le cambio, dopo 300.000 volte che le rileggo. Continuo a leggere tutto il testo ad alta voce, un processo che dura 2/3 settimane per immagazzinare ogni parola.  L’altro trucco è la scaletta che posiziono sempre davanti a me e che attraverso parole chiave mi “riconduce” allo spettacolo aiutandomi a ritornare in scena dopo una qualsiasi distrazione. Non credo nelle improvvisazioni perché sono fuori timing. Su un palco puoi avere solo il 10% di improvvisato tutto il resto deve essere costruito. Io faccio monologhi da 1 ora e 50 e tutto deve essere ben impresso nella tua testa, posso intervallare con sketch con il pubblico per creare una sotto-energia, una formula avvincente per chi ti segue, ma poi devo ritornare alla mia scaletta. Cerco sempre di proiettarmi al pubblico con grande umanità.  Non ti nego però che quando inizia uno spettacolo, soprattutto quando parte la sigla, la tensione è ai massimi livelli, poi entro sul palco e ascolto l’applauso godendomi ogni istante. 

Pensa che durante i primi spettacoli per l’agitazione e la concentrazione quell’applauso non lo sentivo nemmeno. Oggi me lo porto dentro e osservo il mio pubblico.

Come ti vedi tra vent’anni?

Avrò 68 anni.  Penso a Fiorello, a Vasco, spero di avere la loro stessa energia. Gli uomini sono cambiati, la società è cambiata. Questa professione non ti permette di andare in pensione, hai un’adrenalina da sfogare. L’intrattenitore può essere un DJ, un attore comico, un creatore di contenuti digitali, a guidarti sono sempre il tuo corpo e la tua faccia, quello che sicuramente non farò è l’ostinarmi su un qualcosa che non potrà più convivere in quella determinata epoca. In poche parole, se non sei David Guetta e i ragazzini ti danno del “lei” vuol dire che sei fuori luogo, è stato per questo motivo che ho smesso di fare il dj. Oggi, finchè mi sento a mio agio nelle vesti di Regis a fare comicità su un palco continuerò a farlo magari attraversando le varie fasi della mia vita. Invecchiare è quella cosa che succede ai fortunati, sarà divertente quando mi indicheranno e diranno “guarda com’è invecchiato!” (e ride). Tutto si cela, secondo me, in quell’elastico folle della credibilità. Uno dei temi che probabilmente potrò trattare e che rappresenta un lucido specchio dei nostri tempi è l’essere un papà maturo perchè ho avuto il mio primo figlio a 43 anni e quando lui a vent’anni mi chiederà di giocare a pallone io probabilmente avrò mal di schiena. 

Perchè non hai mai fatto TV?

I format in cui mi vedo mi obbligherebbero sicuramente a intraprendere un nuovo percorso, nuove scelte e investimenti. Oggi produco totalmente ogni mio spettacolo, edito contenuti digitali, mi occupo di convention aziendali e ADV per i miei clienti e nell’ordine delle mie priorità di quest’anno non ci sono i provini proprio per il tempo che assorbirebbero. Ho tantissime conoscenze nel settore televisivo ma quel ruolo probabilmente ora non sarebbe coerente con i miei tempi e i miei impegni. Sono arrivato a credere che il giorno che sulla lavagna delle cose da fare scriverò televisione dovrò cancellare tutto il resto.  É un impegno totale e la libertà costa. 9 anni di palcoscenico mi hanno condotto ad un risultato importante e oggi un provino lo vivrei in un modo diverso sicuramente con una sicurezza molto più radicata.  C’è da dire poi che posso muovermi liberamente, i social hanno di figo che non c’è un editore, c’è il tuo prodotto al centro e il like del pubblico.  Non c’è nessuno che ti dice cosa devi fare o a quali regole sottostare probabilmente la strada che ho intrapreso è quella corretta ma soprattutto la mia.  Se un giorno vorrò mettermi in gioco nel settore televisivo dovrò dedicarmi solo a quello.

Mi parli del melologo che stai preparando in occasione di “Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023” realizzato grazie al sostegno di Fondazione Cariplo e le Fondazioni di Comunità di Bergamo e di Brescia?

“Due città” è un melologo, ossia un monologo in cui ci sono anche delle parti musicali che, attraverso fatti storici e personaggi di diverse epoche, ripercorre la storia di Bergamo e Brescia.  Sandro Torriani, direttore d’orchestra, mi contattò per raccontare la storia delle città, e che storia, 2000 anni di contenuti, dalla leggenda sul nome delle città.  Un lavoro minuzioso che ho potuto affrontare grazie all’aiuto dello storico Carlo Susa e dei 50 musicisti provenienti dalle bande di Bergamo e Brescia tutti coinvolti per progettare questo fantastico spettacolo.  Io ho scritto il testo e le musiche nonostante non sia un musicista professionista ma autodidatta.  Bergamo e Brescia non sono comunque due città facili da raccontare soprattutto per le lunghe diatribe che da sempre le hanno coinvolte. É stato difficile proprio in questo senso trovare una chiave di lettura di fratellanza che non vuol dire gemellaggio. É proprio dalla lunga analisi storica e dalla relativa sottolettura che sono riuscito a riconoscere quella fratellanza che ricercavo.  “Due città” è un racconto che alterna momenti leggeri a riflessioni sociali, il tutto sottolineato dalla musica, e si conclude con le due città oggi, accomunate da un destino condiviso e caratterizzate dall’unicità  della propria gente. Ci sto lavorando da un anno e nell’ambito della mia vita carrieristica è il lavoro più importante.  Lo spettacolo verrà offerto gratuitamente al pubblico e si terrà il 1 agosto alle 21.30 in Piazza del Foro a Brescia e il 3 agosto alle ore 21.30 a Bergamo in una piazza ancora da definire. Il peso emozionale di questo progetto è stato veramente considerevole. Ho dato tutto me stesso affrontando visceralmente ogni parte dello show. Probabilmente il pubblico, a differenza di altri spettacoli, riuscirà davvero a comprendere il lungo lavoro molto spesso segretato dietro le quinte, è uno spettacolo sicuramente da non perdere, un dono per la nostra città e per le sue genti.

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