Franco Ziliani

É MANCATO A NOVANT’ANNI IL 26 DICEMBRE 2021.

PIONIERE DELLA FRANCIACORTA, PATRON DEL FRANCIACORTA

Scrive Alessandro Cheula

Della Franciacorta come  territorio è stato  cultore e trovatore, del  Franciacorta come spumante è stato  ideatore e inventore. Tanto da poter  essere definito, letteralmente,  il primo a tracciare  un solco che oggi sono in oltre 150 a difendere.  Sessant’anni fa ha avviato una riconversione  produttiva che, grazie  anche alla capillare emulazione imprenditoriale innescata dal suo esempio, avrebbe fatto di  una agricoltura povera una zona di viticoltura avanzata e competitiva.  Una mutazione che, favorendo uno sviluppo socioeconomico corale e una crescita aziendale molecolare, avrebbe trasformato  per sempre la Franciacorta modificandone , tramite l’ “allevamento” delle viti, l’intera architettura paesaggistica.                                

I quattro figli – Cristina, Arturo e Paolo con Federica accompagnata dalla madre Ada Pelloni – nel giorno del funerale celebrato a Paratico il 28 dicembre 2021 hanno reso omaggio, con un commovente  ricordo funebre pronunciato da Cristina,  al padre e alla sua lunga vita spesa al servizio di una idea ambiziosa e al suo nascere visionaria e quasi  temeraria.  Trasformare la Franciacorta da anonima realtà geografica in territorio enologico e brand vitivinicolo, come i grandi terroir vocati allo spumante del metodo classico, primo fra tutti la Champagne francese. Tanto che oggi, sessantun anni dopo le prime bottiglie prodotte  a Borgonato,  la Franciacorta è diventata in Italia e nel mondo – grazie anche ai  molti viticoltori locali che  hanno seguito con successo l’esempio di Ziliani —  sinonimo di bollicine di qualità.                                                     

Franco Ziliani è scomparso  pochi mesi dopo aver compiuto novanta anni mentre  l’azienda ne  compiva sessanta,  essendo nata nel 1961,  diplomata Doc nel 1967 e  laureata Docg dal 1995.   Ziliani, al momento della fondazione dell’azienda, aveva  dunque trent’anni  più della sua creatura  che, come il  suo patron, non ha mai dimostrato l’età anagrafica.  Ma la  Berlucchi non è stata l’unica  filiazione enologica del nutrito curriculum dell’imprenditore bresciano. E’ utile ricordare infatti, oltre alla storica Cantina Fratta di Monticelli Brusati,  la realizzazione della cantina toscana   “Caccia al  Piano”  di Castagneto  Carducci  a Bolgheri,  inaugurata il 7 luglio 2015 con i figli  Cristina, Arturo e Paolo e  una nutrita delegazione di operatori, imprenditori ed esperti. Qui  vengono prodotti due grandi rossi  toscani rotondi  – per dire delicatamente morbidi, gradevolmente vellutati e  sensualmente corposi –  il “Levia Gravia” e il “Ruit Hora”. Denominazioni  erudite, coniate  da  Giosuè Carducci che qui veniva  perché, oltre ad aver  avuto i natali (ricordate  i cipressi “che da Bolgheri alti e schietti vanno a San Guido in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti..…”)  vi  teneva  anche la propria riserva di caccia per le battute nelle boscose e muscose  forre dell’interno  e  le  omeriche bevute  con gli amici di gioventù.     

FRANCIACORTA “UNIONE DI PASSIONI”

FRANCO ZILIANI  SESSANTUNO ANNI FA  FU IL  PRIMO A  FARE  DELLA FRANCIACORTA  LA PRIMA PASSIONE DELLA VITA TRACCIANDONE IL SOLCO. 

OGGI SONO IN  150 A DIFENDERLO, DA CHI PRODUCE MILIONI DI BOTTIGLIE A CHI NE FA POCHE MIGLIAIA. MA TUTTI SI SENTONO PARTECIPI DI UNA AVVENTURA CHE HA ANCORA MOLTO DA DIRE SIA IN ITALIA CHE IN AMBITO INTERNAZIONALE.    

Se in Toscana era “arrivato ultimo”, come lui AMAVA DIRE con signorile civetteria, in Franciacorta  arrivò primo. Franco Ziliani  può essere definito a buon diritto l’”inventore” del “metodo classico” made in Brescia poiché  questo – enologicamente  ed economicamente , e pure ecologicamente, visto l’ambiente plasmato dalle viti come una natura viva –  è nato con lui. Anzi grazie a lui. Prima dell’avvento della  Guido Berlucchi (questo il nome dell’azienda, dal suo cofondatore  franciacortino che nel progetto di Ziliani credette fin dal primo momento)  quasi nessuno fuori Brescia sapeva, se non qualche famiglia patrizia che qui trascorreva l’estate, cosa fosse o dove fosse la Franciacorta. Un toponimo locale che definiva una  realtà territoriale risalente al basso medioevo ma non una entità enologica come è diventata nella seconda metà del Novecento Oggi, grazie  a Ziliani e alle 150 etichette di spumante classico franciacortino (di cui 134 iscritte al Consorzio)  germogliate  in mezzo secolo per difendere il solco da lui scavato, la Franciacorta è diventata in Italia e all’estero un territorio sinonimo di bollicine. In ogni ristorante della Penisola, infatti, per dire “mi dia uno  spumante italiano” si dice  “mi dia un Franciacorta”.  E’ dunque grazie ad un pioniere come Ziliani, e a un patron come Guido Berlucchi, che per primo gli credette  oltre mezzo secolo fa, se il prodotto si è  poi identificato col territorio. Tutto ciò ad opera dei viticoltori della Docg ma pure  alla costante iniziativa del Consorzio Franciacorta presieduto da Silvano Brescianini, il sodalizio che nel corso degli anni, grazie al continuo impegno dei suoi iscritti e dei suoi presidenti, ha dato decisivo impulso alla crescita dell’immagine del territorio  in Italia e nel mondo.   

“MI DIA UN BERLUCCHI”

La vita di Franco Ziliani, grazie alla sua lunga vicenda, si è identificata con quella della seconda metà del Novecento avendone attraversato da protagonista tutta la vicenda. Una epopea che, nel comparto degli spumanti di qualità, si può compendiare in un sonoro  “Mi dia un Berlucchi” dal sapore di uno slogan.  Così nei primissimi  anni ’60,  al “Rimba” di Barbarano, al Baffo di Salò – il mitico indimenticabile Edoardo Giaccone massimo esperto di wisky in Europa, secondo il Guinness dei primati, essendo stato a quel tempo titolare della più fornita wiskyteca del Continente  – all’Euronight di Gardone Riviera si apostrofava con compiaciuta enfasi il cameriere quando si voleva bere uno “champagne”, ossia uno spumante diverso dal solito moscato Asti Gancia (lo si diceva ad alta voce, per farsi sentire e per fare “bella figura” con la ragazza o con gli amici). Il  Berlucchi non era solo il “nostro” spumante autoctono bresciano, era anche uno status symbol  come la Giulietta Sprint per i giovani delfini della borghesia arrembante del primo miracolo economico italiano. La generazione pre-sessantottina  che si riconosceva nelle struggenti canzoni di un genio antesignano  quale Fred Buscaglione, nella  ruggente comicità dei film di Gasmann,Sordi, Manfredi e Tognazzi , nei capolavori di Gino Paoli cantati da Mina o nella malinconia delle note di Nico Fidenco, per non dire di stelle esplosive come Celentano, Morandi e Rita Pavone , di talenti  nativi come Patty Pravo o di fenomeni  emotivi come  Caterina Caselli.  Tutti simboli di una generazione carica di  attese  e di entusiasmo,  mentre  il popolo con la prima  motorizzazione di massa cominciava ad andare  in 600 e i giovani del popolo in 500.  Il marchio in evidenza non era ancora  “Guido Berlucchi”  ma “Pinot di Franciacorta”. Tremila esemplari, oggi rimasti solo due custoditi religiosamente come cimeli in bacheca blindata,  frutto della ostinata determinazione di Franco Ziliani di realizzare il suo sogno, uno “spumante alla maniera dei francesi”, certo che il terreno e il microclima della Franciacorta avrebbero dato risultati eccellenti. Ma per farlo doveva carpire alcuni “segreti”, il che voleva dire andare nella Champagne  con la station wagon dell’amico Guido e tornare con tappi di sughero  che in Italia non si trovavano.  

Sacchi  legati  con lo spago sul tettuccio dell’auto, rischiando di non passare la dogana come una volta effettivamente avvenne  e come Ziliani raccontò con linguaggio  vivace e colorito in occasione della festa  per l’ottantesimo  compleanno organizzata dai figli  nel 2011 in un Teatro Grande stracolmo di ospiti e di applausi. Roba da pionieri di quelli duri, anzi,  “duri e puri”, tanto  per stare  “in purezza”  eno-spumantistica.  Poiché il solo pensare a quelle fatiche “in durezza” potrebbe far tremare le vene ai polsi ai tre figli di Franco Ziliani  oggi alla conduzione dell’azienda – Arturo AD  e responsabile della produzione, Paolo vicepresidente e incaricato di seguire i mercati esteri, Cristina marketing e  e comunicazione – come le faceva tremare allora a Guido Berlucchi quando vedeva l’indomito ipercinetico socio tornare dalle trasferte d’Oltralpe onusto di conoscenze e competenze  “made in France”. 

DA  ALBA CON  BEPPE FENOGLIO E MICHELE FERRERO A  BORGONATO CON GUIDO BERLUCCHI  E GIORGIO LANCIANI

Ma come definire, icasticamente  e “immaginificamente”, per usare un conio dannunziano, un imprenditore del vino che, quarant’anni dopo gli anni mitici  della fondazione  in pieno “boom” economico italiano, si  è cimentato con i grandi rossi  toscani?  Perché  anche così si spiega come Franco Ziliani  abbia vinto sia la lotta col destino – fare della Franciacorta il primo territorio  (terroir) dello “spumante metodo  classico” quando nessuno ci credeva  – sia la sfida con se stesso. Nessuno l’ha mai detto, né lui ha mai ostentato la civetteria di ricordarlo: Ziliani ha vinto non  solo perché “naturalizzato” franciacortino, dove è diventato viticoltore, ma perché è nato imprenditore. Non solo perché era un provetto enologo diplomato ad Alba, il secondo istituto enologico europeo dopo Montpellier – dove  ha conosciuto, oltre a un big della letteratura italiana come Beppe Fenoglio,  un altro big dell’industria nazionale quale Michele Ferrero di cui è rimasto amico fino alla scomparsa – ma anche perché proveniva dalla brescianità di Travagliato, quella più “aggressiva e arrembante”, come scrivono le cronache della stampa economica. 

Insomma, Ziliani all’inizio della sua avventura imprenditoriale non era un nobile della Franciacorta come lo era il socio, sponsor ed amico Guido Berlucchi  – colui che per primo credette, seguito  da Giorgio Lanciani, in quel giovane grintoso, irrequieto dinamico enologo  dandogli in affitto  nel 1956 i terreni per le prime sperimentazioni – ma un combattivo imprenditore della brescianità più attiva  e  competitiva.  Con l’intelligenza, la tenacia e pure la ruspante scaltrezza (gli “animal spirits”) di un operatore di quella rampante scuola  bresciana che ha forgiato molti altri  protagonisti dell’imprenditoria nostrana. Uomini che hanno avuto successo anche all’estero come  l’amico e coetaneo Luigi Aquilini, anch’egli originario di Travagliato, emigrato in Canada a vent’anni e divenuto uno degli imprenditori più noti del Nordamerica tanto da essere stato il “main sponsor” delle Olimpiadi di Vancouver, tipica incarnazione del “sogno americano” e  insieme archetipica  rappresentazione del “self made  man” italoamericano,  patriarca di una famiglia che conta figli, nipoti e pronipoti. 

PERCHE’ RILEGGERE INSIEME “FRANCIACORTA MON AMOUR”, UNA VITA PASSATA DA BORGONATO A BOLGHERI, DALLE BOLLICINE BRESCIANE  AI GRANDI TOSCANI, FINO ALLA MEDAGLIA conferita DAL “GAMBERO ROSSO” CON LA NOMINA  DELLA GUIDO BERLUCCHI  A  “CANTINA DELL’ANNO” 2022”.

Sono molte le domande  a cui Franco Ziliani, se fosse tuttora vivo, saprebbe ancora rispondere.  Domande tuttavia a rischio di  apparire scontate per il semplice fatto che non possono aggiungere nulla a quanto realizzato in vita. L’ importante allora è  ricostruire la genesi  imprenditoriale di questo fuoriclasse . Perciò cominciamo dalla fase finale, non dal principio.  Da quando e perché scelse la Toscana con Bolgheri e i grandi  rossi toscani dopo una vita passata a produrre bollicine del metodo classico. Ecco perché, ai fini di una migliore conoscenza delle vita e dei successi  di Ziliani e insieme dei problemi affrontati e delle difficoltà superate, è utile quanto opportuno riproporre  una conversazione che chi scrive  ebbe con lui  all’inizio dello scorso anno. Quando ancora la mente e le forze lo soccorrevano consentendogli di ricordare e  raccontare  i momenti salienti di  una “storia di successo” che si è identificata per sessant’anni  con la storia di un territorio DIVENUTO UNA ICONA  della vinicoltura italiana di qualità e prestigio: la Franciacorta.     

“Fare il rosso è sempre stato un mio desiderio,  Bolgheri non è stata la prima esperienza di rossi toscani. Nel 1972, 11 anni dopo la nascita della Berlucchi, avevo acquistato un’azienda  a Castellina in  Chianti che ho tenuto per alcuni anni, ma era difficile seguirla. Così  ho deciso di venderla nel 1975. Qui ero in contatto con il mio amico compagno di scuola, Giacomo Tachis, a cui chiesi ospitalità per l’appoggio in loco. Anche grazie a lui sono stato ricevuto molto bene nel Comune di Castagneto Carducci. Abbiamo acquistato Caccia al Piano nel novembre 2003, i primi anni sono stati molto difficili. Mi sono avvicinato tardi al rosso di queste zone, ma da allora ad oggi possiamo dir di aver recuperato i ritardi. Si veda ad esempio la cantina, che abbiamo realizzato con soluzioni architettoniche originali e costose ma ben riuscite, a giudicare dal gradimento dei visitatori. Insomma, dopo la prediletta Franciacorta  la Toscana è la seconda patria, grandi rossi accanto  a  grandi bollicine”.    

DALLA FRANCIACORTA  AGLI STATI UNITI

Già nella prima metà degli anni ‘80 avete pensato di entrare nel mercato americano con la “Berlucchi America”, come è andata? Un progetto ambizioso e lungimirante ma forse troppo in anticipo sui tempi… 

“Una esperienza significativa e  pure formativa,la Berlucchi America imports Corporation, ma certo prematura poiché aggredire la vastità e  complessità del mercato americano richiedeva uno sforzo finanziario  troppo elevato per cui abbiamo rinunciato dopo pochi anni preferendo puntare su un importatore”. 

Bei ricordi che arricchiscono un palmarès  di tutto rispetto, poiché pensare al mercato d’oltre Atlantico solo vent’anni dopo la nascita dellla Guido Berlucchi  dà la misura dello sviluppo impetuoso impresso all’azienda già nei primi decenni di vita. Ma i tempi sono cambiati, ora avete a che fare con la crisi indotta dalla pandemia del Covid 19 che ha penalizzato i consumi: come avete retto all’impatto?   

“Nonostante  questa crisi da Corona virus e i  relativi problemi che hanno colpito il settore, la Guido Berlucchi  è un brand sessantennale che ha retto bene  conservando anzi rafforzando la quota  di mercato,  intercettando nuove fasce di consumatori adulti ed esigenti con un prodotto  sempre più performante grazie ad alcune costanti  che fanno parte della tradizione di famiglia e del know how  dell’azienda.”

Quali?

“Un saper fare collaudato che ha generato una qualità in continua crescita mediante  incessanti investimenti  finalizzati a una ricerca costantemente supportata e scientificamente mirata, dal monitoraggio chimico-fisico dei terreni alla sperimentazione enologica al ciclo di maturazione  in cantina; una tecnologia e una impiantistica aggiornate , una  rete commerciale efficiente e consolidata con una multicanalità sperimentata, un coinvolgimento responsabilizzante delle risorse umane, una clientela fidelizzata, un marketing perennemente focalizzato su nuove  nicchie, mirato a nuovi target  e  aderente all’evoluzione  dei  gusti  e alla mutazione dei consumi . Insomma una forte identità e  familiarità attentamente coltivate che, insieme  una storicità e continuità gelosamente custodite, hanno concorso a creare  i caratteri distintivi di  una marcata “personalità” aziendale dove tradizione del processo e innovazione di prodotto interagiscono come due facce della stessa medaglia sessantennale”.   

Niente male come finalizzazione  della mission aziendale, in particolare in tempi come questi penalizzati da una emergenza sanitaria che è divenuta anche economica e sociale.

 “Pur avendo messo a dura prova le nostre aziende, la crisi  che stiamo attraversando non ha scalfito o sminuito la voglia di fare e di progredire, poiché il virus passa ma la volontà di fare impresa resta, come ben sanno i miei figli che oggi conducono la Berlucchi con risultati positivi e direi lusinghieri, se confrontati con la situazione in cui ci troviamo ma dalla quale usciremo, ne sono convinto”.     

Certo, il mercato è sempre giovane,  la libertà non invecchia mai: per un liberista come lei è un assioma da  trasmettere ai giovani. 

“Esattamente, siamo noi  a  invecchiare:  è ciò  che ho sempre sostenuto e sempre cercato di insegnare ai  figli e ai collaboratori, peccato che siano criteri non sempre praticati in Italia, in particolare dai politici, anche se devo dire che con un premier come Mario Draghi pure la politica sembra migliorare e aver finalmente  capito la lezione che è dall’impresa e dalla libertà di impresa che può venire la crescita e il benessere”.     

QUALITA’ COSTANTE, INNOVAZIONE INCESSANTE, STORICITA’ E FAMILIARITA’ DI BRAND, MULTICANALITA’, CENTRALITA’ DELLE RISORSE UMANE,  SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE  E  TUTELA TERRITORIALE  SONO ALLA BASE  DEL  SUCCESSO DELLA GUIDO BERLUCCHI E  DEL PRIMATO DELLA  FRANCIACORTA  AL VERTICE DEL METODO CLASSICO ITALIANO . 

Ne son passate di bottiglie sotto i ponti, dalle prime “Pinot di Franciacorta” ad oggi, non le pare?

“Bottiglie  vendute e bevute. Le  prime diecimila bottiglie di metà anni ’60 furono la conferma della validità delle nostre scelte, una gioia tanto intensa che ancor oggi, ripensandoci,  riesco a percepirla emotivamente”.    

Tempi da pionieri. Oggi Franco Ziliani, pur conservando lo spirito del pioniere, ha acquisito il meritato status di patron. Da una parte il brand Guido Berlucchi,  dall’altra il terroir della Franciacorta ben rappresentato e promosso dall’omonimo Consorzio. Entrambi, marchio e territorio, ambasciatori in Italia e nel mondo dell’eccellenza bresciana poiché  Guido Berlucchi è sinonimo di Franciacorta e Consorzio Franciacorta è sinonimo di  spumante metodo classico.           

Oggi siete leader sul mercato, ma la quantità non va a scapito della qualità?

“La quantità, a un certo punto del suo sviluppo, se ben gestita, diventa qualità, poiché la prima consente di realizzare le risorse necessarie per garantire la seconda”. 

Gli investimenti  sono un must  permanente della Guido Berlucchi, come dice Arturo e come i fratelli Paolo e Cristina – cui lei ha  già trasferito proprietà e  gestione  dell’azienda  realizzando per tempo il passaggio generazionale secondo i  canoni  della migliore  etica  calvinista –  non si stancano di sottolineare….

IL PASSAGGIO GENERAZIONALE  

(COME I CALVINISTI AMERICANI)

“Ho realizzato il passaggio generazionale semplicemente vendendo ai miei figli la maggioranza  della società: troppo facile ereditarla, occorre che si cimentino nel rischio quotidiano, infatti hanno già imparato ad amministrarla con maggiore attenzione”.

Il profitto è la giustificazione morale del rischio: sembra di sentire parlare i calvinisti americani, da Warren Buffet a Bill Gates, secondo i quali l’azienda non è necessariamente dei figli ma di chi se la merita…

“Ma se i figli la meritano, come nel mio caso, meglio ancora; certo che per meritarla devono dimostrarlo, ed è quello che stanno facendo grazie alla responsabilità di gestire una cosa propria senza aspettare di ereditarla”.   

FRANCIACORTA grazie a FRANCO ZILIANI  E’ OGGI AL VERTICE DEL METODO CLASSICO ITALIANO  CON   “BERLUCCHI PALAZZO LANA EXTREME 2009”  CHE CONQUISTA  93 PUNTI DA  WINE SPECATATOR .

Dicevamo degli investimenti: pare che lei ne abbia fatto una deontologia professionale , un dover essere programmatico, una sorta di imperativo categorico quasi maniacale: non è così?   

“Credo di non esagerare se penso che pochissime aziende dello spumante metodo classico hanno investito e stanno investendo come noi in tecnologia e in qualità: uno sforzo incessante, reso possibile da bilanci floridi e da volumi importanti nel panorama italiano, che devono però essere sostenuti dalla volontà di raggiungere livelli qualitativi sempre più elevati come dimostra il punteggio appena raggiunto dal nostro prodotto Berlucchi Palazzo Lana Extreme 2009: 93 punti su 100, il più alto del 2021 attribuito ad un metodo classico italiano dalla “Bibbia” del vino mondiale, Wine Spectator”.  

Ma, oltre a quello aziendale,  c’è un altro must,  di natura morale. Non è inutile né retorico ricordare  come la Fondazione Guido Berlucchi  sia ai primi posti per il sostegno e il supporto alla ricerca medico-scientifica.   

“Proprio così, un grande  lascito morale di Guido, oltre che un permanente  impegno  che siamo chiamati a svolgere e perpetuare nel tempo: anche per questo siamo spronati ad essere efficienti e competitivi, poiché le risorse per fare del bene sono possibili a condizione che si operi bene:  è il caso della Fondazione Berlucchi, dalla quale anni fa abbiamo rilevato la quota che deteneva nella Guido Berlucchi, che opera molto bene essendo in ottime mani, prima quelle dei  compianti Francesco Carpani Glisenti e  Pierangelo Gramignola, una delle prime vittime bresciane del Covid, poi del  dottor  Alessandro Paterlini e oggi del dottor Giambattista Bruni Conter”. 

 Giusto. Creare valore per  mirare  ai valori, un’impresa che perde non crea valore ma nemmeno valori. L’azienda non è un’opera pia, che antepone il bene altrui a quello proprio, ma è un’opera buona, poiché facendo il bene proprio fa anche quello altrui. Non è d’accordo?

“D’accordissimo, ma chi l’ha detto, Adamo Smith”?

No,  il suo amico giornalista.

“Ah, volevo ben dire….” 

NEL NOME DEL PADRE 

L’EREDITA’  PROFESSIONALE  DI FRANCO ZILIANI  E’ STATA SVILUPPATA E  VALORIZZATA DAI FIGLI CON L’ ISTITUZIONE DELLA “ACADEMIA BERLUCCHI” PER LA  FRANCIACORTA, UNA  INIZIATIVA IMPEGNATA NELLA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE  E NELLA TUTELA TERRITORIALE  COME SINONIMI DI RESPONSABILITA’ SOCIALE AL SERVIZIO DELLA COMUNITA’ LOCALE CREARE VALORE PROMUOVENDO I VALORI

Una grande azienda con oltre sessant’anni di vita guarda agli altri sessanta aggiornando  le strategie e adeguandovi  progetti, programmi, percorsi. Una  mission  che oggi si  riassume  in nuovi asset quali sostenibilità,  territorialità, tipicità, rispetto dell’ambiente,  welfare aziendale, responsabilità sociale. Tutti valori fondativi della “Accademia Guido Berlucchi”, un modo per dire che lo scopo non è solo il profitto ma anche  valori “intangibili” come  la cultura, la condivisione, la socialità. In una parola l’etica. Parola abusata poiché l’etica, a forza di parlarne, diventa un’estetica. Ma se applicata in modo convinto e  conseguente è un asset  immateriale  utile quanto quelli materiali. 

Senza dimenticare  che in assenza di economicità non c’è socialità,  un’azienda per essere sociale deve guadagnare poiché se perde è antieconomica e quindi antisociale, non avendo nulla da destinare o devolvere o distribuire alla comunità.   Ma  a tale proposito lasciamo parlare  la seconda generazione della famiglia Ziliani che si sta misurando da anni sui temi della sostenibilità. Non senza sottolineare un aspetto, forse banale ma non scontato e sempre istruttivo. Nelle aziende è come nella vita: senza  memoria del passato non c’è coscienza del presente, e senza coscienza del presente non c’è speranza nel futuro. Si chiama continuità, o se si preferisce tradizione, all’interno della quale i passaggi generazionali  rappresentano le diverse fasi di una medesima vicenda imprenditoriale.     

IL  REPORT DI SOSTENIBILITA’ 

LA FRANCIACORTA OGGI, COME FRANCO ZILIANI L’AVEVA SOGNATA SESSANT’ANNI FA:  DALLE POCHE MIGLIAIA DI BOTTIGLIE DEL 1961  AI 3000 ETTARI  CON 150  AZIENDE  PER  UNA PRODUZIONE ANNUA  DI 16 MILIONI DI BOTTIGLIE E UN TREND IN CONTINUA CRESCITA 

Ascoltiamo ARTURO ZILIANI, Ceo e direttore tecnico della Guido Berlucchi, alla guida  dell’azienda con i fratelli Cristina e Paolo.  La sostenibilità – osserviamo   è una gran bella cosa, ma non le sembra, dal momento che tutti ne parlano,  che rischi di essere un discorso  alla moda più  che una autentica mission aziendale?

“La nostra concezione di “social responsability”, che si compendia nel nostro primo Report di Sostenibilità   redatto con la consulenza di EY Sustainability e la collaborazione di LifeGate, risponde all’intento di creare un’azienda rispettosa di questo territorio e di chi lo vive,  tutelandolo come un pregiato patrimonio non rinnovabile ed elevando in modo evidente la qualità dei vini prodotti.  In altre parole non si tratta di una enunciazione teorica, nel qual caso sarebbe un discorso da salotto, ma di un impegno concreto, testimoniato nella fattispecie  della Guido Berlucchi da oltre 20 anni di agricoltura  rispettosa per il bene di  tutto il territorio della Franciacorta, della sua qualità e della sua  esclusiva   tipicità”.

 Una tutela territoriale che tuttavia, nel caso della Franciacorta, per il futuro dovrà essere applicata con criteri più rigidi e  vincolanti del passato, non le pare?

“In sessant’anni le cantine della Franciacorta hanno contribuito a proteggere e salvaguardare 3000 ettari del nostro territorio destinadoli alla viticoltura e creando così un modello di sviluppo alternativo a quello artigianale/industriale a forte impatto ambientale tipico degli anni ‘70-’90:  certo resta ancora molto da fare ma il territorio non è compromesso e la coscienza della sua salvaguardia è ormai diventata un “idem sentire”  condiviso dalla pubblica opinione, dai viticolotori  e dalle istituzioni della Franciacorta”. Lei ha detto che sostenibilità oggi non è più un termine esoterico: in che senso? “Nel senso che  non rappresenta  un obiettivo nebuloso o misterico bensì la reale capacità della nostra azienda di leggere in modo complessivo ed ampio l’impatto delle proprie attività sul  proprio territorio, studiandole, migliorandole e disegnando intorno ad esse un futuro compatibile e in quanto tale sostenibile”. Sostenibilità intesa anche come compatibilità con il contesto territoriale?

“Il nostro report analizza il percorso intrapreso in oltre 20 anni di attività e “scansiona” le migliorie generate dall’azienda con le sue positive ricadute: dalla lotta all’impoverimento dei suoli con tecniche sperimentali di avanguardia al contrasto al cambiamento climatico con nuovi approcci enologici, dall’utilizzo di varietà autoctone più appropriate quali l’Erbamat alla alla riduzione del consumo di risorse. Ma la visione della Guido Berlucchi si  spinge oltre gli aspetti prettamente e direttamente legati alla produzione enologica e guarda anche alla complessità delle ricadute socio-culturali sul territorio”.

Dunque siamo nel giusto nel considerare la sostenibilità ambientale e compatibilità territoriale come una moderna etica di responsabilità sociale?    

“Certamente: la sostenibilità declinata in tutte le sue forme, non solo agricole, è oggi al centro della nostra azione e lo sarà sempre di più  per il futuro; per queste ragioni, in anni recenti abbiamo sviluppato progetti quali Academia Berlucchi, fortemente voluto il Report di Sostenibilità Guido Berlucchi , potenziato l’Hospitality didattica presso la nostra sede storica per meglio promuovere e fare conoscere la “Destinazione Franciacorta”. Inoltre stiamo progettando campagne di  CSR, Corporate Social Responsability, con iniziative dedicate alla formazione , riconnessione e riconciliazione  con la natura delle nuove generazioni”. Un programma ambizioso ma realistico, alla luce delle nuove sensibilità culturali nei confronti di tutto ciò che attiene alla TUTELA E PROTEZIONE  DELL’AMBIENTE, non è così? “Siamo in un periodo molto complesso e  nel corso di un anno “epocale”  per la Guido Berlucchi, il 2021 , 60° anniversario della prima bottiglia di Franciacorta da noi creata, e vogliamo affrontarlo con un messaggio di positività, determinazione e consapevolezza”. Quale consapevolezza? “Che non abbiamo altra scelta se non quella di trattare bene il nostro pianeta e chi ci vive, ognuno facendo la propria parte”. Sembra di sentire Greta Tunberg, la ragazza svedese simbolo della nuova cultura ecologica globale. “Una cultura che grazie a lei e a milioni di giovani nel mondo sta diventando  coscienza delle responsabilità che ci aspettano, un must che  noi intendiamo perseguire sistematicamente con la nostra “Academia Berlucchi” quale  strumento per elaborare e condividere progetti per il bene di tutta la Franciacorta”.  Giusto, interessi e valori  divisi sono perdenti, uniti sono vincenti. “In che senso?”                                                                                                                                           Gli interessi senza valori sono miopi, i valori senza interessi sono presbiti.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            IL LASCITO DEL  TROVATORE DELLA FRANCIACORTA  E IDEATORE  DEL  FRANCIACORTA:   BOLLICINE DI ECCELLENZA FRUTTO DI UN ECCELLENTE TERRITORIO                                                                 

Poche altre cantine possono vantare un legame così stretto con il proprio territorio di origine come la Guido Berlucchi con la Franciacorta. Una storia nata nel 1955 che ha  avuto inizio, come abbiamo cercato di illustrare nelle pagine precedenti, nel seicentesco Palazzo Lana a Borgonato dall’incontro tra due uomini  visionari: Guido Berlucchi, della nobile famiglia Lana de’ Terzi, e il giovane enologo Franco Ziliani accomunati dall’idea di produrre un grande metodo classico italiano in provincia di Brescia. Con la vendemmi del ‘61 e le prime 3000 bottiglie nasce ufficialmente la Franciacorta di cui Berlucchi è tuttora leader indiscusso.

 La Guido Berlucchi – oggi condotta dai figli Arturo, Paolo e Cristina – non è solo sinonimo di Franciacorta ma anche di moderna ricerca nonché avanzata e sostenibile sperimentazione enologica che ne fanno una realtà di riferimento internazionale. Nel 2021 la Guido Berlucchi ha registrato un fatturato di oltre 44 milioni di euro grazie al lavoro di oltre 100 dipendenti raggiungendo 35 Paesi coi suoi Franciacorta Docg prodotti su una superficie di oltre 500 ettari. I vini Docg Franciacorta della Guido Berlucchi sono sviluppati nella linea CUVEE IMPERIALE – quella che ha fatto conoscere la Franciacorta  ai consumatori italiani – la linea BERLUCCHI ‘61 con i suoi ricercati millesimati dedicata all’HORECA  più raffinata ed il BERLUCCHI PALAZZO LANA RISERVA , vertice assoluto della produzione Franciacorta con affinamento sui lieviti che arriva anche a 120 mesi.

BERLUCCHI PALAZZO LANA EXTREME 2009: UN PREMIO DEDICATO DAI FIGLI  AL PADRE, FRANCO  ZILIANI , POCHI MESI  PRIMA DELLA SUA SCOMPARSA   

Nell’anno del 60° anniversario della prima bottiglia di Franciacorta che ha dato origine alla più pregiata regione vinicola degli spumanti italiani Metodo Classico, la Guido Berlucchi  ha confermato il successo proprio e della Franciacorta con  BERLUCCHI PALAZZO LANA EXTREME 2009 che conquista 93 punti da WINE SPECTATOR  consacrando la Franciacorta al vertice del METODO CLASSICO ITALIANO.  Il successo della Guido Berlucchi è stato suggellato anche dal BERLUCCHI ‘61 NATURE 2012  che ha riceveuto  92 pts., insieme a BERLUCCHI ‘61 ROSE’ con 91 pts. e BERLUCCHI ‘61 BRUT NV a 90 pts. Un successo straordinario  per una azienda che da 60 anni è un’icona del made in Italy, E UN  RICONOSCIMENTO ALTRETTANTO ECCEZIONALE PER IL TERRITORIO DELLA FRANCIACORTA. “Dedichiamo questo traguardo  a nostro padre Franco Ziliani  – hanno dichiarato  nell’occasione i fratelli Ziliani –  che da tenace bresciano ci ha sempre insegnato a non mollare ma con una visione e un percorso ben chiari davanti agli occhi. Iniziamo così un nuovo decennio con ancor maggior determinazione,  consapevoli di aver ben accompagnato l’azienda verso futuri successi”.                                              

IL CONGEDO AL TEATRO GRANDE  CON IL CONCERTO DI STEFANO BOLLANI, UN  SALUTO CHE  PAREVA  AVERE  IL PRESAGIO DI UN ADDIO

VENERDI’ 22 OTTOBRE 2021, IN OCCASIONE DEL CONCERTO AL TEATRO GRANDE DI BRESCIA DEL PIANISTA STEFANO BOLLANI,  SERATA  CONCLUSIVA  DELLA  TERZA EDIZIONE DELLA “ACADEMIA BERLUCCHI” TENUTA  NEL POMERIGGIO A PALAZZO LANA DI BORGONATO  CON  STEFANO BOERI  PER L’ARCHITETTURA PAESAGGISTICA E STEFANO MANCUSO  PER LA BOTANICA,  FRANCO  ZILIANI PRONUNCIO’ DAL PALCO UN BREVE DISCORSO AGLI OSPITI. CON VOCE  AFFATICATA,  L’ANZIANO IMPRENDITORE  AUGURO’ LUNGA VITA  AI FIGLI E ALL’AZIENDA CON UN MESSAGGIO CHE,  NONOSTANTE  LO SPIRITO  INDOMITO CHE LO PERVADEVA,  AVEVA IL PRESAGIO DEL CONGEDO  CHE LO ISPIRAVA. CONGEDO DAI RICORDI  PERSONALI, OLTRE CHE PROFESSIONALI, CHE AVEVANO  COLMATO UNA VITA LUNGA, DALL’INFANZIA DI  TRAVAGLIATO ALLA GIOVINEZZA DI ALBA ALLA  MATURITA’ DI PARATICO  E DI  BORGONATO.  LO SGUARDO NON  ERA ASSENTE  MA  LA MENTE SEMBRAVA  GUARDARE  OLTRE IL TEATRO, alle persone e AI MOLTI RICORDI  CHE, COME ACCADE QUANDO INSIEME A QUESTI GIUNGE  ANCHE IL  TEMPO DEI  RIMPIANTI,  CI CHIEDONO PER L’ULTIMA VOLTA DI ESSERE RIVISSUTI…     

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