Enrico Brizzi

“Enzo. Il sogno di un ragazzo” Auditorium di San Barnaba – Incontro con l’autore 

“C’era una volta in Italia, signore e signori, un uomo straordinario il cui nome ancora riecheggia per il mondo intero. Le imprese che ne fecero la gloria furono cantate da tanti, e si continuerà a parlare di lui sino a quando la gente avrà memoria del secolo veloce”. 

Sono trascorsi quasi trent’anni dal libro che ti ha portato all’apprezzamento del grande pubblico, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. Sono seguite numerose altre pubblicazioni che tu hai vissuto e vivi sempre con una grande intensità e passione al di là del lavoro… 

C’è una frase di Italo Calvino in cui mi ritrovo appieno ed è: “prima vivere, poi filosofare e scrivere”, un concetto che peraltro condivideva anche Aristotele e che ha attraversato tutta la storia del pensiero filosofico. Credo che in realtà sia semplicemente inscindibile; si vive di esigenze ma anche di passioni e per me la scrittura resta una passione. Quando andavo al liceo chiedevo a mia madre di svegliarmi un’ora prima dicendo che dovevo ripassare latino, mentre in realtà iniziavo a scrivere il capitolo di una nuova storia. Mio padre mi ha sempre detto una frase che credo sia stata una buona eredità: “da grande cerca di fare il mestiere che faresti anche gratis!”.

Cosa c’è dietro l’inizio di una storia, quando hai pensato che avresti avuto voglia di scrivere questo libro? 

Credo onestamente che le cose nascano un pò per sedimentazione lenta e progressiva e poi ci siano  delle scintille che creano l’occasione. In questo caso erano i giorni del Gran Premio di Imola, non quello saltato per l’alluvione del 2023, ma quello del 2022 ed era un pò di tempo che pensavo che avrei voluto scrivere una storia su quella che per noi è stata un’epoca straordinaria per l’Italia.  Non avevo ancora deciso chi potesse essere il protagonista, o che nome avesse, ma sapevo in che contesto volevo che si muovesse; tra Marinetti, D’Annunzio, la musica che arrivava dall’estero, le donne che chiedevano il riconoscimento di un posto nella società, una guerra che incombeva. Un giorno mi chiamarono dalla Gazzetta dello Sport, con cui collaboro abitualmente, era il vice direttore e mi chiese se mi andava di scrivere, da emiliano, un pezzo sul mito della Ferrari per chi nasce e cresce in Emilia-Romagna. Ci misi un giorno, ma la cosa interessante è che fu il pretesto per domandarmi la ragione profonda di qualcosa che ho sempre dato per scontato: perché dalle mie parti c’è la bandiera della Ferrari sui balconi? Perché Enzo Ferrari è considerato come un Padre della Patria? Avevo trovato il mio protagonista!

Un libro che necessita di una ricerca storica assidua e puntuale…

Questo libro racconta la storia di un ragazzo italiano, emiliano, di cento anni fa. Un ragazzo che nasce nelle ultimissime stagioni dell’ottocento ed è perfettamente coetaneo della sua passione. La prima scena ha a che fare con un’occasione che tutti in Italia possiamo avere ben presente, ovvero la festa del Patrono, anche Modena ha il suo Patrono e si festeggia nei giorni più freddi dell’anno, a gennaio, San Geminiano. Cade a pochi giorni dalla festa di Sant’Antonio Abate, e San Geminiano, come Sant’Antonio, è rappresentato come un vecchio autorevole dalla barba bianca e per questo motivo a Modena li chiamano i giorni dei Santi dalla barba bianca. Quello che succede per la prima volta è che la città viene sconvolta dall’apparizione di un veicolo mai visto prima, e il fuoco della narrazione è su una donna, una giovane madre che si chiama Gisa, che ha due bambini, Dino sui tre anni che già trotterella per conto suo ed Enzo, troppo piccolo per parlare, un neonato tenuto in braccio dalla mamma. I due fratelli Ferrari sono insieme alla madre quando lungo la via Emilia, la strada maestra della città, si scatena il caos e la gente sembra scappare dalla piazza. Gisa inizialmente ha l’istinto protettivo di mettere i figlioli al riparo, ma poi si rende conto che non è il diavolo in carrozza ma un calesse senza cavalli; è la prima automobile. In realtà c’è un motivo particolare che la spinge a focalizzare la sua attenzione su questa macchina perché al volante c’è suo marito, il padre dei suoi figli. Si sente combattuta tra il fatto che suo marito Fredo Ferrari abbia realizzato il sogno di una vita – era anni che parlava di queste automobili che c’erano in Francia e Germania – e quello di aver sentito dire molte volte a Fredo che queste macchine costano moltissimo… Non resiste, salta in mezzo alla strada, fiancheggia l’auto – al tempo raggiungevano i 5 o 6 chilometri orari – e gli chiede: “Quanto hai speso? Guarda che, se per levarti questo capriccio, levi il pane di bocca ai tuoi figli ti cavo gli occhi!”. Inizia così la storia della famiglia di Enzo Ferrari che si intreccia con la storia dello sviluppo dell’Italia e delle automobili. 

In quale contesto vivono Enzo e i suoi amici?

Enzo e i suoi coetanei crescono in un’epoca di meraviglie, di novità, di prime volte. Enzo Ferrari è un bambino delle elementari quando si tiene in Emilia la prima corsa di automobili… L’imprenditore palermitano Vincenzo Florio organizzava corse anche al Nord, la Coppa Florio proprio qui a Brescia. Le vetture della categoria a cui apparteneva la macchina di suo padre avevano motori intorno ai 1500 cc, mentre le corse di automobili si svolgevano con macchine da 6000 cc, allora non c’erano limitazioni di cilindrata. Si trattava di una sorta di bestie mitologiche di cui sentivi il canto già ad un chilometro di distanza. Di lì a pochi anni Enzo, con un compagno di scuola, potè assistere al primo Raid aereo Bologna-Venezia-Rimini-Bologna, un circuito di circa 640 chilometri. All’epoca i piloti erano dei pionieri che mettevano il loro destino nelle mani di Dio, nel senso che si levavano in volo aspettando che il vento fosse favorevole e poi si orientavano verso la meta con una bussola. L’atterraggio doveva avvenire per forza spegnendo il motore e sperando di riuscire a toccare terra. Una generazione per cui la meraviglia era il pane quotidiano! 

Com’era Enzo da ragazzo?

Enzo Ferrari ha una caratteristica rispetto ad altri grandi costruttori di automobili, è stato egli stesso un grande narratore; uno dei suoi sogni da ragazzo era proprio di fare il giornalista sportivo. Il suo nome apparve per la prima volta sulla carta stampata nel novembre 1914, l’ultimo campionato di calcio prima dell’interruzione per il periodo bellico della grande guerra. Già a sedici anni, da grande appassionato di calcio, rompeva le scatole alla Gazzetta dello Sport perché voleva scrivere sulla rosea. A Modena c’erano due squadre che corrispondevano a due scuole: una scuola tecnica dove studiava lui che giocava in maglia rossa garibaldina “la studentesca”, e poi c’era quella del Collegio San Carlo in maglia bianconera e casacca molto elegante. Successivamente queste due squadre si unirono e nacque il Modena calcio. Comunque… Diciamo che in casa Ferrari avevano le gambe lunghe ma il fiato corto, quindi lui da scarso non venne mai scelto nella squadra titolare. Nonostante la sofferenza che un ragazzino può provare, decise che se in questo sport non poteva essere né l’Achille né l’Ettore, avrebbe potuto esserne l’Omero. Così inizia a seguire le partite per scrivere la cronaca, ma il suo già smaccato spirito imprenditoriale, lo fa riflettere sull’esigenza insoddisfatta di avere i risultati di una partita subito senza attendere il giornale del giorno successivo. Quindi va alle partite, butta giù la cronaca e cinque minuti dopo salta in bicicletta per andare nei bar e nei caffè del centro e fare le sue cronache espresse in cambio di mance. Più avanti decide di mandare un telegramma al direttore della Gazzetta dello Sport dando la sua disponibilità per seguire le partite del Modena, ma c’è già un giornalista titolare; nel caso ci fosse la necessità verrà contattato. Quel giorno arriva a novembre del 1914, alla vigilia della partita Modena contro Inter. Lui è contentissimo e inizia a sognare che il Modena vinca così da raccontare di una partita gloriosa; purtroppo l’incontro termina sette a uno per l’Inter, una disfatta totale! Resta comunque l’occasione per scrivere il suo primo articolo e, la mattina seguente, davanti all’edicola, trova uno dei compagni di squadra di quand’era ragazzo e può dire con orgoglio che la cronaca l’ha scritta lui. Questa è una giornata di gloria per lui che comprende come avere visibilità possa dare soddisfazione, ma dall’altra parte capisce quanto sia effimera e sia necessario fare qualcosa di più duraturo per restare nella storia. 

Al di là di questo episodio resta celebre la risposta di Enzo Ferrari alla domanda su cosa volesse fare da ragazzo: “il mio sogno da ragazzo era essere Enzo Ferrari”. La verità è che, come per ognuno di noi quando era ragazzo e non c’era niente di scontato, non lo fu nemmeno per Enzo Ferrari. Se crediamo che i grandi uomini o le grandi donne siano predestinati alla loro grandezza, siamo un tantino classisti, io credo che si possa tendere alla grandezza, ma poi la propria fortuna va costruita con la costanza, il lavoro e l’impegno quotidiano. Ognuno di noi può arrivare a raggiungere i propri sogni o almeno una parte dei propri sogni senza che ci sia nulla di scontato in questo. 

Famiglia. Quanto pensi abbia contribuito nella personalità di Enzo Ferrari avere un genitore estremamente creativo, appassionato di motori, e una madre dal temperamento così forte? 

Credo che i suoi genitori siano stati, come succede un pò per tutti i figli, quelle figure che per assonanza o per contrasto hanno plasmato il suo carattere. Dal babbo Enzo eredita sicuramente l’amore per il lavoro e soprattutto l’idea che lavoro e passione possano coincidere. Se avete visitato la Casa-Museo Enzo Ferrari a Modena saprete che la casa dei Ferrari sorge letteralmente muro a muro con l’officina del padre. Il padre si occupava di lavorare i metalli, Enzo fece lì i suoi primi lavoretti; costruivano pensiline per le stazioni ferroviarie. Dalla madre prende il carattere forte; la signora Gisa è una delle prime donne in Italia che parla dell’esigenza di voto, una pioniera del diritto di voto alle donne. Rimbalzando tra il romanzo e la vita reale, la signora Gisa era una donna con due figli e ne perse uno nella prima guerra mondiale, Dino il maggiore. 

Questo libro racconta sostanzialmente i primi vent’anni di vita di Enzo Ferrari, da quando lui frugoletto sta in braccio alla mamma, mentre arriva la prima automobile in città. Quella in qualche modo diventa l’esperienza iniziatica, tragica per tutta la loro generazione, un progresso che porta a far viaggiare l’automobile per la strada, a far volare gli aerei in cielo, la scoperta di medicine e vaccini, la fine di malattie che fino a quel momento erano state mortali. Tutto quello che sembra promettere il mondo perfetto, un mondo in cui finalmente anche i figli dei poveri hanno diritto di andare a scuola, tutto questo progresso tecnologico sfocerà poi nel più grande massacro della storia dell’umanità. Il progresso porta anche mitragliatrici che sparano 200 colpi al minuto e ammazzano battaglioni interi, ci sono velivoli che sganciano bombe dall’alto, cannoni che sparano a dieci, venti o trenta chilometri di distanza. Mi interessava raccontare la storia di una generazione così diversa per certi versi dalla mia, cresciuta con l’idea di un progresso infinito e meraviglioso che poi è andata a sbattere contro l’esperienza più tragica che uno potesse immaginare. 

Tornando alla signora Ferrari, è una madre tosta che nonostante il figlio sia diventato un capitano d’industria famoso in tutto il mondo, è già “il Signore delle rosse”, e lei è molto anziana, non intende fare anticamera. Quando va a trovarlo al segretario personale di Enzo dice: “io nella vita ho messo al mondo due figli, uno intelligente e uno scemo. Quello intelligente è morto in guerra, dovrei fare anticamera per parlare con quello scemo?”. Una madre molto passionale… Spesso si dice che non ci sono grandi uomini che non abbiano dietro una grande donna, Ferrari di grandi donne ne ha avute sicuramente molte. Più che una storia di motori, direi che questa è una storia di famiglia e di società, di una civiltà che cresce in quegli anni. 

Rispetto al tuo racconto molto puntuale, Enzo Ferrari ha sempre avuto un certo pudore a raccontare il suo passato. Dipende da un fattore caratteriale o dobbiamo aspettarci qualche anteprima?

Ferrari come tanti uomini che diventano celebri ad un certo punto racconta la propria storia, ma la racconta nascondendo alcuni episodi un pò meno gloriosi. Si è scordato ad esempio di raccontare che la sua prima impresa fu un fallimento in termini economici, chiese infatti dei soldi in prestito alla madre per aprire un’officina e l’attività si rivelò disastrosa nel giro di due anni. Un altro episodio, una stagione importante della sua vita che racconta in maniera molto sbrigativa, è proprio quello della prima guerra mondiale quando suo fratello più grande morì di malattia facendo l’ambulanziere. Le sfortune per la famiglia Ferrari che aveva appena perso il padre e il primogenito non erano però finite; la madre era convinta che dopo questa tragedia le avrebbero lasciato il figlio più giovane ma la guerra per l’Italia andava di male in peggio, si avvicinava la stagione di Caporetto e tutti i ragazzi abili alle armi venivano chiamati in guerra. Lo stesso valse anche per Enzo che raccontò successivamente: “mi chiamarono in terzo artiglieria da montagna, quello che diventerà il terzo artiglieria alpina pochi anni dopo, e mi mandarono in alta Lombardia, in Val Camonica. La guerra per me andò a finire che mi ammalai anch’io, una malattia polmonare, la stessa che aveva portato via mio padre e mio fratello Dino. Finii in un ospedale militare, la guerra terminò ed io mi salvai per il rotto della cuffia”. In tutti i libri che lessi su Enzo Ferrari, e ce ne sono di ottimi, sono riportate sempre e letteralmente le stesse cose, nessuno approfondisce davvero questo tema che nella vita di un ragazzo di 19 anni è invece fondamentale. Quanto tempo sei stato al fronte? Hai combattuto? Sei stato nelle retrovie? Eri in prima linea? È stato come cercare un segreto di Stato più o meno, da qualunque parte non se ne veniva fuori così ho fatto una ricerca a Roma, presso lo Stato Maggiore dell’Esercito dove ci sono le schede di servizio di quanti hanno prestato servizio nelle armi, e c’era anche la sua. 

Quale la storia di Enzo Ferrari in guerra?

Enzo Ferrari andò al punto di raccolta della sua unità che inizialmente era a Bergamo accompagnato dalla madre. Andarono insieme a teatro per vedere un’opera dopodiché si recò in reparto. Il secondo appuntamento fu a Clusone dove i ragazzi venivano ripartiti nei vari reggimenti e unità; lui finì in alta Val Camonica al confine con la bergamasca, sopra il passo del Vivione. Enzo Ferrari si trovò emiliano in mezzo ai lombardi delle varie valli, come primo impatto con l’esercito, lui che mai aveva considerato di essere “un terrone“, venne chiamato “terrone” perché gli altri erano tutti più a Nord di lui. Lui ci rimase malissimo, un colpo micidiale all’amor proprio. Il secondo colpo fu quando, certo della sua abilità con i motori, chiese di occuparsi dei camion in reparto. Il capitano lo condusse allora in una stalla dove gli presentò i loro mezzi, muli e mucche da gestire! Un’esperienza abbastanza antieroica che diventò ancora meno eroica quando, alla prima missione, risalì il crinale per scendere su Edolo a portare i colpi per i cannoni, ma la strada non era praticabile perché era stata bombardata dagli austriaci. Bisognava passare tra i sentieri di montagna con i muli e questa esperienza per lui fu talmente faticosa e traumatica che dopo due settimane si ammalò. L’artigliere Enzo Ferrari terminò così il suo servizio, ammalato in un ospedale militare. In sostanza passò due settimane in divisa e due anni in un ospedale; per un uomo come lui, sempre orgoglioso di essere italiano, di far parte di una generazione che ha contribuito a far vincere la guerra all’Italia, non rappresenta una storia tanto eroica. Io penso però che nell’umanità di un personaggio ci sia anche sapere come sono andate le cose, provare a capirle e spiegare perché, nei suoi panni, forse nessuno sarebbe stato felice di raccontare un’esperienza forse imbarazzante. 

Enzo Ferrari era anche un grande narratore e parlò della guerra…

Lo fece in maniera molto umana, da ottimo narratore quale era. Descrisse l’angoscia orribile provata nell’ospedale militare prima a Brescia e poi a Bologna, dove non riusciva a dormire la notte. Nella sua stanza gli uomini continuavano a morire, mentre sentiva un battere incessante provenire dal piano di sotto. Solo più avanti comprese che si trattava  di un battere ritmico di chiodi su legno, e realizzò con orrore che erano gli operai medicalizzati che chiudevano le bare con i suoi compagni di stanza, man mano che morivano. Un ricordo straziante, una guerra che nemmeno nei pensieri più tragici l’Italia avrebbe mai potuto immaginare.

Amore. Nel libro compare una figura femminile che è il primo amore di Enzo Ferrari… 

Le ricerche mi hanno permesso di scoprire aspetti dell’Italia di quell’epoca, siamo negli anni 1912 – 13, parliamo dell’adolescenza di Enzo, che non sospettavo minimamente. Ad esempio non avevo mai immaginato che in una città né grande né piccola come Modena ci potesse essere un luogo dove i ragazzi e le ragazze potevano vedersi e conoscersi, chiacchierare lontani dalla sorveglianza delle vecchie zie o dei fratelli maggiori. Erano luoghi con un pavimento tutto in assi di legno levigato, come fosse un velodromo rettangolare, con un bar dal bancone lungo l’intero lato del complesso e  un’orchestra che suonava della buona musica americana mai sentita prima, e che poi avremmo scoperto chiamarsi jazz. A Modena, e in altre città italiane, esistevano questi luoghi riservati ai più giovani e la caratteristica del pavimento aveva l’obiettivo di guadagnarsi un pò di privacy. Questo perché  i ragazzi e le ragazze noleggiavano dei pattini a rotelle e poi schettinavano insieme avanti e indietro mentre chiacchieravano per conoscersi. Questo è il modo in cui Enzo conosce la ragazza che diventa il suo primo amore, la conosce proprio in uno di questi posti mentre è con un suo amico e lei con sua cugina, diciamo in doppia coppia. La situazione viene propiziata grazie al suggerimento del suo migliore amico, un ragazzo molto diverso da lui, tal “Negus”, un giovane teppista che a scuola viene bocciato fino a quando decide di abbandonare. Enzo lo trova incredibilmente carismatico anche perché ha il pregio di svelargli un segreto… come fare a salutare una ragazza ed essere ricambiato. Il Negus glielo spiega dicendo che è molto facile, ma deve stare attento ad eseguire con precisione le sue istruzioni; deve fare una faccia precisa, dev’essere insieme triste e felice. Enzo inizia a fare le prove, cerca di modulare l’espressione e alla fine con sua grande sorpresa riesce a conoscere la ragazza dei suoi sogni. 

In questo libro abbiamo parlato d’amore, di famiglia e di guerra. C’è un accenno forte anche all’arte di Marinetti, per cui il secolo veloce è raccontato anche attraverso queste sfumature artistiche… 

Ognuno di noi ad un certo punto si è trovato a scuola a dover imparare a memoria delle poesie, non tutte ci facevano impazzire. Enzo, in particolare, cresce con un fratello maggiore che è bravissimo a scuola, anche se era poco portato per la vita pratica, Enzo era esattamente l’opposto. Come credo capiti ad ognuno di noi quando cresce con un fratello o una sorella, specie dello stesso sesso, fatalmente ci si trova iscritti ad una gara alla quale non si è mai chiesto di partecipare! In tal senso Enzo, quando va a scuola, la prima cosa che si sente dire dal Maestro è come possa essere un tale somaro con un fratello tanto bravo. D’altro canto uno finisce per crederci, così alla fine deve cercare la sua via e la trova anche per differenza. Il fratello Dino era un grande teorico, quello bravo in tutte le materie, mentre Enzo non ne voleva sapere, ma quando uscì sul giornale una poesia che parlava della loro grande passione comune, l’automobile, un’automobile lanciata a gran velocità e più bella della Nike di Samotracia, ne restò profondamente colpito. Stiamo parlando del manifesto futurista di Marinetti e i fratelli Ferrari restarono a bocca aperta, specie Enzo che aveva sempre conoiderato la poesia come un’entità pallosa. Si innamorarono dell’idea di Marinetti, del futurismo e che l’automobile non fosse solo un mezzo di trasporto, un bell’oggetto dalle linee sinuose, da guardare dal punto di vista del progresso tecnologico, ma poteva essere considerato anche arte e poesia.

Un libro interessante, ma in qualche modo incompiuto… ci sarà un seguito?

Ti anticipo già che ci sarà un seguito, questo è l’inizio di una trilogia dedicata a Enzo Ferrari e, più in generale, alla sua generazione, all’Italia di quegli anni. “Enzo, il sogno di un ragazzo” parla sostanzialmente degli ultimissimi anni dell’ottocento fino al termine della grande guerra, ma sto scrivendo un secondo volume che è ambientato negli anni ’20 e ’30, gli anni in cui un ragazzo di vent’anni diventa un uomo e tocca con mano quello che inizialmente era solo un suo sogno. Enzo Ferrari, non è certo una sorpresa, diventa un pilota che corre con i migliori seppure non sia fra i migliori, diventa uno dei  quattro moschettieri dell’Alfa Romeo e, anche se è il più scarso, è l’unico che sopravvive agli anni d’oro delle corse. Vede morire uno dopo l’altro i suoi tre amici, i suoi tre maestri, e deve confrontarsi con la paura. Deve fare i conti inoltre con il sogno di diventare un imprenditore in una stagione speciale della storia d’Italia in cui c’è una dittatura e come si può fare impresa libera in un Paese che libero non è? Questo è lo scenario e naturalmente entreranno sempre di più le donne nella sua vita, non più solo la mamma e la prima fidanzata, saranno donne che avranno un ruolo decisivo nella vita adulta di Enzo. C’è ancora moltissimo da raccontare…

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