Cultura in-attesa, un progetto a cura di Fausto Salvi

“CULTURA IN-ATTESA è un progetto che si propone di sensibilizzare il territorio, mantenere alto l’interesse verso il lavoro artistico e stimolare la curiosità e la voglia di tornare a godere degli spazi dedicati all’arte e al proficuo intrattenimento. Cercando di tenere attivo il dialogo con le persone, attraverso installazioni artistiche posizionate in vari punti della città, seguendo un tracciato in divenire, gli autori hanno la possibilità di tenere vivo quello scambio di emozioni che rappresenta l’essenza più profonda di ogni forma d’arte ed il presupposto per la sua finalità educativa.

Gli artisti coinvolti nel progetto vogliono continuare a lasciare un segno tangibile della presenza e della funzione del lavoro artistico che, nonostante l’estrema difficoltà di questo momento storico, continua ad operare nella società per dare corpo a idee, progetti, creatività e bellezza”.                

Fausto Salvi

Fausto Salvi

Come nasce Cultura in-attesa?

Cultura in-attesa nasce a seguito di un anno difficile. Sentivo amici e colleghi lamentarsi di continuo circa l’impossibilità di esporre e così, ad un certo punto, mi sono reso conto che “piangersi addosso” non serviva a nulla, ma era necessario reagire. Il titolo sottolinea chiaramente la situazione attuale che vede i canali culturali chiusi, tuttavia rimanere fermi in attesa non porta a granché, ma bisogna continuare a lavorare cercando modi nuovi di comunicare la cultura e, in particolare, l’arte. 

Il progetto si rivolge alla popolazione, alle persone, con l’intenzione di trasmettere un messaggio di allerta rispetto alla situazione in atto; non si tratta di un attacco, non c’è niente e nessuno da incolpare, ma è doveroso sottolineare la situazione di rischio a cui è sottoposta una società che, per essere sana, ha bisogno di canali culturali aperti. Mi riferisco anche allo svago, ai concerti, lo sport, le discoteche e via dicendo. 

L’arte e la cultura, in tutte le sue accezioni, oltre a far vivere chi ci lavora, serve sostanzialmente a generare idee diverse, essere più critici e reattivi rispetto a ciò che succede quotidianamente. 

Un progetto costantemente “in progress”…

La mia intenzione è di gestire questo progetto artistico in modo diverso, senza preparare una scaletta in anticipo; al contrario, quando si organizzano eventi di questo genere, si definiscono prima degli step ben precisi di ciò che si andrà a fare, ma nel mio caso non sarà così. Noi comunicheremo il luogo d’installazione delle opere soltanto dopo averlo fatto, anche per non generare aspettative né tenere nessuno sulle spine. 

Questa modalità organizzativa comporta una gestione del tempo differente, infatti, se la pandemia ci ha obbligato ad aspettare, a questo punto voglio aver imparato qualcosa. Non voglio far fretta a nessuno, né agli artisti né a chi potrebbe godere di queste installazioni quindi, una volta posizionate le opere, lo comunicherò.

Dove vedremo le opere?

I luoghi saranno diversi, ne sto costantemente cercando e ne verranno fuori di nuovi. 

Ogni opera verrà collocata in un posto per almeno un mese, in modo che tutti abbiano l’opportunità di goderne. Le opere esposte saranno diverse e in alcuni casi in contemporanea; oggi ad esempio abbiamo posizionato un’opera, la settimana prossima ne installeremo un’altra e quindi va da sé che, restando visibili per un mese o più, ad un certo punto avremo cinque, sei, sette location diverse occupate da opere d’arte nello stesso momento.

Instagram per tutti?

Per motivazioni di vario genere mi sono trovato a gestire il progetto con le mie sole forze. Quindi per il momento ho soltanto un profilo Instagram e in futuro vorrei aprire una pagina Facebook in abbinata; certo se ci fosse stata a disposizione una sponsorizzazione avrei potuto prendere una persona dedicata alla comunicazione, comunque vedremo. 

Poi, appunto perché non voglio far fretta a nessuno, non me ne faccio un problema; voglio che la cosa inizi e si sviluppi lentamente e abbia un approccio comunicativo diverso rispetto a ciò che accade di solito. Siamo costantemente bombardati da informazioni nell’intento di ricevere un’attenzione continua, creare aspettative e incuriosire. 

In questo senso perseguo un approccio più morbido, naturale e lento visto che il tempo c’è; il progetto si propone di durare almeno un anno e, se si innescherà un interesse al tema, anche a prescindere dal progetto in sé, io penso che potrebbe persino continuare indipendentemente da noi. L’intenzione finale è quella di stimolare l’attenzione verso la mancanza di cultura e ottenere una risposta positiva delle persone sarebbe un segnale importante per tutta la società.

Chi sono gli artisti coinvolti?

Ho deciso di contattare artisti che conosco personalmente; con alcuni ho già lavorato mentre con altri no, ma diciamo che conosco il loro lavoro. Li ho scelti anche in base alla tipologia delle opere per spaziare da lavori su carta, bidimensionali, fotografie; installazioni create con l’utilizzo di vari materiali; sculture da esterno collocabili in spazi pubblici, piazze e giardini. A seconda della tipologia delle opere e degli spazi a disposizione, li ho abbinati per garantire innanzi tutto la sicurezza dell’opera e naturalmente anche l’efficacia comunicativa del progetto. Aggiungo che mi piace il loro lavoro e il modo in cui portano avanti le tematiche che affrontano, anche se non necessariamente in linea con ciò che faccio io.

Non sono 13 artisti come pensavi inizialmente…

Il numero 13 è, come dire, casuale, anche se in qualche modo mi piace… scherza.

Gli artisti attivi al momento sono Livio Scarpella, Patrizia Fratus, Eros Mauroner, Giovanni Dallospazio, Alberto Goglio, Francesco Di Maio, Rita Siragusa, Stefano Seraglio, Armida Gandini e Silvia Inselvin. 

Sto contattando anche altri artisti che operano in ambiti diversi rispetto a quelli già selezionati, ma non tutti sono disponibili nell’immediato in quanto alcuni hanno altre necessità o priorità in questo momento. Essendo il progetto di lunga durata ritengo tuttavia che, quanti non possono essere reattivi ora, avranno modo di partecipare attivamente più avanti. Sono pressoché tutti bresciani, ad eccezione di uno, ma quest’aspetto è abbastanza casuale, legato perlopiù alla difficoltà di spostarsi.

Che opera esporrai?

L’opera che ho scelto è di grandi dimensioni perché voleva rappresentare l’inizio di questo progetto e, dal mio punto di vista, doveva avere una certa importanza. È stata posizionata all’interno di un cortile di Brescia in Corsetto Sant’Agata 22. 

Si tratta di un palazzo privato che di giorno diventa uno spazio pubblico,  ci sono due attività in questo cortile e, anche se forse non è conosciuto come dovrebbe, funziona bene in termini di attrattiva. L’opera si integra perfettamente con l’ambiente e sono già parecchi i rimandi positivi delle persone che ne sono rimaste affascinate. Il titolo di questo lavoro è “Magic Tree” e segue un pò un mio progetto “VegetalisperiMentali”, un discorso legato alla ricerca genetica sui vegetali e sulle problematiche che ne derivano.  Rappresenta un grande tronco a cui sono stati segati tutti i rami, per cui è martoriato e dall’interno vedi delle punte, dei volumi oro che spingono verso l’esterno. Queste forme simboleggiano l’energia vitale naturale che, a prescindere da ciò che viene fatto alla pianta, reagisce e riesce sempre a venire fuori, a rinascere.  Ho trovato questo tema assolutamente aderente al progetto in quanto legato alla situazione attuale che vede la cultura rinchiusa, blindata, nell’impossibilità di vedere uno spiraglio di luce. 

La gente, anche chi non è interessato alla cultura, avverte qualcosa che magari non riesce ancora a decifrare, ma che nel tempo porterà a una lentissima disintegrazione sociale. I luoghi fisici dedicati alla cultura, oltre a garantire la trasmissione di quest’ultima, sono importanti punti di aggregazione e di confronto, privandocene sprofonderemo nel nulla. 

Un breve testo scritto accompagna le opere…

Inizialmente ho deciso di scrivere un testo che spiegasse le ragioni e l’intento del progetto, nonché a grandi linee le fasi dello stesso. Sono stato affiancato da Simona Salvi che si occupa da anni di organizzare eventi culturali e fundraising, nell’ottica di contattare curatori e sponsor. Più avanti, vista l’impossibilità di procedere in questo senso, ho sviluppato e riadattato il testo alla situazione e ne ho fatto un breve riassunto che comparirà vicino alle opere. Oggi sto continuando sostanzialmente da solo, vedremo in futuro quanto si ingrandirà il progetto e se avrò bisogno di ulteriori aiuti e appoggi. Ogni artista dovrà fornirmi una fotografia con cui farò cartoline in cui sono raffigurate le opere esposte e sul retro verrà pubblicato lo stesso testo. Chi è interessato potrà prendere la cartolina, tenerla e rileggersi il testo che rappresenta il cuore del progetto. 

Qual è la funzione dell’arte per te?

Personalmente intendo l’arte come mezzo di comunicazione, sempre molto forte, aperta, che – come dire – va al di là del “politically correct”. Nel senso che parla molto direttamente di ciò che sta succedendo o del punto di vista dell’artista. 

Qualunque forma d’arte racchiude in sé un messaggio molto preciso, spesso immediatamente leggibile, capace di suscitare interpretazioni che generano un confronto con chi sta osservando l’opera. Le parole sono spesso fuorvianti, nel senso che si collegano al livello culturale, a ciò che interpreti leggendole; al contrario, esponendo un’opera d’arte tu esponi un pensiero in modo del tutto trasparente. 

E il lavoro dell’artista?

Credo purtroppo che la percezione della gente, soprattutto in Italia, sia molto svilente. L’idea che l’artista ami ciò che fa e, in qualche modo, si diverta a creare e produrre pare essere quasi una colpa, al punto da essere etichettato come “un non lavoro”.

Non è affatto così! Io lavoro sempre moltissimo, conosco parecchi artisti che sono altrettanto impegnati e avrebbero bisogno di allungare le ore di ogni giornata. Mi interessa particolarmente esprimere questo concetto perché ritengo che abbia un suo peso; l’artista ha necessità di creare, esporre e comunicare, ma anche di sottolineare il fatto che essere un artista è un lavoro. Io ho sempre desiderato vivere solo del mio lavoro e, anche se spesso la gente non mi crede, mi sono dedicato soltanto a quello! Ormai sono passati molti anni, ho iniziato a lavorare nell’arte nel 1989 e quindi ho superato il punto di non ritorno da un bel po’. 

Come ti condiziona questo periodo?

In questo momento storico, visto soprattutto il bombardamento mediatico dell’ultimo anno, sento che le persone sono sostanzialmente molto confuse rispetto a ciò che accade.

Anche l’arte ne è condizionata in quanto necessita di spazi per esprimersi e questo avviene ahimè soprattutto attraverso lo spazio web. Come possiamo pensare che questo distacco fisico porti dei benefici? Una mostra è reale, tridimensionale, visitabile; i materiali stessi utilizzano un loro linguaggio funzionale al messaggio da trasmettere. 

Non cambia la funzione dell’arte, ma piuttosto la sua fruizione. 

Quali saranno le conseguenze?

Io non ne posso più di sentire che i musei sono chiusi, aprono e poi richiudono, senza la  possibilità di programmare nuovi eventi e così non resta che dirigersi verso la comunicazione mediatica. Questa è una trappola mortale e vale per tutti i canali, specie per l’arte visiva, la musica e lo spettacolo che stanno andando in quella direzione pericolosa. Il rischio è che diventi per certi aspetti quasi superfluo riaprire in veste tradizionale! Quando le persone si abituano a gestire meglio un mezzo comunicativo, esiste il rischio potenziale che si prosegua su quella strada, quasi fosse la normalità. 

La socialità ha un valore inestimabile. 

I rapporti necessitano fisiologicamente di interazione, perché proprio da questa può scaturire una progressione all’interno della comunicazione stessa. Se non ti incontri mai viene a mancare la base del rapporto, è reale, ma al tempo stesso virtuale a discapito del lato umano. 

Si tratta di una privazione più o meno consapevole: più consapevole da parte di chi ci lavora o è particolarmente interessato, inconsapevole per gli altri che, tuttavia, prima o poi ne saranno coinvolti. La società è una soltanto! Inoltre, non da ultimo, come singoli individui separati siamo molto più indifesi.

Pare che anche le opere abbiano necessità di evasione. Lo testimonia l’aumento di opere pubbliche e la proposta di nuovi spazi architettonici all’interno dei musei che si trasformano idealmente in piazze e giardini…

Il museo protegge e salvaguarda l’arte, ne promuove la conoscenza, ma diciamo che alcune opere, soprattutto sculture di una certa portata, come ad esempio la nostra Vittoria Alata, dovrebbero essere pubbliche. Dovrebbe poterne goderne chiunque, anche se non è interessato, perché ciò che produce un’opera di questo tipo lo ricevi anche se non te ne rendi conto subito. Chiaro è che sono molte le problematiche correlate, non da ultima la sicurezza e la protezione di certi capolavori inestimabili. 

Traslando un pò il concetto, io sono un amante della street art che considero la forma più democratica fra tutte le arti; è presente anche se tu non la cerchi o se non sei interessato. 

Capita spesso che anche chi è lontano dall’ambito artistico e culturale venga colpito da un’opera murale esterna o pubblica, non la cerca, magari la trova di sorpresa e produce in lui un’emozione. 

Proprio per questo motivo l’arte dovrebbe essere per così dire, il più pubblica possibile!

Come vive il mondo dell’arte questo momento?

Immagino esistano, o stiano nascendo, numerosi progetti analoghi al mio.

A Roma, ad esempio, ho visto un progetto intitolato “Italia in-attesa”; ha coinvolto fotografi che hanno immortalato spazi di particolare importanza architettonica artistica completamente deserti. Sono immagini bellissime che rappresentano appunto il vuoto intorno a questi centri che solitamente ospitano moltissime persone, un archivio visivo pubblico della pandemia. 

E ancora. 

In conseguenza alla cancellazione della Biennale di Ceramica Contemporanea di Faenza, che è la più antica e importante al mondo, è nato il progetto “Sala d’attesa” in collaborazione con vari artisti. Uno in particolare, che tengo a citare, si chiama Alessandro Roma ed è stato anche grazie a lui, e alle nostre chiacchierate telefoniche, che è partito il progetto. Il suo lavoro è soprattutto sotto forma di fanzine; la pubblicazione di una rivista a tiratura limitata che parla della situazione attuale e dei rischi legati alla chiusura. 

La Galleria Continua di San Gimignano con l’opera site specific dell’artista JR sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze. “La Ferita”, questo è il titolo dell’opera, riproduce uno squarcio che lascia intravedere le stanze all’interno del palazzo e spinge l’osservatore a una riflessione sull’accessibilità ai luoghi della cultura. 

Sono molte le attività di questo tipo, idee che sono già partite o sono in fase di apertura perché il momento è maturo e, aspettare di più, significherebbe avere altre priorità.

Progetti futuri?

Progetti nuovi direi di no, piuttosto lavori iniziati recentemente che sto sviluppando. 

Il progetto Cultura in-attesa richiede davvero molto tempo e in questo periodo non è semplice lavorare visti i limiti legati agli spostamenti, all’organizzazione a distanza e non da ultimo alla salute. 

L’anno passato devo dire che è andato molto bene, nel senso che ho iniziato molti lavori.  La collaborazione con una galleria di Beirut che si occupa di ceramica contemporanea e vetro; continuo il mio impegno con una galleria a Kyoto con cui ho già fatto quattro mostre e, qualche giorno fa, ha aperto una collettiva. Continuano i miei contatti con gli Stati Uniti dove sto lavorando a un progetto per Tiffany New York sulla Fifth Avenue dove stanno rinnovando il loro flag ship store più famoso. 

Diciamo che ho sempre lavorato, tutti i giorni sono andato in studio e ho continuato a produrre. Ho creato una piccola serie di opere legate alla pandemia, al primo lockdown, soprattutto perché ha coinciso con un mio acciacco abbastanza grave all’inizio dello scorso anno per cui è stato molto speciale per me. Si tratta di un gruppo di lavori intitolato  “Concentric Days”, ovvero giorni concentrici, che si ripetono sempre uguali senza che nulla cambi. In generale lavoro su tematiche attuali, ma cerco sempre di non concentrarmi troppo su un momento specifico

Articolo di Paola Rivetta

Patrizia Fratus
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