L’armonia di una casa nasce dalla sua anima, dall’intreccio di passioni e storie che prendono forma negli ambienti che la compongono. Enrica è energia, intuito, capacità di interpretare l’essenza di un luogo per trasformarlo in un rifugio personale. Il suo approccio è istintivo, immediato; una creatività che si mescola con una lunga esperienza e una rara sensibilità per il dettaglio. Giulia è metodo e profondità di analisi, uno sguardo che non si accontenta della superficie, ma scava nelle radici storiche e culturali di un progetto. Due donne dalla personalità spiccata, due professioniste – designer e architetto, unite da una passione pulsante e dalla ricerca costante del bello in un fiore colorato, un oggetto speciale, un progetto su misura, ma soprattutto dall’essere madre e figlia. Due visioni diverse che si integrano – loro si definiscono “complementari”, creando un equilibrio che si riflette nei loro lavori: ogni casa ha una sua dimensione di estetica e funzionalità e racconta l’anima di chi la abita. In quest’intervista abbiamo avuto il piacere di entrare nel loro mondo, in una conversazione intima e densa di spunti, da cui si percepisce chiaramente come il loro lavoro sia lo specchio del loro modo di vivere.

Intervista a Enrica e Giulia Fiorentini
Com’è lavorare insieme, madre e figlia? Avete ruoli distinti o capita di sovrapporvi? Enrica: Siamo due personalità molto diverse, ma complementari. Io sono più istintiva, seguo l’intuizione. Quando arrivo in una casa mi fermo ad osservare i dettagli e cerco di comprendere chi la abita e che esigenze potrebbe avere. Giulia è più precisa, analitica, attenta a tutti i dettagli tecnici, scava nella storia persino troppo. Scherza – con sguardo orgoglioso. Quando lavoriamo, dimentichiamo di essere madre e figlia: ci confrontiamo da professioniste. Giulia: Io cerco di razionalizzare con uno sguardo da architetto che non può prescindere da aspetti tecnici che vanno approfonditi. Ogni progetto è comunque il risultato di una visione che ci accomuna sempre: la ricerca di bellezza e funzionalità di ogni ambiente. Ovviamente in cantiere la chiamo “Enrica” perché dire “mamma” non è molto professionale! Ride.
Qual è la chiave per trasformare uno spazio in un luogo che racconta una storia? Enrica: Io ripeto sempre che la casa deve essere “sincera”. Troppe volte vedo interni perfetti, anche impeccabili, ma senza anima, senza una propria voce. Io credo che il nostro lavoro non sia solo creare bellezza, ma tradurre concretamente il carattere e le esigenze di chi abiterà quello spazio. La casa non può essere il risultato di una moda… quando faccio un progetto mi chiedo sempre: mi piacerebbe tra dieci anni? La risposta mi fa capire se sto andando nella giusta direzione. Giulia: Concordo. Un progetto è ben riuscito quando ogni scelta ha un senso profondo. Quando un cliente ci dice “mi sento a casa” sappiamo di aver fatto bene il nostro lavoro. La bellezza da sola non basta, dev’essere accompagnata da una progettualità attenta e soprattutto deve avere un’anima.

Qual è la cosa più difficile nel vostro lavoro? Giulia: Come dicevamo prima, far comprendere ai clienti che una casa non è solo estetica, ma deve rispondere a un modo di vivere. Ci sono persone che arrivano con una fotografia presa da Pinterest e ci chiedono di replicarla… sorride. In un ambiente totalmente diverso, con dettagli che non rispecchiano la personalità del cliente. Un esempio, come puoi volere una biblioteca enorme se non ami leggere i libri? La casa dev’essere un rifugio dove rientri la sera dopo essere stato “in un frullatore” tutto il giorno e devi stare bene. Enrica: Difficile nel nostro lavoro – e in generale, la gestione delle persone! Perché alla fine questo lavoro è tanto creativo quanto psicologico. Devi capire il cliente, mediare con gli artigiani, tenere insieme tutto il progetto.
Quanto il carattere influenza il modo di progettare? Enrica: Tantissimo. Io, per esempio, sono determinata: se mi dicono che una cosa è difficile da realizzare è fatta, diventa la mia nuova missione. Ricordo che succedeva già quando ero ragazza e seguivo i miei primi lavori per uno studio di progettazione; quando c’era qualcosa di molto impegnativo bastava lasciarmi il progetto sul tecnigrafo e dirmi “guarda se riesci a fare qualcosa tu, ma è molto difficile”. Per me era un invito a nozze! Sorride.
Un progetto che vi ha particolarmente entusiasmate? Enrica: Ogni progetto ti lascia qualcosa, ma posso raccontarne uno recente. Una cliente, una dottoressa dal ritmo di vita decisamente frenetico, aveva bisogno di un luogo dove potesse “spegnere” il mondo esterno e ritrovare un pò di pace. Abbiamo lavorato a questo progetto in ogni dettaglio; pensa che ci sono piccoli segreti della casa che sta ancora scoprendo! Sentire che è felice, che quando chiude la porta dal caos del lavoro si rilassa e respira, è stata la vera soddisfazione. Giulia: Un progetto bellissimo che abbiamo curato è quello di un locale a Noto, in un meraviglioso palazzo storico. Nella progettazione degli spazi esterni ci siamo ispirate all’architettura barocca siciliana, ma con un tocco contemporaneo. Ho studiato proporzioni, materiali, storia… è stato un viaggio incredibile che mi ha riportato a Roma, ai miei studi su Villa Adriana, i suoi spazi, la sua monumentalità discreta, e ho voluto riportare quel senso di misura e armonia nel progetto. Il passato e il presente che dialogano in un equilibrio perfetto. Un lavoro che mi ha permesso di esprimere appieno la mia visione dell’architettura mai fine a se stessa, ma sempre legata alla cultura e alla storia.
Giulia hai studiato a Milano, a Londra e Roma. Che valore hanno avuto queste esperienze nella tua visione della bellezza, dell’architettura con la “A” maiuscola? Giulia: Ogni città in cui ho studiato mi ha lasciato qualcosa. Milano mi ha dato metodo e rigore, Londra mi ha insegnato l’apertura mentale, Roma mi ha mostrato la potenza della storia. Camminare per Roma significava immergersi nell’architettura, assorbirla senza bisogno di aprire un libro. Tra tutti i luoghi, quello che più mi ha segnato è stato il Teatro Marittimo di Villa Adriana. Quel cerchio perfetto, sospeso nel tempo, la simmetria che si fonde con la natura, la sensazione di intimità che si prova all’interno di un’architettura monumentale… ho capito che un progetto non è mai solo spazio, ma anche esperienza. Oggi, quando disegno, ho sempre in mente quel principio: creare luoghi che abbiano armonia, che siano pensati per essere vissuti, non solo guardati.
Enrica quanto pesa l’esperienza e il tempo nella tua visione di oggi, rispetto a quando hai iniziato a lavorare? Enrica: Tantissimo. Da giovane avevo necessità di fare, dimostrare, superare gli ostacoli con determinazione. Le sfide rappresentavano un banco di prova, per mettermi in difficoltà e dimostrare – soprattutto a me stessa, di potercela fare. Poi la vita, in modi anche duri, mi ha insegnato che il tempo non è infinito. Quando la salute ti mette di fronte al fatto che ogni giorno conta, impari a fare scelte diverse. Oggi non ho più tempo da perdere con persone che non capiscono, con compromessi inutili. Ho imparato a dire di no, a lasciar andare certe battaglie, a non sprecare energie con chi non le merita, ma soprattutto, ho imparato a misurare la bellezza delle cose semplici. Apparecchiare una tavola con attenzione, cucinare pensando ai colori e ai sapori, scegliere una stoffa solo perché mi piace.

Come conciliare una carriera impegnativa con la vita familiare? Enrica: In realtà non le ho mai vissute come due dimensioni separate. Il mio lavoro è sempre stato parte della mia vita, un’estensione del mio modo di essere. Quando Giulia era piccola non ero certo la madre che accompagna la figlia a scuola ogni mattina, il vero esempio che potevo darle era la passione. E forse proprio per questo oggi lavoriamo insieme: perché ha visto che il lavoro, se lo ami, non è un sacrificio ma una possibilità di esprimere chi sei. Lavorare in casa, portare con me Giulia nei viaggi, coinvolgerla nelle scelte, ha fatto sì che non ci fosse mai una frattura tra il mio essere madre e l’essere una professionista. Certo, il tempo per se stessi è importante e con gli anni ho imparato a proteggere i miei spazi: la cucina, il piacere di apparecchiare una tavola, le cene con gli amici, il silenzio di certe sere. Ma il confine tra vita e lavoro rimane sottile, e per me va bene così.
Giulia, quindi la tua vocazione è stata l’architettura sin da piccola? Giulia: Direi di sì. Crescere con una madre che ti porta alle fiere di design e ti mette in mano pezzi di stoffa e campioni di materiali, invece che giocattoli, ha avuto un certo peso! Scherza. Però la mia passione vera è nata in cascina dove abbiamo lo studio di progettazione. Un posto speciale che ricorda la campagna pur essendo a due passi dalla città. Enrica: Ah sì, perché quando arrivavano i mobili per il negozio, Giulia non aspettava altro che svuotassero le scatole. Per gli altri erano cartoni da buttare via, mentre per lei erano costruzioni, case da progettare. Giulia: Io prendevo i cartoni e li trasformavo in case, arredandoli con quello che trovavo. Ritagliavo le finestre, attaccavo le tende ricavate da pezzi di tessuto inutilizzati, ritagliavo foto di lampadari dalle riviste e li incollavo sui soffitti. Ogni scatola diventava un progetto. E ovviamente dentro ci entravo anche io. Enrica: Con il cane! Perché non era sufficiente arredare la casa, bisognava anche viverla. E così ci trovavamo Giulia e il cane dentro a queste case di cartone con 40 gradi! Giulia: Ma guarda che era una cosa serissima! Non era solo un gioco, era già progettazione. Ride.
Un sogno professionale che ancora inseguite? Enrica: Scrivere un libro. Un libro che non sia solo un catalogo di interni, ma che racconti il nostro modo di vedere la casa: un viaggio tra gli spazi che abbiamo creato, con una mise en place pensata per ciascuno e una ricetta dedicata a quello spazio. La cucina è il cuore di una casa e, come l’architettura, è interpretazione, equilibrio ed emozione. Giulia: Io sogno di continuare a crescere come architetto… ho una vera ammirazione per mia madre – forse non dovrei dirlo visto che siamo qui vicine, sorride. La stimo molto come professionista e ammetto che mi capita di fare dei progetti sperando di stupirla. Lei è molto esigente e ha fatto tantissimi lavori, quindi un compito non facile… quando capita sono davvero super felice!
Enrica, hai sempre creduto molto nei giovani…
Enrica: Sì, perché i giovani hanno un fuoco dentro che il mondo spesso non sa vedere. Il problema non sono loro, ma gli adulti che li ostacolano invece di aiutarli a fiorire. In studio abbiamo avuto stagisti che ci hanno detto di aver imparato in pochi mesi più di quanto abbiano imparato in anni di studi. Questo per me è un fallimento del sistema. Ai giovani non serve qualcuno che dica loro cosa non possono fare. Serve qualcuno che li ascolti, che dia loro spazio e fiducia. Giulia: Enrica ha sempre avuto un occhio di riguardo per i giovani talenti. Ha aiutato artisti emergenti, ha dato spazio a chi aveva qualcosa da dire. Non è solo questione di lavoro, è proprio un modo di vedere il mondo.
Che consiglio dareste a un giovane che desidera intraprendere questa carriera? Enrica: Non fate questo lavoro se non avete passione. É impegnativo, richiede pazienza e sensibilità. Ma se lo ami, allora è il lavoro più bello del mondo. Giulia: Non abbiate paura di sbagliare. Ogni errore è un’opportunità per imparare. E soprattutto, non smettete mai di essere curiosi. Perché l’architettura, come la vita, è una continua scoperta.