L’amore per i motori scorre nel DNA dei bresciani e questo status, ampiamente riconosciuto, non si evince unicamente in strada ma si traduce in podi di altissimo livello che nel mondo del Motorsport hanno eletto veri e propri fuoriclasse. Cristiano Migliorati, vincitore del campionato italiano Supersport nel 2004 ha saputo esprimere al meglio questo congenito trasporto, un grande bagaglio di maturità ed esperienza che da una pista si è evoluto in una più profonda analisi, dedicata dapprima ai nuovi talenti di domani e oggi con la Riding School a tutti quegli appassionati che hanno messo al centro della loro vita l’amore per le due ruote.

Sei figlio d’arte poichè tuo padre Walter è stato un motociclista professionista celebre negli anni ’80. Che tipo di infanzia hai avuto e come ti sei avvicinato a questo sport?Il motociclismo per me è una tradizione di famiglia. In realtà questa predisposizione venne dapprima instradata da mio nonno Giuseppe che possedeva un’officina di riparazione motocicli in Via Corsica a Brescia, per poi essere ereditata da mio padre Walter che successivamente “consegnò” a me.Noi bresciani viviamo con la passione per i motori e fa parte un po’ del nostro DNA.Mio padre si avvicinò, da professionista, a questo mondo probabilmente troppo tardi, ad un’età ormai avanzata e suppongo, proprio per questo, cercò di incoraggiare la mia ascesa già da bambino.Ecco perchè a soli quattro anni mi mise in sella insegnandomi a guidare il motorino nel cortile di casa, una cosa giudicata dagli altri anomala ma per me straordinaria.Per me fu un amore a prima vista e proprio questa propensione suggerì a mio padre che probabilmente quella sarebbe stata la strada giusta da perseguire. A quattrodici anni, con il mio cinquantino, dal cortile di casa passai alla strada girando per la città come se stessi sfrecciando su un circuito. Studiavo le traiettorie e immaginavo i marciapiedi come dei veri cordoli, nella mia testa ero in pista ma di fatto stavo percorrendo via Milano. A diciotto anni finalmente la grossa cilindrata. Il grande obiettivo.Non mi sembrava vero, riuscivo ad assaporare appieno il fascino della moto, quella vera.

Mi racconti gli step significativi della tua carriera sia in sella che da dirigente sportivo?Un amico di famiglia, che all’epoca correva nei circuiti a livello amatoriale, un giorno mi propose di seguirlo a Varano de’ Melegari. Quell’esperienza si rivelò determinante. Lui stesso notò subito un talento, che seppur ancora acerbo, avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di più importante. Si dedicò quindi alla mia preparazione e incoraggiò la mia ascesa nel mondo del professionismo. Investì le sue energie per favorire questa corsa in salita sostenendo quella che sarebbe potuta diventare una vera carriera da professionista. Durante quegli anni i mezzi erano pochi, ci si aiutava, chi mi prestava il furgone e chi mi aiutava durante le trasferte, inizialmente fu un vero gioco di squadra.Iniziai a partecipare alle prime gare sperimentando l’emozione della pista e sperando che qualcuno mi notasse.Nel ’92, quattro anni dopo, arrivò finalmente la grande occasione, quella che mi battezzò come professionista. L’iconica casa motociclistica italiana Bimota, oggi assorbita dalla Kawasaki mi candidò come pilota e collaudatore per dieci milioni di lire all’anno. La proposta, seppur poco entusiasmante economicamente, rappresentò una grande opportunità e finalmente nella stagione 1994 corsi da vero professionista. In quel momento iniziò la mia carriera che si consluse poi nel 2010.Corsi nel moto mondiale con discreti risultati macinando una lunga carriera in pista.Conquistai quattro podi, una pole position destreggiandomi discretamente in questo mondo ma desiderando sempre quel qualcosa in più. In fondo, un pilota, non si accontenta mai. Ho corso per tanti anni vincendo un titolo italiano e questo percorso mi ha permesso di poter vivere di motociclismo ed avverare quel grande sogno di bambino. La ricchezza vera è sempre stata quella di poter fare quello che amavo. Riuscire a rendere una grande passione un mestiere penso che possa rappresentare il massimo che si possa desiderare nella vita.Il 2010 è stato l’anno del ritiro, una circostanza che coincise con una nuova opportunità e con consapevolezza lasciai il professionismo.
Cosa significa per un pilota ritirarsi dalle corse?A quarantadue anni, con un passato alle spalle, cominci a congetturare ragionamenti strani che non funzionano in pista. Inizi a percepire il rischio e cominci a fare i conti con te stesso, diciamo che ti assale una gran consapevolezza. A quell’età pensi più concretamente al futuro e non gioca un ruolo chiave unicamente il mood con cui affronti una gara ma anche quello con cui sostieni una vita e di conseguenza le entrate economiche che necessariamente devono diventare più stabili.Accettai quindi con grande entusiasmo la proposta della Federazione Motociclistica Italiana che mi propose il tuolo di tecnico federale. Mi dedicai totalmente ai talenti emergenti, scovando veri campioni e “allevandoli” già dalla tenera età. Abbiamo formato tanti ragazzi oggi campioni della MotoGP, talenti come Petrucci, Morbidelli, Bagnaia e Fenati, solo per citarne alcuni, fuoriclasse che ho conosciuto bambini e ho condotto al top level. Il main sponsor che sosteneva questo grande progetto dedicato ai giovani era San Carlo che dopo la morte di Marco Simoncelli decise concretamente di assistere e favorire i piloti di domani.É stato un periodo veramente stupendo che si concluse nel 2016.Dal 2017 sono capo tecnico di un pilota che corre in Superbike ed è questo il mio ruolo attuale. In parallelo da ben otto anni sono opinionista Sky durante la MotoGP e seguo gran parte del campionato. É davvero entusiasmante poter commentare e dialogare con quei campioni che formai tanti anni fa, bambini di ieri che oggi sono i veri protagonisti del nostro sport. Valentino Rossi da questo punto di vista ha aiutato tutti noi portando letteralmente il motociclismo nelle case degli italiani e non solo. La sua verve e la sua impareggiabile passione è tangibile, ha cresciuto tanti piloti, ha creato un team ma soprattutto con lui il motociclismo è diventato un vero sport nazionale.

Oggi che rapporto hai con la pista?Oggi grazie alla Riding School Pedersoli ho la possibilità, come istruttore, di continuare a divertirmi in pista. Organizziamo corsi di guida con tappe itineranti in tutta Italia sui più importanti circuiti. Grazie a questo progetto ho la possibilità di allenare, di trasmettere il mio vissuto, le mie esperienze ad appassionati di tutti i livelli, dal neofita a tutti quei ragazzi che desiderano approcciarsi al professionismo.
E fuori da una pista?Non ci crederai mai ma è dal 1987 che non guido una motocicletta in strada.Per noi professionisti, una volta assaporata la pista la strada non ha più senso di esistere. Non dà gusto e non riesce a farti provare le emozioni, quelle vere.
Qual è stato l’insegnamento che nella tua vita professionistica ha contato di più?Non esiste un particolare insegnamento ma un’inclinazione fondamentale: il confronto continuo e l’importanza dell’ascolto.Non bisogna essere presuntuosi ma accogliere ogni consiglio con la massima umiltà e voglia di imparare. Questo atteggiamento lo noto in grandi campioni proprio come Valentino Rossi che ascolta sempre tutti e poi filtra.
Qual è stato il preciso momento in cui hai capito che questo sarebbe potuto diventare un “lavoro”?Sicuramente quando arriva la prima chiamata. Quando squilla finalmente il telefono perchè qualcuno ti sceglie, si accorge di te e ti battezza professionista. Nel 1992 successe con Bimota.
Prima di una gara alla griglia di partenza avevi un gesto scaramantico?Mio padre, quel pazzo (NDR e ride) indossava delle mutandine da donna come sottocasco come porta fortuna. Io sono l’esatto opposto, calmo, tranquillo lontano dagli eccessi e non ho mai avuto un rito scaramantico.
Motomondiale di ieri e di oggi. Quali sono le differenze?Le moto sono cambiate tantissimo. Una volta il pilota poteva e doveva fare la differenza perchè i mezzi erano quelli che erano. Oggi le motociclette sono molto simili poichè sono stati unificati tanti elementi. Il pacchetto si è uniformato quindi il pilota fa fatica a fare la differenza perchè il mezzo è competitivo per tutti. Oggi non è più facile essere pilota, è meno difficile avvicinarsi ai primi ma vincere è sempre una grande impresa.I distacchi si sono ridotti, i piloti sono degli atleti veri e propri, sostenuti da tabelle di marcia estenuanti tra preparazione fisica e mentale, pensa solo che un tempo ci si presentava sul podio con la sigaretta in bocca!Inoltre la sicurezza gioca un ruolo fondamentale. L’abbigliamento del pilota è cambiato tanto e il pilota si sente incentivato a spingere di più perchè è notevolmente protetto. Questa sensazione ti convince che puoi provarci, che puoi rischiare, un up-grade da non sottovalutare rispetto a ieri.

Cosa rifaresti e cosa no nella tua carriera?Mi sono pentito soprattutto di due cose in particolare. Nel 1997, momento importante della mia carriera, particolarmente contraddistinto da buoni risultati, a causa di una scelta sbagliata sulle sospensioni mi giocai letteralmente la stagione. Venni consigliato male da un altro campione e quell’azzardo si rivelò fatale. Nel 1999 invece, durante il Motomondiale 600 Supersport, Aprilia mi coinvolse in una due giorni di test privati al Mugello.Feci il miglior tempo e mi proposero la convocazione richiedendomi una cifra per l’ingaggio. Sparai troppo alto, ingolosito probabilmente dal clima che in quegli anni cominciavo a respirare. Non mi risposero più, quella cifra, esagerata, fece crollare una grande occasione.
Cosa significa invece allenare i giovani piloti emergenti? Come sono cambiati i ragazzi anche sotto questo punto di vista?Sono più coraggiosi, ci mettono il cuore ma hanno anche dei lati negativi. Si sentono troppo “instagrammabili” ancor prima di diventare dei veri campioni. Pensano alle grafiche del casco, alle foto con il gomito a terra, agli occhiali giusti sulla griglia di partenza. Questo puoi farlo dopo aver ottenuto risultati importanti e non agli esordi. Per intenderci, che senso ha aprire un fans club quando ancora non sei nessuno?Suppongo che tutta questa corsa al successo rappresenti un po’ la doppia faccia della nostra società, basti vedere in che direzione stanno andando i social. Un tempo, la speranza era quella di fare un buon risultato e finire sul settimanale dedicato con la tua minuscola fotina e un breve articoletto, adesso si mettono da soli su instagram e fanno tutto loro, si autocelebrano ancor prima di essere “maturi”.
Chi è stato il tuo idolo e chi il tuo maestro?Mick Doohan, un pilota australiano che ho sempre apprezzato e seguito contraddistinto da uno stile di guida e un linguaggio del corpo unico. Nel 1994 riuscì anche a competere con lui.
Cosa sogni oggi?Oggi voglio vivere sereno. Star bene e fare quello che mi piace. Ho ricevuto soprattutto negli ultimi anni proposte molto interessante a cui ho rinunciato per godere di una certa tranquillità. Oggi voglio difendere il mio tempo, essere felice dei ruoli che occupo in questo mondo straordinario ma senza esagerare. Vivere felici è una ricchezza che non ha prezzo.