Un’anima tecnica e una potente spinta creativa, il valore della bellezza come imperativo volto a generare grandi business. Un credo professionale ricco, profondo, lungimirante e visionario. Il fascino dell’ignoto, l’ambizione a scoprire mondi diversi che come un serendipity illuminano inevitabilmente la vita. Il ritratto di Daniele Gualeni.

Intervista a Daniele Gualeni
Da Pompiano a New York a Palm Springs. Mi racconti com’è andata? Nascere e crescere in un borgo di una piccola provincia è un po’ come vivere in una stanza chiusa e voler dipingere un tramonto: hai talento e curiosità, ma ti manca la vista di un orizzonte da creare. Fin da bambino ho sentito quel richiamo interiore, quel bisogno di spalancare finestre sull’ignoto, nonostante intorno a me le strade fossero poche e immancabilmente silenziose. Durante gli anni all’università di Brescia, scelta quasi obbligata per non allontanarmi da casa, ho scoperto Internet, la breccia verso il mondo. Volevo trasformare in grafica e siti web le idee imprigionate nella mia mente, così tra il 2000 e il 2004 ho aperto la partita IVA e lavorato in proprio come web designer e comunicatore, portando avanti progetti mentre completavo la laurea in ingegneria meccanica. Quei primi incarichi non mi hanno dato solo un reddito, ma la certezza che il mio talento poteva valere e superare i confini di provincia. Nel 2006, con pochi risparmi e un visto da studente per affinare l’inglese, volai a New York. Cercavo un nuovo inizio ma meno di un anno dopo, un problema alla schiena mi ricondusse in Italia. Tra il 2007 e il 2008 colsi allora l’occasione per un master in Product Design a Milano, dove finalmente unii il mio titolo tecnico di ingegnere alla spinta creativa che mi dominava. Quel connubio fece maturare i suoi frutti: sviluppai progetti capaci di generare fatturati da milioni di dollari, perché mentre molti puntavano solo sulla forma, io credevo che doveva essere la bellezza a tradursi in valore concreto. Ogni vendita era una conferma, royalties per me e fiducia nel potenziale commerciale delle mie idee. Ristabilito con la schiena e spinto da questa consapevolezza, nel 2009 lanciai la mia prima collezione con l’azienda di famiglia e ripresi a viaggiare a New York, con l’obiettivo di esportare oltreoceano le mie creazioni. Dal 2009 al 2020 la mia vita è stata un ponte tra due mondi: sei mesi in Italia a collaborare con clienti locali e a dedicarmi a nuovi concept e sei mesi a New York, dove mi stabilii in un appartamento, coltivando la mia visione imprenditoriale. È lì, nel 2018, che incontrai Benji, californiano di nascita e di residenza, diventato presto il mio compagno di vita. New York mi ha trasformato profondamente, aprendomi a orizzonti internazionali nei progetti e nelle prospettive. Quando nel 2020 arrivò il Covid, chiusi il mio appartamento a Manhattan e mi trasferii in California con Benji, ricominciando da zero. Fondai un nuovo studio, cercai clienti locali, continuai a dare forma alle mie idee, dalle lampade ai progetti di interior design, fino a esperienze creative su misura. Ho disegnato locali, installazioni artistiche, lavorato per Hotels e progettato tantissimo.Non è semplice ripercorrere ogni tappa del mio viaggio, a dispetto degli anni trascorsi e da quando lasciai la provincia. Penso sia stato proprio l’isolamento la scintilla che mi ha spinto a spiccare il volo verso l’ignoto. Se fossi cresciuto in un ambiente più dinamico forse non avrei mai avvertito quell’urgenza di comprendere chi fossi e quale potenziale dormisse in me. Non rimpiango le mie radici, che porto con me come solido punto di partenza, ma so che per aprirsi a nuove possibilità è necessario uscire, viaggiare, confrontarsi con volti e culture diverse. Vivo da sempre grazie alle mie idee, progetti nati nella mente e trasformati in oggetti capaci di cambiare spazi e vite. Con una certa esperienza alle spalle, posso dire che vendere la propria creatività è la sfida più estrema a cui ci si possa dedicare, e al contempo la più gratificante. Spesso non la scegli nemmeno, semplicemente capita per come sei tu. Il cammino è però sempre pieno di ostacoli, perché un’idea prende forma solo se trova il luogo e le persone giuste, e spesso accade quando meno te lo aspetti. Ho imparato a lasciarmi trasportare dalla corrente delle opportunità senza oppormi, perché è muovendosi che si scopre davvero la propria forza. In inglese parlano di Serendipity, e trovo curioso che in italiano non esista un termine equivalente.
Una laurea in ingegneria meccanica e una laurea in Product Design. Come sei riuscito a dosare e a creare un’alchimia perfetta tra razionalità, regola e creatività? Due mondi quasi agli antipodi… Secondo me la vera magia nasce dall’incontro tra rigore tecnico e immaginazione. Porto ancora dentro di me quel tratto pulito dell’ingegnere. Ma devo dire che i miei primi progetti, appena laureato in ingegneria, erano davvero freddi come schemi elettrici, privi di quell’anima che cercavo. Per sciogliere quel ghiaccio ho iniziato a dipingere, a lasciar fluire colori e forme sulla tela, allenando ogni giorno il mio lato creativo. Ho scoperto che la creatività è un muscolo: più la eserciti, più si rafforza, senza mai cancellare il tratto tecnico che mi accompagna da sempre. Oggi immagino il processo progettuale come una danza a due: da un lato l’ingegnere, attento a probabilità e dati, dall’altro l’artista, libero di esplorare possibilità infinite. Il segreto è rispettare i tempi di entrambi. Prima lascio che la fantasia galoppi, raccolgo idee folli e le affresco nella mente; poi accendo la parte razionale, misuro costi e resistenze, calibro materiali e tempi di produzione. Solo così quelle intuizioni visionarie si trasformano in oggetti concreti, capaci di emozionare le persone e reggersi sul mercato. Il mio consiglio? Quando siete nel vortice creativo, non sentitevi in colpa se ignorate numeri e vincoli. Quello è il momento di sognare senza freni. Solo al termine di quella fase, chiamate il vostro ingegnere interiore per costruire il ponte tra fantasia e fattibilità. In questo dialogo sapiente tra possibilità e probabilità nascono i progetti migliori, quelli che fanno davvero la differenza.

La sostenibilità è uno dei tuoi pilastri fondamentali. Dove riconosci maggiormente questa vision 100% green? La sostenibilità è diventata per me una seconda pelle, frutto di anni di ricerca, della mia esperienza da insegnante in accademie di design per quasi un decennio, e di collaborazioni con aziende impegnate nella Green Economy. Ho imparato a considerare ogni progetto come un’opportunità per pensare non solo a noi stessi, ma alle generazioni future: chi verrà dopo di noi deve poter disporre delle stesse risorse, altrimenti interrompiamo un ciclo vitale che non possiamo permetterci di spezzare. Per questo, ho scelto una definizione che mi guida in ogni fase di lavoro: la sostenibilità non è privazione, è intelligenza. Se impari a fare le cose in modo sostenibile, impari a farle bene. Ottimizzi l’uso dei materiali, riduci i consumi, non valuti solo quantità ma qualità e gestisci bene l’energia. I costi si abbassano e il valore si alza. Le aziende che hanno davvero compreso questo approccio non solo hanno fatto bene all’ambiente, ma hanno moltiplicato i profitti grazie a prodotti più desiderabili e duraturi. Un altro pilastro dei miei progetti è l’«affezione»: quando un oggetto suscita vera emozione e senso di valore, non diventa presto un rifiuto. Progetto oggetti con materiali selezionati e forme senza tempo, in modo che chi li acquista li custodisca per anni, quasi per sempre. Non mi piacciono le “mode” le trovo stupide, uno spreco di materiali e risorse. Ho disegnato prodotti che sono sul mercato da 15 anni e ancora vendono bene. A volte la gente li rivende anche su Ebay e trovano nuova vita in altre case. Alla fine hai un oggetto che non solo ti dura a lungo ma ti restituisce anche del valore quando lo dai a qualcun altro. Non è intelligenza questa? Non è sostenibilità?
Dove cogli le tue ispirazioni? La mia fonte d’ispirazione è raccogliere fotografie di forme ovunque mi trovi. Ogni volta che incrocio un tronco abbattuto, una scultura dimenticata o il profilo di un edificio, scatto un’immagine e la conservo come potenziale spunto di design. Con il tempo ho accumulato decine di album di schizzi e appunti, un tesoro di bozze già pronte che posso ripescare appena serve un’idea nuova. E se vi chiedete dove nascano davvero le intuizioni più originali, ecco il mio consiglio, un po’ ironico ma sorprendentemente efficace: avrete molte più probabilità di trovare un’idea facendo una passeggiata lungo un fiume che cercandola su Google. Provateci, lasciate che la natura accenda la vostra fantasia, poi tornate al foglio con la mente libera dalle ricerche digitali: vedrete che l’ispirazione si trasformerà in progetti autentici e sorprendenti.
Hai avuto un maestro o semplicemente qualcuno che oggi vorresti ringraziare? Sicuramente mio padre Dino, che già nel 2000 mi spronò ad aprire la partita IVA durante gli anni di università, insegnandomi che assumersi la responsabilità del proprio lavoro è il primo passo per diventare artefici del proprio destino, e mia madre Lucia, che nel 2007, mentre ero bloccato a New York con la schiena in pezzi, mi convinse a tornare in Italia per curarmi e fare un master in Product Design, permettendomi di unire la mia formazione tecnica alle passioni creative e ricominciare una nuova carriera in salute. Ci sono poi due insegnanti cui devo molto: la professoressa Rosa Lico, che alle medie notò i miei disegni sotto banco e mi incoraggiò a coltivare quel talento nascosto, facendomi capire che non dovevo vergognarmi di esprimere ciò che avevo dentro e il professor Aldo Zenoni, il mio docente di fisica all’università di Brescia, che mi incoraggiò nel concludere gli studi in ingegneria nel momento in cui ero più fragile e pensavo di non farcela. Infine, ho incontrato lungo il cammino “maestri di vita” senza titolo, artigiani, persone dal bagaglio semplice, a volte con poca scolarizzazione, ma capaci di insegnarmi ogni giorno il coraggio, la resilienza e la passione. Ho imparato che ognuno di noi può trovare un maestro in chiunque, basta avere occhi e cuore aperti per riconoscerlo.

Dove riconosci al meglio il tuo lavoro e la tua professionalità? Ritengo che il mio valore professionale si veda soprattutto nella meticolosità con cui affronto ogni fase del progetto e nell’empatia che metto nel comprendere le persone e il loro rapporto con le forme. Ho la capacità quasi innata di memorizzare un oggetto semplicemente osservandolo, di percepire i processi che ne determinano il carattere e, col tempo, ho affinato un intuito per riconoscere immediatamente se una forma è in equilibrio o se va corretta.Le rare volte in cui un mio prodotto sembra non funzionare, non mi limito ad accettare il verdetto negativo: indago a fondo e scopro quasi sempre che il problema non è nel design, ma nel modo o nel luogo in cui è stato proposto. Spesso semplicemente non lo si stava vendendo alle persone giuste o non lo si stava raccontando nel modo più efficace.
Perchè l’America? Cosa ti trattiene oggi? Mi trattiene l’amore, la famiglia, orizzonti infiniti, paesaggi mozzafiato e buone opportunità economiche. Qui è più facile trovare chi crede nei tuoi progetti e ti sostiene; in Italia questo aspetto non viene sempre mantenuto. Devo però dire la verità, non è così semplice vivere in America, soprattutto in questo momento storico così insensato. Siamo preoccupati per il futuro, succedono cose che non dovrebbero succedere, nonostante questo è qui che ho trovato la mia identità. Torno comunque spesso in Italia, dove continuo a collaborare con alcune aziende e porto avanti i miei progetti con la mia famiglia.
Il mondo della luce è una delle tue più grandi passioni. Quanto incide l’artigianalità e quanto incide la ricerca e l’innovazione? Coniugare innovazione, tecnologia e artigianalità è una sfida che porto avanti da quasi dieci anni. All’inizio avevo puntato tutto su l’artigianalità, trasformando materiali antichi in forme moderne e celebrando le imperfezioni della mano umana. Quell’approccio mi ha insegnato il valore del gesto, ma col tempo ho capito che per garantire precisione, ottimizzare i costi e sostenere performance stabili serviva un equilibrio diverso. Oggi integro sempre più ricerca e innovazione: semplifico i processi, sperimento soluzioni tecniche e nuovi materiali, senza però rinunciare all’anima artigianale dei miei oggetti. Sto ancora cercando la formula perfetta, e al mio prossimo ritorno in Italia proverò un materiale inedito che potrebbe diventare la svolta per creare lampade emozionali più efficienti e accessibili.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi? I miei prossimi obiettivi puntano a portare il mio design oltre l’oggetto, spingendomi verso soluzioni abitative sostenibili. Qui in California sto lavorando al mio primo prototipo di micro-baita prefabbricata come vero e proprio laboratorio di sperimentazione: voglio testare materiali a basso impatto, sistemi energetici integrati e moduli costruttivi rapidi da montare. Se questo progetto darà i risultati che spero, l’obiettivo sarà ampliare la portata del mio portfolio verso case prefabbricate e soluzioni residenziali green.
Hai un sogno nel cassetto? Ho realizzato molti sogni perché non li ho mai tenuti nel cassetto. Non mi piace tenere le cose senza usarle. Il prossimo sogno credo che si farà avanti da solo quando sarà il momento. E non credo che starà nel cassetto troppo a lungo.
Da Pompiano a New York. Sola andata? Non penso in termini di sola andata o di andata e ritorno, perché ho imparato a sentirmi a casa dove mi trovo, nel momento in cui mi trovo. Sul mio taccuino, alla prima pagina, custodisco due frasi che porto sempre con me quando viaggio. La prima è di E.M. Forster, tratta da ‘Passaggio in India’: “Ci sono momenti in cui una forza ti afferra corpo e mente e ti trascina oltre, contro ogni resistenza”. La seconda è di J.R.R. Tolkien, da ‘La Compagnia dell’Anello’: Non tutti coloro che vagano sono perduti. Le persone dovrebbero capire più spesso che non c’è limite alla nostra capacità di amare: pensiamo di doverci legare a un solo luogo, a una sola esperienza o a una sola persona, ma il nostro cuore è un pozzo infinito. Possiamo sentire casa in posti diversi, nutrire affetti molteplici e chiamare amore ogni forma di relazione: i confini li poniamo noi, non le nostre emozioni. Quelle, come le nostre idee, non hanno quasi mai un limite.