Quando si parla di Franciacorta si parla di un territorio, ma anche di un metodo, di una cultura e di una visione. Emanuele Rabotti, recentemente eletto Presidente del Consorzio Franciacorta, incarna tutto questo. Non solo per la lunga storia familiare — il padre Paolo fu il primo Presidente del Consorzio nel 1990 — ma per l’approccio che unisce memoria e modernità, tradizione e sperimentazione. Imprenditore alla guida della storica cantina Monte Rossa, Rabotti rappresenta quella generazione che ha saputo innovare senza perdere le radici. Il suo mandato arriva in un momento importante per l’identità del vino italiano nel mondo: sostenibilità, cambiamento climatico, nuovi linguaggi di comunicazione e un pubblico giovane da coinvolgere sono le sfide su cui costruire una nuova idea di eccellenza. In questa intervista ci racconta come intende guidare il Consorzio nei prossimi anni tra condivisione, qualità e orgoglio di appartenenza a questo incredibile territorio.

Recentemente eletto Presidente del Consorzio Franciacorta, ti trovi a raccogliere un’eredità con un valore personale profondo: nel 1990 fu tuo padre a guidare per primo questa realtà. Cosa significa oggi accettare un ruolo che intreccia la storia della tua famiglia ad una visione collettiva e al futuro di un territorio? È un’eredità che sento profondamente. Non è solo un fatto affettivo, anche se ovviamente lo è: mio padre ha contribuito in modo decisivo a dar vita al Consorzio, ma soprattutto a creare una visione condivisa. Io sono nato in questo mondo, ci sono cresciuto dentro e ho sempre sentito il desiderio — quasi un dovere — di proseguire quel cammino, non per nostalgia, ma per rispetto. Raccogliere questo testimone significa dare continuità a un pensiero collettivo, non solo a una storia personale.
Parli di “condivisione” come principio guida del tuo mandato, una parola semplice ma tutt’altro che scontata. Come si tradurrà concretamente? Condividere, per me, significa prima di tutto ascoltare. Quando il Consorzio è nato eravamo meno di trenta produttori. Oggi siamo oltre 120. Questo richiede una governance più articolata, ma anche un maggior sforzo umano: far sentire tutti parte di un progetto comune. È l’unico modo per non smarrire lo spirito originario. La qualità non è mai frutto di una decisione calata dall’alto, ma di un’intenzione collettiva. In particolare, l’identità della Franciacorta, se ci pensiamo, nasce proprio dalla capacità di marciare insieme.
Una delle prime novità introdotte riguarda la struttura organizzativa del Consorzio con la nomina di quattro vicepresidenti. Come funzionerà questa nuova struttura? È una scelta organizzativa, ma anche simbolica. Ogni vicepresidente seguirà gruppi di lavoro specifici, con compiti di approfondimento su temi chiave: agronomia, mercato, comunicazione, sostenibilità. Questo ci permetterà di affrontare le sfide con maggiore competenza e di valorizzare le diverse sensibilità interne. Nessuno da solo può avere la risposta giusta. Il nostro modello è orizzontale, non piramidale.
Guardando ai prossimi tre anni, quali sono le priorità che ti sei dato? Le priorità sono molte, ma si possono sintetizzare così: qualità, innovazione, ambiente e persone. Sul fronte agronomico continueremo a investire nella ricerca: dalla robotica alla genetica, fino alle pratiche agricole più sostenibili. La Franciacorta ha una cultura della terra molto forte: la consideriamo nostra ospite, non una nostra proprietà. Il rispetto per l’ambiente non è un tema di moda, è la nostra condizione di esistenza. Ma attenzione: sostenibilità significa anche sostenibilità economica. Senza imprese solide, non c’è futuro.
E il fattore umano? È fondamentale. In Franciacorta c’è una componente umana straordinaria: produttori, enologi, tecnici e giovani che si stanno formando. Questo patrimonio va coltivato, perché è la nostra vera forza. Serve dialogo fra generazioni, contaminazione fra diverse esperienze. Dobbiamo essere capaci di ascoltare l’entusiasmo dei giovani e, allo stesso tempo, trasmettere loro l’esperienza maturata in questi decenni. L’obiettivo è semplice: garantire continuità senza rinunciare all’evoluzione.
A proposito di giovani: come pensi di coinvolgere le nuove generazioni, sia sul fronte produttivo che su quello del consumo? Con naturalezza. I giovani vanno coinvolti facendoli partecipare, non semplicemente parlando loro. Vanno invitati in vigna, in cantina, nei territori. La Franciacorta è ancora una meta poco conosciuta rispetto al suo potenziale. C’è un turismo enogastronomico in crescita e dobbiamo saperlo accogliere con intelligenza. Quanto ai consumatori: se offri un prodotto buono, autentico e riconoscibile, il giovane se lo ricorda. Non si tratta di moda, ma di sostanza.

Il posizionamento internazionale del Franciacorta è un altro nodo cruciale. Come si rafforza la sua identità fuori dai confini? Partiamo da una base solida. Il Franciacorta è già molto apprezzato all’estero, ma possiamo e dobbiamo fare di più. La chiave è intercettare quei mercati che amano l’Italia: non solo come destinazione, ma come esperienza di vita, di gusto, di estetica. Quando un turista viene qui e assaggia il nostro vino, porta a casa un ricordo che può diventare abitudine. Dobbiamo coltivare questa relazione, far sì che chi conosce la Franciacorta diventi ambasciatore spontaneo del nostro lavoro.
Tu sei anche imprenditore, alla guida delle Cantine Monte Rossa. Come dialogano questi due ruoli? Monte Rossa è da sempre un laboratorio di idee, dove innovazione e rispetto per la tradizione convivono. Questa attitudine cercherò di portarla anche al Consorzio. E viceversa: il confronto con tanti produttori, con sensibilità diverse, mi arricchirà come imprenditore. In fondo è lo stesso spirito: fare bene con coerenza e lasciare qualcosa di solido a chi verrà dopo di noi.
Una battuta finale: in un momento storico così complesso, qual è la tua “visione romantica”, affettiva, per la Franciacorta? La mia visione è semplice, ma ambiziosa. Siamo entrati nella cultura enologica italiana con serietà e oggi siamo diventati un riferimento. In un’epoca in cui le persone spendono meno, ma meglio, la Franciacorta ha una chance straordinaria: essere scelta non perché “di moda”, ma perché è sinonimo di qualità. Non dobbiamo cambiare direzione: dobbiamo solo continuare, con rigore, ciò che già stiamo facendo. È così che si consolida un brand. E, soprattutto, una comunità.