Sostenere il territorio, inteso come comunità, attraverso azioni attive e concrete è stato lo stimolo primario che ha condotto la Dott.ssa Paola Fioletti e il Professore Antonino Giorgi a unire le proprie forze e conoscenze in Fondazione Fioletti. Un atto doveroso verso i bresciani per sostenere e mettere in atto un serio programma di prevenzione contro la violenza in particolare in ambito lavorativo. La Fondazione vuole promuovere l’empowerment delle persone nei loro significativi ambienti di vita scardinando la pericolosa abitudine alla “normalizzazione” identificata come la prima nemica della società in cui viviamo.

Intervista alla Dott.ssa Paola Fioletti e al Professor Antonino Giorgi, Presidente e Vice Presidente di Fondazione Fioletti.Una Fondazione che nasce dal volere di un’imprenditrice e di uno Psicologo clinico, professore e ricercatore. Quando e quali ragioni vi hanno condotti alla creazione di Fondazione Fioletti?Non possiamo parlare di ragioni o di particolari stimoli ma di un più istintivo quesito: “perchè non farlo?”.Ad un certo punto della mia vita – ci spiega Paola Fioletti, Presidente della Fondazione – sicuramente sensibilizzata dal mondo che mi circonda e dalle mie esperienze come donna d’impresa ho desiderato costruire qualcosa investendo tempo ed energie per la nostra comunità. Siamo una famiglia fortemente saldata a Brescia, facciamo parte del settore dell’automotive da più di quarantanni e nella costruzione della nostra azienda il territorio, i clienti, la rete ma soprattutto le persone ci hanno dato grande fiducia permettendoci di raggiungere una certa stabilità. Credo molto nel concetto di “restituzione” e ho sentito il bisogno di contraccambiare creando qualcosa a beneficio di tutti. La violenza di genere è sempre più al centro del dibattito pubblico e la sensibilizzazione sul tema e le azioni di prevenzione e di contrasto rappresentano un dovere al quale non possiamo rinunciare. Parliamo di violenza di genere anche e soprattutto sul luogo di lavoro, ambito ancora poco affrontato, circostanza calata in un contesto molto spesso oscurato per varie ragioni. Ho desiderato, attraverso la nascita della Fondazione Fioletti, ad aprile di quest’anno, dare voce alle persone facendo emergere questa problematica, un tema strutturato ma anche invisibile e culturalmente condiviso. Reputo necessario scardinare certe basi divenute nel tempo “pilastri” e miti razionalizzati, una vera e propria istituzione nascosta, interprete ed erede di un passato troppo lascivo, con le sue resistenze al cambiamento, capace non solo di coltivare pregiudizi di genere ma anche di instaurare una “cultura” nociva. Il nostro percorso consiste proprio nel riqualificare quel tipo di retaggio sostenendo e tutelando quelle persone vittime del circolo della violenza. Il nostro obiettivo principale è quello di scardinare dall’individuo il suo status di “vittima” e contribuire al suo benessere.
Le vostre personali esperienze e comunque una visione del mondo e del territorio più sensibile hanno contribuito alla nascita della Fondazione? Quell’”attivismo” inteso come una mano tesa all’aiuto oggi come oggi sta svanendo o pensate che possa rivoluzionare i problemi della nostra società intesa come comunità?Si parla tanto di rivoluzione culturale e intellettuale noi invece ci riteniamo più riformisti – ci spiega il Professore Antonino Giorgi, Vice Presidente della Fondazione. Ci ritroviamo dinnanzi ad un fenomeno comune con una vittimizzazione culturalmente condivisa che possiede delle radici storiche importanti ed è assodato ormai che la mente si costruisce anche intorno a condizioni antropologiche e sociali. Noi crediamo che, accanto a questo individualismo esasperato, mercificato, tendente al narcisismo più becero, conviva la possibilità di riconsegnare quella dote naturale di sostegno, protezione, assistenza poichè l’essere umano sin dalla sua nascita ha sempre avuto bisogno di un altro individuo per poter sopravvivere.Non pensiamo di avere la formula magica ma sosteniamo che la soluzione si celi proprio nelle persone. Vogliamo porre al centro della vita un certo tipo di cultura, soprattutto negli ambienti lavorativi che nel contesto bresciano rappresentano una miriade di piccole e medie imprese. Non intendiamo unicamente prenderci cura del singolo caso ma aiutare le culture organizzative per fronteggiare la violenza al loro interno, stringendo un’alleanza amichevole con le aziende e cooperando per il benessere delle persone che all’interno ci “convivono”. É questa la nostra ragione per esserci.
Di cosa vi occupate in maniera più specifica?Vogliamo diffondere una cultura organizzativa legata al benessere delle persone. Siamo nati da poco, con tanti obiettivi e visioni ottimiste, desideriamo diffondere consapevolezza, informare, sensibilizzare, aiutare le culture organizzative scardinando quel vecchio retaggio appartenuto al passato per ricostruire un futuro ricco di rispetto e tutela. Per attuare i nostri propositi ci basiamo moltissimo sulla ricerca scientifica e sui servizi alla persona, così come sull’arte e la cultura. Per quanto riguarda la ricerca scientifica e la condivisione di dati a livello nazionale ma soprattutto territoriale collaboriamo con l’ente di ricerca Cerisvico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore mediante la donazione di premi di laurea in modo che altre persone ci possano aiutare a formulare un data base per poi andare a definire un quadro corretto. Collaboriamo con scuole del territorio bresciano per conquistare l’attenzione dei giovani e comprendere le loro riflessioni sul tema. Per quando riguarda la parte della formazione aziendale invece desideriamo penetrare nelle culture organizzative attraverso dei veri e propri percorsi formativi in modo da accompagnare l’azienda verso questo tipo di sensibilizzazione. Anche a livello regionale sono stati da poco introdotte delle novità a riguardo come il sistema di certificazione della parità di genere e i relativi meccanismi di incentivazione per le imprese, azioni che aiutano a sviluppare quella cultura a cui ambiamo.Abbiamo partecipato ad un bando regionale per aiutare le donne verso un armonico reinserimento lavorativo per ricreare quell’ambiente sano che dovrebbe rappresentare un diritto condiviso. Inoltre stiamo aprendo lo sportello “Luce”, un centro di ascolto che fornirà dei servizi (piscologici, eccetera).
Qual è lo scenario che si respira a Brescia?La situazione è allarmante. Ancor prima di creare la Fondazione abbiamo potuto confrontarci con il fenomeno sul territorio bresciano ritrovandoci di fronte ad una situazione a dir poco agghiacciante.I dati Istat parlano chiaro – ci spiega il Professor Giorgi – ma anche un “numero oscuro” ad oggi sconosciuto ma importante perchè annovera anche reati subiti e non denunciati. Intercettare questa silenziosa richiesta d’aiuto è fondamentale e per farlo è fondamentale introdurre tutti quegli strumenti che possano attenuare e placare quell’eccessivo squilibrio, anche economico, nella vita di ogni persona, vittima di violenza. L’azienda, dal canto suo, non deve ritenersi come colpevole ma affiancarsi al nostro operato. Vogliamo porci come serio e valido strumento cooperante a sostegno della persona e dell’azienda che molto spesso può sentirsi coinvolta.
Cosa significa essere vittima di violenza sul posto di lavoro. Cosa si intende di preciso?É indispensabile chiarire questo aspetto spesso manipolato o frainteso.Non parliamo di stress proveniente da eccessivo carico lavorativo o di dissapori conflittuali.Non stiamo parlando di sindrome da Burn-Out spesso frutto dell’esasperazione dovuta al lavoro e più nel dettaglio della fatica. La letteratura scientifica stessa indica violenza qualsiasi azione che possa ledere la dignità della persona, causa di un malessere fisico, psichico, sociale e aggiungerei antropologico ed economico. La violenza, soprattutto psicologica, conserva una genesi piuttosto emblematica, nasce attraverso piccoli consigli legati all’estetica, si nutre di scherno, di derisione, minacce, intimidazioni, oppressioni, controllo della libertà personale e si tratta soprattutto di azioni reiterate nel tempo. Tali fenomeni possono classificarsi non solo in violenza psicologia ma anche fisica per poi sfociare nell’abuso sessuale e nel maltrattamento. Non è solo la violenza fisica a lasciare tracce sul nostro corpo, non dimentichiamo le cicatrici provocate dalla violenza verbale capace di minare tutto l’aspetto emotivo della persona producendo quel malessere che può tradursi in gravi psicopatologie (depressione, insonnia, disturbi d’ansia).
Questa problematica nell’ambiente lavorativo può essere interrotta o sostenuta anche dal contributo di tutto il personale che opera nello stesso ambito?Purtroppo non avviene quasi mai e alla prima vittimizzazione, causa della violenza subita, se ne aggiunge una seconda conseguenza dell’atteggiamento dell’ambiente circostante che spesso tende a sminuire e a non considerare i fatti.Questo conduce la vittima ad una sofferenza e ad un isolamento sociale, ad un senso di vergogna che si traduce in senso di colpa. Il fattore economico è altresì determinante in quanto la previsione sulle conseguenze lavorative molto spesso influenza e prevale sulle scelte e consapevolezze della vittima.Nel nostro territorio pochi sono gli strumenti per combattere questo fenomeno, pochi o meglio dire inesistenti, per questo abbiamo voluto dirigere la nostra attenzione verso una richiesta sempre più importante – ci spiega Paola Fioletti – per non lasciare la persona rinchiusa nel suo isolamento e per motivarla ad affrontare insieme un determinato contesto.
C’è stata una storia che vi ha coinvolto in particolare?Motissime sono le storie che in questi anni hanno rapito la nostra emotività. Mi colpì quella di una donna in particolare – racconta il Professor Giorgi – narrante una violenza fisica subita dal partner e con le stesse dinamiche ripetutasi poi sul luogo di lavoro. Una storia di grande sofferenza alla quale, mio malgrado, venne attribuita una parte di responsabilità, riconducendo le aggressioni ricevute allo stato psicologico e al comportamento della vittima, un fenomeno chiamato vittimizzazione secondaria, pericoloso sia per le donne che hanno subito i maltrattamenti, le quali possono sperimentare pesanti ripercussioni a livello psicologico, sia per la società intera, che continua a promuovere una cultura che deresponsabilizza gli aggressori, scaricando parte della loro colpa sulle vittime. Questa normalizzazione spesso inconsapevolmente fa parte del nostro scenario sociale e scardina tutti i buoni presupposti espressi sin’ora. Una normalizzazione che diviene specchio di una società che fatica a liberarsi dal retaggio culturale del passato. Il nostro obiettivo è proprio quello di costruire culture organizzative e sistemi di convivenza all’interno degli ambienti di lavoro capaci di fronteggiare la violenza per gestire i conflitti in maniera sana. Queste storie di donne narrano situazioni di grande abuso, hanno bisogno di essere raccontate senza resistenza.Molto spesso intravedo nelle donne un allontanamento dal tema proprio perchè affrontarlo significherebbe proprio entrare nello status di vittima e questo denoterebbe una completa mancanza di potere.É necessario uscire da questo stato psicologico poichè la liberalizzazione dallo stato di vittima è un processo che va fronteggiato. Chi è abusato vive una sorta di disorientamento psicologico proprio per questo come Fondazione lavoriamo moltissimo sia sulla consapevolezza che sull’accettazione, un percorso complicato, difficile e faticoso.
Il passato, così come la cinematografia degli anni ottanta e novanta ha contribuito ad abituarci ad uno stereotipo ben chiaro, la segretaria sexy per esempio, contribuendo a questa “normalizzazione”? Questa parte della letteratura cinematrografica legata all’humor di quegli anni diffondeva messaggi volti proprio all’oggettificazione della donna. Questa oggettificazione però anche nel passato avveniva con reciprocità relazionale poichè spesso veniva avviata dalla donna stessa con consapevolezza. La mente delle persone è cresciuta con questa ideologia e noi desideriamo destrutturare questa mentalità. Paola Fioletti è oggi in prima linea svolgendo all’interno della fondazione il ruolo di Presidente. É una donna per le donne e rappresenta una forte attrattiva, quella motivazione e quell’identificazione che può realmente scatenare un’azione.
Quali sono le vostre azioni e quale il vostro impegno sul territorio?Stiamo costruendo il presente e il futuro della nostra Fondazione attraverso azioni concrete e mirate. Desideriamo presentarci alle aziende come alleati come complici di un lavoro di squadra poichè per produrre business è necessario prima produrre benessere all’interno della propria impresa.Lo sportello “Luce” potrà dare ascolto e aiuto anche in maniera anonima, anche solo attraverso una telefonata. Grazie a questa iniziativa che sorgerà in Via Europa a Concesio vogliamo offrire quella consulenza psicologica e altri servizi per guidare ogni vittima di violenza verso un’armonia e un riscatto personale sostenendola nelle possibili azioni da intraprendere. Non per ultimo intendiamo aiutare le imprese per far sì che drammi di questa portata non possano compromettere il benessere dell’intera comunità aziendale e la reputazione che ne consegue.
“Chiamarci è un gesto di cura verso te stess*” Se sei vittima di violenza, se sei vittima di violenza sul luogo di lavoro chiama Fondazione Fioletti
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