“Favole da incubo educare alla parità di genere, imparare a riconoscere gli indizi…

“Dobbiamo lavorare sul modo in cui le donne considerano se stesse fin da quando sono bambine e dobbiamo cominciare a farlo subito, perché l’educazione alla parità di genere è l’unica arma che abbiamo” Roberta Bruzzone

Intervista a Roberta Bruzzone

Criminologa, Psicologa, esperta di Psicologia Investigativa e Forense, di Analisi comportamentale e sopralluogo criminologico… hai seguito moltissimi casi di violenza, delitti efferati che hanno caratterizzato tristi pagine di cronaca in Italia. Quando decidi che “la criminologia” è la tua strada, la professione che vuoi intraprendere?Ero molto molto giovane, all’inizio delle scuole superiori. Ho sempre avuto l’idea di miscelare la psicologia con gli aspetti legati alle scelte forensi e alle investigazioni. Ho costruito per così dire un percorso formativo che mi consentisse di accedere ad entrambi i mondi, in un momento in cui non era ancora possibile farlo secondo i miei professori.  Evidentemente si sbagliavano! All’inizio ero solo io a unire queste due discipline: a occuparmi di criminologia no, ci mancherebbe, ma questo tipo di criminologia, più legata all’indagine e all’investigazione, alle scienze forensi, alle valutazioni legate al mondo del profiling. Da questo punto di vista credo di aver contribuito fortemente a superare determinati stereotipi legati alla figura della donna in queste professioni; possono attribuirmi una serie di caratteristiche, ma certamente non quella della fragilità. Sorride. 

Una delle prime discriminazioni che le donne devono affrontare è proprio quella che le vengano attribuite caratteristiche di fragilità, a differenza della forza che è rappresentata nella figura dell’uomo impavido e poderoso… hai mai pensato che il tuo essere donna potesse limitarti in qualche modo, dal punto di vista emotivo, ma anche del giudizio sociale?Assolutamente no, anzi l’ho sempre trovato un punto di forza e, in quella direzione, ho portato avanti il mio cammino. Non ho mai permesso – e neanche mi sono accorta, che l’essere donna potesse rappresentare un limite nella mia modalità di svolgere la professione. Intorno a me c’era sicuramente un pregiudizio generale, che c’è ancora, legato al fatto che alcune professioni particolarmente complesse e delicate possano svolgerle anche le donne, tuttavia non sono mai stata vittima di questo pregiudizio e lo dimostra il mio percorso. 

Le donne sono amiche delle donne? Io non credo che il problema sia essere “amica delle donne”, ma piuttosto una questione di rispetto, del tipo di ambiente socio culturale in cui veniamo tutte educate e formate. La solidarietà femminile non è contemplata perché sarebbe pericolosissima. Le altre donne vengono viste come dei “competitor”: se la vita di una donna deve ruotare intorno a quella di un uomo, garantirsi l’accesso a quell’uomo diventa fondamentale e, di conseguenza, le altre donne vengono viste inevitabilmente come potenziali concorrenti. Questo è uno degli elementi alla base della scarsa solidarietà femminile e del fatto che siamo portate a metterci in competizione con le altre, proprio come una sorta di dato educativo. Questo è un problema serio perché è da lì che si origina la diffidenza e il confronto esasperato; ancora oggi viviamo dominate dall’idea che la vita debba ruotare intorno a quella di un uomo ed è un presupposto davvero aberrante. Quando supereremo questo aspetto, probabilmente, sarà più facile costruire relazioni sinergiche e collaborative anche tra donne. Diciamo che in generale le donne intelligenti e forti non risentono di questo tipo di competizione folle, mentre quelle probabilmente più legate alla lettura patriarcale invece sì, quindi cercano costantemente di essere più belle delle altre, spesso anche barando, perché pensano che questo sia l’unico modo di poter contare, riconoscono il loro patrimonio sociale solo nell’avvenenza fisica. Purtroppo basta affacciarsi su Instagram per rendersi conto di come, ancor oggi, la maggior parte delle donne cerchino di esasperare l’aspetto dell’avvenenza a discapito di tutta una serie di altri contenuti molto più preziosi e decisamente meno inclini all’invecchiamento. 

Il ruolo della cultura nella nostra vita. Presenti quest’estate un’opera di teatro sociale che trae spunto dal tuo ultimo libro “Favole da incubo”, un titolo emblematico… Cos’è una favola da incubo?Il titolo traccia proprio una parabola delle storie, delle fiabe che raccontiamo ai nostri figli;  iniziano tutte immancabilmente come storie meravigliose in cui la vittima si convince di aver incontrato la persona migliore del mondo, il cosiddetto “Principe azzurro”. “L’uomo perfetto” che purtroppo molte donne hanno ancora in mente, mentre l’epilogo finale è decisamente più terribile e devastante, quello tipico di un incubo. Una “favola da incubo” traccia la traiettoria esatta dell’evoluzione di queste storie: quasi tutte malevole, anche se non arrivano al femminicidio, sono favole da incubo perché la parte iniziale della relazione è quella che aggancia la vittima, la fa sprofondare in una condizione di dipendenza neurobiologica e psicologica, e infine inizia l’incubo. 

Nel tuo libro affronti molti temi che ahimè continuano ad essere più che mai attuali ai nostri giorni… quali gli stereotipi alla base degli episodi di violenza?Sono moltissimi… il fatto che le donne debbano occuparsi della casa, della famiglia, che debbano realizzarsi solo nella sfera privata, che la maternità sia la principale ragione di vita. Non devono nemmeno sognarsi di mettere in discussione quello che dicono gli uomini, ma piuttosto devono vivere al loro fianco restando rigorosamente un passo indietro. Questo è ancora in larga parte quello che alimenta le donne italiane, come evidenziano le ultimissime ricerche dell’ISTAT che tracciano la persistenza di questi stereotipi anche nelle generazioni più giovani. 

Secondo te, cosa alimenta questi stereotipi? Direi senza dubbio l’educazione, assolutamente. Ciò che insegniamo ancora oggi alle ragazzine; devono essere brave, belle, mute e non devono sfidare mai l’autorità degli uomini. È questo che ancora oggi troviamo rappresentato in larga parte anche a livello educativo; l’indottrinamento comincia molto presto ed è implacabile. Pochissime riescono a sottrarsi a questo tipo di condizionamento perché, seppur ne leggano la pericolosità, la maggior parte si adegua e cerca in tutti modi di soddisfare i criteri richiesti per sentirsi socialmente adeguate e accettate. Basti pensare a ciò che succede quando dici di non volere figli – se sei una donna! – è assolutamente considerata una scelta abominevole! Oppure se decidi di tornare a lavorare molto presto, subito dopo aver partorito, per molti significa voler fare del male al proprio bambino, mentre lo stesso tipo di discorso non verrebbe mai fatto al padre.

Ci sono schemi comportamentali ricorrenti che possiamo individuare in alcuni soggetti che ci mettano in allarme o pre-allarme? In altre parole, come distinguere un uomo pericoloso che ci sta manipolando?Gli indizi sono diversi e tutti molto visibili perché questo tipo di soggetti non fa mistero delle proprie prerogative, delle proprie esigenze. Quest’istanza di controllo che si manifesta immediatamente, questo rinforzare in maniera sistematica, quasi ossessiva, il concetto che la donna appartenga ad un uomo, che non possa fare scelte senza l’approvazione di quell’uomo né muoversi al di fuori del perimetro di controllo dello stesso. Tutti questi sono parametri molto chiari. Inoltre c’è l’isolamento progressivo; una volta che incontri un manipolatore maltrattante, ed entri nella fase idilliaca, perdi il contatto con tutta la tua rete di relazioni precedenti, quella che potrebbe esserti d’aiuto e salvarti quando poi il soggetto calerà la maschera, perché la calerà prima o poi, su questo non c’è dubbio. 

Com’è possibile che le donne non riconoscano questi comportamenti evidenti?Io credo che li riconoscano, ma ancora oggi molte di loro li confondono per interesse: molte donne sono convinte che essere controllate dal proprio uomo, per una forma di gelosia ossessiva e controllante, sia un segnale di interesse. Questo è un altro tipo di insegnamento di tipo culturale, tollerare un tipo di condotta ossessiva come manifestazione di una certa passionalità, quando in realtà sono testimonianze di un disagio psicologico. 

Quali “le armi” che abbiamo a disposizione per difenderci: la conoscenza, la cultura, le istituzioni, la condivisione?Direi piuttosto la consapevolezza. Bisogna cominciare a parlare di questo tipo di schemi, di questi stereotipi, nella maniera giusta facendo comprendere alle persone che non è assolutamente normale rispondere a regole precostituite. Si tratta di un inganno, è un grande inganno e bisogna svelarlo. Nella prima parte del mio spettacolo parlo proprio di  stereotipi di genere per far comprendere quanto siamo abituati a tollerare una lunga serie di limitazioni dal lato femminile, dalla parte delle donne, che in realtà sono figlie di un’impostazione culturale. Non c’è nulla di naturale nel dover essere assoggettate ad una figura maschile nella propria vita, eppure viene spacciata come tale, come se fosse la cosa più normale al mondo. Bisogna riuscire a parlare di stereotipi in maniera innovativa, senza annoiare le persone, ma facendo comprendere loro la portata di questo tipo di stereotipi nella loro vita, cioè di quanto ne paghino le conseguenze tutti i giorni. 

Cosa ti spinge alla condivisione di queste esperienze?Credo sia l’unico modo per cercare di salvare qualche vita in più, credo sia questo. Se le vittime scivolano in questo tipo di relazioni, con gli strumenti che hanno oggi a disposizione, sarà difficile che ne escano vive. L’unica strada è la prevenzione! Dopo venticinque anni che faccio questo lavoro nelle aule di giustizia, sostengo che bisogna evitare che le donne arrivino lì, ma non perché non denuncino, ma perché non devono proprio entrare in relazioni di questo tipo… sarà comunque un viaggio all’inferno! Il processo è un’esperienza terribile, non è detto che vengano credute, e poi inizia una lunga serie di intoppi. Ritengo che il mio obiettivo sia piuttosto sfidante, ma temo che sia l’unica strada percorribile per salvare le vittime; una volta che entri in quel tipo di dimensione, anche se denunci, il prezzo che pagherai è comunque altissimo. 

A proposito di cultura e innovazione culturale, ti occupi di corsi di formazione anche presso le Forze dell’Ordine… La formazione degli operatori è fondamentale. Assistiamo ancora troppo spesso a sottovalutazioni di scenari gravi, sia da parte degli operatori sul campo, sia da parte dei magistrati, quindi il problema culturale c’è. Non c’è quell’approccio di supporto che tutti noi ci augureremo nei confronti delle vittime! Io penso che la strada più utile sia quella di dare delle informazioni affinché le “vittime” non lo diventino proprio, perché quella è comunque un’esperienza devastante. Nella migliore delle ipotesi è necessario ripercorrere tutti gli accadimenti tremendi affrontati; per quanto sia fondamentale il contrasto in sede giudiziaria, una volta lì i segni saranno indelebili, una parte di te l’avrai persa per sempre. 

La cronaca non si esime dal racconto di questi casi che vengono più o meno analizzati da opinionisti, esperti, ma anche nelle trasmissioni di informazione più “popolare”. Negli ultimi tempi sono state girate serie e docufilm. Cosa ne pensi e quali possono essere le conseguenze sugli spettatori che assistono a questi episodi? Indignazione, eccitazione, spirito di emulazione…?La maggior parte di queste storie non possono essere emulate; non basta guardare un docufilm per diventare un maltrattante, devi averlo dentro con una serie di prerequisiti. Non è l’osservazione di certe dinamiche televisive o mediatiche che porta a sviluppare un certo tipo di condotta se mancano i presupposti. La visione di una fiction o di un docufilm cambia poco, anzi, io penso che sia molto utile continuare a raccontare queste storie perché è più facile che le vittime si riconoscano in questo tipo di vicende, magari in una fase precedente all’evoluzione più grave. Questo può consentire loro di avere una possibilità in più per tirarsene fuori in tempo, quindi ben venga il racconto di queste storie. Certo deve avvenire in maniera corretta, competente ed equilibrata, questo sì.

In conclusione, cosa dobbiamo imparare dalle vicende che hanno tristemente segnato la vita di donne, ragazze, ma anche dei loro figli, fratelli e bambini innocenti?Quando in una relazione qualcuno pensa di poter limitare i desideri, i bisogni, le passioni e gli interessi di qualcun altro, quella è una relazione malevola e dobbiamo imparare a riconoscerla come tale. Può essere subdola o più manifesta, ma comunque è malevola; se io devo meritare l’amore di qualcuno è evidente che non sono nel perimetro di una relazione sana. Dobbiamo imparare a valutare con maggior senso critico le relazioni che ci troviamo a vivere e, soprattutto, riconoscere quelle in cui non possiamo stare perché ci chiedono di trasformarci in maniera troppo limitante.

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