Flavio Terragnoli : una vita per l’ortopedia

Una vita dedicata alla chirurgia, o meglio, all’ortopedia… In realtà sì. Sorride. È quello che ho sempre fatto nella vita, senza mai variazioni di indirizzo nel corso della mia carriera professionale. Sono entrato in ospedale nel 1977, ho iniziato agli Spedali Civili di Brescia, al tempo il Direttore della Clinica universitaria era il Professor Giorgio Brunelli. La mia vita professionale è iniziata insieme ad un gruppo di amici che ha fatto poi la storia dell’ortopedia bresciana e non solo: il Dott. Li Bassi, il Dott. Stefani e il Dott. Vigasio. All’inizio eravamo tutti nella stessa barca, diciamo “bresciana”, poi ciascuno con le proprie diversificazioni, ha continuato lungo il solco tracciato dal Professor Brunelli, un luminare della medicina e della microchirurgia.

Perché l’ortopedia? Ho sempre voluto fare l’ortopedico. Poi mi sono specializzato in chirurgia della mano, che era una conseguenza logica della frequentazione di quel Reparto, e poi ho fatto una specialità anche in Medicina Sportiva perché mi sono interessato sempre molto di traumatologia sportiva, quindi una scelta abbastanza consequenziale. 

In questi anni c’è stata un’evoluzione importante della chirurgia ortopedica… Direi di sì, soprattutto nell’ortopedia in campo protesico. Vero è che già decenni fa c’è stata tutta un’evoluzione, forse poco conosciuta, ma il Prof. Brunelli è stato uno degli antesignani della chirurgia protesica dell’anca; fu uno dei primi in Italia a impiantare una protesi d’anca. Quindi già lì c’era il germe che poi ha determinato una storia, che ha portato verso un’evoluzione in campo protesico e che adesso è arrivata, non alla fine, ma ad un ultimo capitolo che è quello della chirurgia robotica. In Fondazione Poliambulanza, grazie chiaramente alla disponibilità dell’Amministrazione e della Direzione, siamo una delle poche strutture italiane ad avere tre robot che lavorano tutti i giorni. La chirurgia protesica, soprattutto del ginocchio, è ormai predominante. Noi facciamo qualche centinaio di protesi di ginocchio ogni anno e le facciamo sempre con i robot. 

Cosa pensa delle tecnologie applicate alla chirurgia ortopedica?  L’ortopedia è una branca ad alta tecnologia e quindi tutte le evoluzioni, sia dei materiali, sia della conduzione dell’intervento stesso, hanno determinato appunto la storia ed il miglioramento costante di questa chirurgia. L’ultimo passo, quello che stiamo utilizzando adesso, è quello della chirurgia robotica. Il passo successivo è quello dell’intelligenza artificiale che già inizia ad affacciarsi in alcuni passi dell’intervento; chiaramente per poter parlare di intelligenza artificiale abbinata alla chirurgia robotica ci vuole ancora un pò di tempo. 

La chirurgia robotica integra quella tradizionale?  Direi che ormai la sostituisce, la chirurgia tradizionale è stata superata dalla chirurgia robotica. La chirurgia tradizionale ha fatto tanti miglioramenti negli strumentari e così via, nell’attenzione a tante cose ancillari. Un momento fondamentale è stato quello del “fast track” ovvero del percorso rapido della chirurgia; se ci pensiamo quando operavamo alle protesi all’Ospedale Civile, erano gli anni ’80, il malato restava in ospedale 15, 20 giorni. Adesso in buona sostanza il paziente viene operato la mattina, o comunque durante il giorno, arriva in reparto, le fisioterapiste lo mettono in piedi e iniziano a farlo camminare. Nel 70% dei casi il paziente in terza giornata va a casa e segue un percorso di rieducazione domiciliare assistita attraverso alcune applicazioni che gli facciamo scaricare sul telefonino. Questo chiaramente non vale per tutti e in qualche caso si rende necessario avere un caregiver che supporti il paziente. Tornando a noi c’è stata un’evoluzione molto importante di materiali, atteggiamenti e percorsi che hanno determinato in generale una riduzione importante delle complicanze a carico del paziente. Preciso che noi, in Poliambulanza, abbiamo scelto di seguire il filone della chirurgia robotica, che ci sta dando delle soddisfazioni enormi e che rappresenterà un pò il futuro, ma ciò non toglie che quanti si avvalgono della chirurgia tradizionale affidati a mani esperte raggiungano degli ottimi risultati. 

Si è occupato per molti anni della Società Sportiva Rugby Brescia, del Brescia Calcio ed è tuttora un punto di riferimento per il ciclismo italiano. Mi racconta come nasce l’esperienza della sua professionalità nello sport?  Nel caso del rugby è nata così, quasi per caso. Ricordo che il Rugby Brescia – il Concordia, che al tempo aveva appena vinto il campionato, era seguito dal Dott. Sandro Paterlini, un altro noto medico bresciano endoscopista. Mi propose di seguire la squadra perché era molto impegnato e riteneva di non avere tempo abbastanza da dedicare alla squadra, mentre io che ero più giovane avrei probabilmente avuto più tempo per seguirla. Così è nato un rapporto, diciamo di amicizia, con l’ambito rugbistico che è durato tutta la vita, per tantissimi anni; io e il Dott. Stefani abbiamo seguito il Rugby Brescia per vent’anni finché l’età e gli impegni sempre maggiori ci hanno spinto  ad introdurre dei giovani che poi hanno continuato. Sono stati degli anni molto belli e anche goliardici, così come solo lo spirito del rugby può esserlo, estremamente piacevole se si entra un pò nella mentalità di questi atleti che praticano uno sport di comunione, amicizia e coinvolgimento. A rugby non puoi mai giocare da soli! 

Ciclismo. Prima il “Pirata” Pantani e oggi lo “Squalo” Vincenzo Nibali… solo Terragnoli! Il ciclismo è stato così, anche quello come capita sempre nella vita, un caso. A Brescia c’era, e c’è tuttora perché lo sento spesso, Davide Boifava con Giuseppe Martinelli che ai tempi erano Direttore sportivo e vice di alcune squadre professionistiche di ciclismo. Cominciammo a collaborare sulla base soltanto di una conoscenza, di un’amicizia, e quando qualcuno cadeva e si faceva male c’era Terragnoli. E così ho operato anche Marco Pantani e molti altri ciclisti. L’estate scorsa ho operato Letizia Paternoster che vinse nel 2021 un titolo mondiale.

Un episodio curioso nella sua carriera, che ricorda con piacere?  Un momento che ricordo bene, e mi fa anche sorridere, è successo proprio in ambito sportivo quando Nibali si è fatto male all’Olimpiade, mentre peraltro si avviava verso una medaglia d’Oro. Era agosto e mi trovavo in vacanza, ricordo che ricevetti una telefonata che iniziò più o meno così: “parlo dell’aereo del Presidente del Consiglio, le vuole parlare il Presidente del Consiglio”. Naturalmente all’inizio pensai alla solita bufala, sembrava uno scherzo, e invece era Matteo Renzi che stava riportando Nibali in Italia sul suo aereo. Comunque poi lo operammo l’indomani.

Quanti interventi ha fatto nella sua lunga carriera?  Non lo so… Onestamente non lo so davvero! Sorride e mi mostra uno stampato.  Calcoli che… questa è la lista operatoria di oggi, ho operato sei pazienti. Quindi direi all’incirca qualche migliaio all’anno, dunque un conteggio piuttosto lungo! 

Qualche volta ha rifiutato dei pazienti?  Sì, ma sempre nel bene del paziente e penso proprio di poterlo dire con estrema serenità. Non ho mai detto un “no” per partito preso, piuttosto per richieste che ritenevo di non condividere, soprattutto nel caso di aspettative che non potevo garantire o soddisfare. Abbiamo detto di no, anzi, io ho detto no perché purtroppo, all’interno di un Reparto, ci dev’essere qualcuno che decide nel bene e nel male, e qui quel qualcuno sono io. Ammetto di aver risposto “no” qualche volta, magari avrò anche sbagliato, anzi sicuramente, però sempre in buona fede e pensando alla scelta migliore per il paziente. 

Quant’è importante l’aspetto umano nella chirurgia, o più in generale in ambito medico-sanitario? L’aspetto umano è fondamentale così come l’equilibrio dell’aspetto umano, perché ritengo che il coinvolgimento totale porti in qualche modo ad una perdita di lucidità. Certamente quello che tutti noi vogliamo è il bene del paziente, ma il coinvolgimento totale qualche volta fa perdere la lucidità, soprattutto il coinvolgimento dal punto di vista e umano. Io credo che sia necessario, anche se difficile, e costa molto, essere capaci di mantenere quella libertà di pensiero che permette di essere lucidi nelle decisioni. Non è semplice… 

Parlando di futuro, due aspetti importanti sono la ricerca e la formazione, due ambiti strettamente collegati. Qual è il valore della ricerca scientifica, in particolare in campo ortopedico?  Il lavoro che facciamo ogni giorno è il frutto della ricerca, quindi la ricerca è fondamentale. Detto questo ritengo che la ricerca abbia delle regole ben precise che prevedono un percorso che va di pari passo con la clinica fino a un certo punto. Poi la ricerca pura dev’essere fatta dal ricercatore perché sono due strade che non possono andare in parallelo in assoluto. Quindi la ricerca è fondamentale e la valutazione dei risultati clinici è altrettanto importante, perché ci permette di capire dove abbiamo sbagliato, dove andare e come risolvere i problemi incontrati attraverso strade diverse. Mettere insieme attività clinica e ricerca, e pensare che possano coabitare in un unico edificio, è molto difficile. 

A proposito di formazione. Docente all’Università da molti anni, cosa pensa dei giovani di oggi e dell’importanza della formazione di un medico dentro e fuori le aule universitarie… Qui in Poliambulanza il Reparto di Ortopedia e Traumatologia è sede di Scuola di Specialità, quindi noi abbiamo costantemente presenti dei giovani laureati in medicina che hanno deciso di fare gli ortopedici. La Scuola di Specialità dura cinque anni, quindi non è una scuola breve, e come tutte le altre specialità chirurgiche in questo tipo di ordinamento, la formazione è fondamentale. Penso anche che non debba essere una formazione autoreferenziale, quindi i giovani che sono qui devono  andare in giro per conoscere e confrontarsi con altre strutture di cui noi chiaramente abbiamo stima. Questo permette di crescere reciprocamente; fa crescere i giovani e anche noi perché i medici tornano indietro con idee ed esperienze che vengono costantemente discusse e condivise.  Un aspetto altrettanto importante è dare loro l’opportunità di “mettere le mani in pasta”, fondamentale in tutte le branche mediche, perché la specialità fatta esclusivamente in ambito accademico, senza un aspetto clinico, non ha nessun senso e non è nemmeno prevista dall’ordinamento. Questi ragazzi devono fare esperienza in strutture dove si lavora molto, seguiti da tutor con esperienza; è l’unica maniera perché una volta preso il “famoso pezzo di carta” esso non rappresenti una licenza che dal nulla li porta ad avere la possibilità di fare, ma la conclusione di un percorso tuttotondo.

Ci si lamenta spesso che manchi una visione d’insieme del paziente, eppure la necessità di specializzarsi sempre di più è un’esigenza reale dal punto di vista medico e della sostenibilità. Cosa pensa di questa iper specializzazione, in particolare in ambito ortopedico? Questa è una domanda che rispetta quello che sta succedendo quotidianamente. Molto acuta. Oggi la figura del “tuttologo” è anacronistica. Noi, un tempo, potevamo essere dei tuttologi e le spiego il perché… noi dovevamo essere in grado, nel bene nel male, di fare un pò tutto. Quando io ho iniziato in ospedale non c’erano le guardie attive: se ti chiamavano, dovevi essere in grado di dare una risposta, un trattamento immediato. Noi – medici di una volta – siamo entrati in una fase della medicina in cui ognuno, al di là del proprio ambito di specialità, doveva essere un pò tuttologo. Oggi questo si è chiaramente modificato e quindi c’è il chirurgo del ginocchio, della spalla e via dicendo. Questo è il futuro e domani sarà sempre più così.

Se dovesse fare una critica o un augurio legato alla medicina di oggi… È un momento davvero particolare per la medicina. Sono molte le perplessità e i dubbi dei medici che lavorano ogni giorno. Il mio vuole essere un augurio che veramente, in futuro, sia i nostri politici che la gente comune, capiscano che l’obiettivo che desideriamo raggiungere è quello di dare un servizio sia efficace che sostenibile. Purtroppo per come sta andando la medicina adesso, ci stiamo dirigendo verso una tempesta perfetta. Tra non molto tempo non saremo più in grado di fornire tutto ciò che è necessario e che qualche volta è stato dato a piene mani, ma senza critica, il problema è questo. Le risorse sono quelle che sono ed è necessaria una riorganizzazione intelligente che premi la qualità dei risultati.  Non è una situazione facile, imporre una rivoluzione in campo assistenziale legata alla qualità dei risultati non sarà semplicissimo, ma deve essere fatta. Questa realtà sanitaria parcellizzata sta portando ad un abbassamento dei risultati e ad un innalzamento delle complicanze. 

Spostandoci dall’ambito della chirurgia che abbiamo ampiamente trattato… Mi ferma subito.  Non ho fatto altro nella vita! L’altra cosa è stata comprare tantissimi libri e spero di avere il tempo prima o poi, magari quando smetterò di lavorare, di leggerli… 

Grandi soddisfazioni, moltissimi sacrifici e tempo libero quasi inesistente. Nella sua vita privata cosa la fa stare bene?  Mi rilassa molto sentire mia moglie, quando mi dice che sta bene ed è tranquilla. Trovare un equilibrio tra vita professionale e personale è molto difficile, specie a certi livelli, e nel mio caso posso ringraziare mia moglie.  Chiudo con questo ricordo… Io ho lavorato negli Stati Uniti per un certo periodo di tempo e uno dei più grandi Maestri della chirurgia del ginocchio, il Prof. John Insall, allora Direttore del Dipartimento di Chirurgia del Ginocchio dell’Hospital for Special Surgery di New York, mi diceva sempre: “Flavio, happy wife, happy surgery!” e aveva ragione. 

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