Milanese di origine, bresciano d’adozione, Gian Mario Bandera dirige da oltre dieci anni il Centro Teatrale Bresciano che festeggia quest’anno i suoi cinquant’anni.

Intervista a Gian Mario Bandera, Direttore del Centro Teatrale Bresciano
Il Centro Teatrale Bresciano festeggia quest’anno un anniversario importante, i suoi 50 anni, e in qualche modo anche la sua direzione affidatale da ormai un decennio. Direttore del Centro Teatrale Bresciano da oltre dieci anni, cosa ti ha portato a Brescia? Diciamo che sono capitato al Centro Teatrale Bresciano in maniera abbastanza fortuita; c’erano già dei rapporti esistenti perché ho sempre lavorato a Milano con il Teatro De Gli Incamminati e al Teatro di Monza, quindi ho sempre seguito da una parte una realtà produttiva teatrale, dall’altra una realtà di ospitalità. Negli anni tra il 2010 e il 2015 avevamo in essere alcune collaborazioni col CTB e poi, a Natale del 2014, successe improvvisamente che Angelo Pastore, che era Direttore a Brescia, vinse un bando a Genova e se ne andò. Questo creò gravi difficoltà dal momento che bisognava presentare il Progetto Ministeriale entro il 31 gennaio 2015. Mi chiesero di fare una consulenza per la presentazione del progetto, diciamo per gestire un momento di difficoltà. Da allora mi fermai a Brescia. (NDR sorride). Ci sono stati due motivi molto importanti: da un lato il fatto di aver cominciato a entrare in quello che è l’ambiente del CTB; dall’altro un rapporto di fiducia con il Sindaco Del Bono. Venni nominato a marzo del 2015 come Direttore, era un incarico temporaneo, ma successivamente nacque una stima reciproca con Emilio Del Bono, anche rispetto al lavoro, e rimasi qui.
Facendo un passo indietro, con riferimento alle precedenti esperienze a cui accennava, perché la scelta del teatro, vista la sua laurea in Economia e Commercio? Perché? Anche qui per un caso molto semplice… Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho sempre manifestato interesse verso l’organizzazione, più che per la parte “contabile”. Avevo una passione per l’organizzazione di eventi o situazioni particolari, avrei potuto organizzare una società di qualsiasi tipo, allo stesso modo il teatro. Detto questo, ad inizio carriera mi chiesero di far partire una Cooperativa che si occupava di teatro, quindi cominciò da lì.
Evidentemente le piacque perché il teatro è anche passione… Diciamo che personalmente mi sono sempre appassionato alle cose che faccio e, in questo caso, evidentemente il teatro mi ha preso totalmente. Cominciammo con una piccola Cooperativa che fece un paio di spettacoli, da lì nacque il Teatro De Gli Incamminati con Giovanni Testori, un inizio culturale molto forte, come dire, un atto fondativo importante rispetto al mondo teatrale. L’idea di far nascere qualcosa che poi si sviluppasse nel tempo mi prese moltissimo, per cui poi il mondo del teatro divenne anche il mio mondo. In qualche modo tuttavia l’ho sempre affrontato con distacco, nel senso che – e lo penso tuttora – mi piacciono alcuni tipi di spettacolo, amo un certo tipo di teatro, ma questo non va mai ad influire sulla nostra proposta. La proposta della nostra stagione teatrale nasce pensando al pubblico, perché il mondo del teatro è fatto di tante possibilità e io credo che la proposta teatrale debba avere in tal senso un equilibrio dinamico; la prima proposta deve andare verso il pubblico, dopodiché guardare ad un certo tipo di spettacoli, di attori o di modo di intendere il teatro.

Cosa significa dirigere il Centro Teatrale Bresciano? Dirigere il CTB è abbastanza complesso perché non si tratta soltanto di una direzione artistica, ma di una direzione a tutto tondo; il Direttore ha una responsabilità a 360°, partendo dai rapporti col personale, le procedure, la difficoltà di essere un’Associazione di Enti pubblici, contemporaneamente partecipati da tre Enti pubblici, presenti nell’elenco Istat degli Enti pubblici, quindi le procedure, anche verso l’esterno, sono quelle di un Ente pubblico. All’interno invece le procedure sono quelle di un Ente giuridicamente privato che ha rapporti con i dipendenti, gli artisti, i drammaturghi e i registi, pertanto è necessario che si crei un certo mix di situazioni per poter funzionare.
Palinsesto della stagione teatrale, come avviene la scelta? Mi regolo molto a seconda dei rapporti con gli artisti che a Brescia, da dieci anni a questa parte, hanno cominciato a trovare una loro casa. Per cui abbiamo cominciato con Elena Bucci, Fabio Grossi, Elisabetta Pozzi e poi c’è stato Simone Cristicchi, Ugo Pagliai… Abbiamo cercato in tutti modi di far sentire a proprio agio gli artisti con cui abbiamo cominciato a lavorare e questo ha creato, e crea, le proposte teatrali che andiamo a fare. La produzione è un pò il cuore del nostro operato, ciò che contraddistingue il CTB dagli altri Enti è che innanzitutto noi produciamo spettacoli di prosa, siamo dei produttori di spettacolo. Dopodiché abbiamo anche l’ospitalità; nei nostri teatri ospitiamo anche altre compagnie e artisti, ma principalmente il focus è la produzione teatrale che non si potrebbe fare senza un rapporto diretto con i registri, gli attori, i drammaturghi… La definirei una casa all’interno della quale nascono delle idee, delle proposte e poi ci si lavora. Generalmente la visione è triennale soprattutto perché, al di là di quello che si potrebbe pensare, uno spettacolo nasce con almeno due anni e mezzo di anticipo prima di vedere la luce. Questo è un aspetto che magari non si immagina, ma occorre una certa programmazione e anche una visione di ciò che si farà tre anni dopo.
Quest’anno la stagione teatrale del CTB ha un titolo emblematico “L’arte è pace”. Quale il messaggio per il pubblico? Sono rimasto davvero colpito dal messaggio di Jon Fosse – Premio Nobel per la Letteratura, per la Giornata Internazionale del Teatro; un messaggio molto profondo che collega la produzione artistica alla propria realtà personale. C’è questa profondità che vedo anche nel rapporto con il nostro pubblico, la capacità dell’arte non solo di comunicare, ma anche di far pensare e, quindi, di poterlo fare in chiave positiva anche rispetto ad una questione più ampia che è quella della pace o dei rapporti tra le persone, singoli individui o, più in grande, tra Nazioni.
Rispetto alla programmazione 24/25 c’è qualche spettacolo nuovo o qualcosa su cui avete puntato in particolare? Innanzitutto uno spettacolo che riprendiamo dall’anno scorso, “Franciscus” con Simone Cristicchi – uno di quelli che ha visto uno sviluppo molto lungo di tre anni, e mi è rimasto nel cuore come tipo di produzione. Sicuramente poi “Il malato immaginario” che faremo a gennaio e naturalmente molto altro. Stiamo ragionando sullo sviluppo del Teatro Renato Borsoni, per valutare la possibilità che non abbia soltanto un’identità teatrale, ma anche musicale. Faremo un primo spettacolo “Mimì – Da sud a sud” sulle note di Domenico Modugno, poi un progetto particolare che vedrà protagonista Walter Veltroni in veste di narratore per condurci attraverso il nostro passato più recente, dagli anni Sessanta fino agli anni Duemila. Le idee non mancano!
Il Centro Teatrale Bresciano comprende realtà differenti: il Teatro Sociale, il Mina Mezzadri S. Chiara e il neonato Teatro Renato Borsoni. Come vi regolate nella programmazione? Innanzitutto abbiamo cercato di dare un’identità diversa ai tre teatri e una destinazione d’uso differente di comune accordo anche con l’Amministrazione Comunale. Il Mina Mezzadri è lo spazio dedicato alle realtà più giovani, quindi agli spettacoli con attori, drammaturghi e registi emergenti, in modo da fare un lavoro anche di residenza con compagnie più giovani. Il Teatro Sociale è destinato invece alla grande prosa, a spettacoli con produzioni più consistenti anche rispetto al cast degli attori; diciamo come possibilità di avere un pubblico che è il nostro pubblico, che viene volentieri al Teatro Sociale. Il Teatro Borsoni rappresenta invece una partita totalmente nuova, in qualche modo una sfida; è un teatro particolare anche come spazi perché ha una “piazzetta” che porta all’interno del teatro. Lo dedicheremo soprattutto al teatro musicale, al teatro canzone, per l’incontro con artisti e protagonisti anche particolari, come ad esempio Walter Veltroni a cui accennavamo prima.
Artisti emergenti, avete previsto iniziative o corsi dedicati ai giovani? Inizierà nel mese di dicembre un laboratorio teatrale, con la direzione di Monica Conti, dedicato all’approfondimento del lavoro di attore; un laboratorio teatrale rivolto agli attori che terminerà a marzo. Poi l’ipotesi è quella in un futuro, non troppo lontano, di fare anche una scuola di drammaturgia per scrittori teatrali.
Possiamo definire Brescia una città aperta e virtuosa dal punto di vista culturale e teatrale? Io ho sempre pensato che Brescia da un punto di vista culturale fosse una città vivace; al di là dei numeri, è anche una percezione a pelle intesa come capacità di realizzare, di “mettere in essere” sul piano culturale. Intendo dire che spesso il piano culturale si lega a quello sociale, a livello anche di rapporti, come dimostra l’attenzione dell’Amministrazione Comunale. Brescia ha un fermento che reputo molto interessante.
E il rapporto col pubblico? Diciamo che è un rapporto su cui mi sento di spendere qualche parola perché credo che, quello di Brescia, sia uno dei pubblici più attenti e formati d’Italia. Almeno quello che ci segue. Arriva da una tradizione molto lontana perché viene dalla “Compagnia della Loggetta” di poco successiva al Piccolo Teatro di Milano. Una tradizione di teatro sociale e politico di un certo tipo, che metteva nel fatto teatrale anche le contraddizioni di un’epoca… ai tempi ci furono spettacoli che fecero discutere moltissimo a Brescia, per cui è sempre stato un teatro capace di smuovere gli animi. Poi la nascita del CTB con una storia importante, un pubblico attento che ci segue; come dicevo prima abbiamo degli abbonati che vedono tutti gli spettacoli, non solo quelli che piacciono più facilmente, ma sperimentano, hanno una visione aperta. Credo inoltre che il teatro abbia un’importante valenza per ciò che riesce a generare non solo a livello personale, ma anche nei rapporti sociali. Se è vero che da un lato il teatro è individuale – perché uno spettatore si siede in sala e comincia un rapporto con quanto avviene sul palco che può far sorridere, pensare, ragionare eccetera – c’è comunque una comunità teatrale, quindi i rapporti che si vengono ad instaurare con le altre persone.
Ricordi qualche episodio particolare o curioso in questi lunghi anni? (NDR Sorride). In che senso? Agli inizi sicuramente… anche perché abbiamo cominciato con Giovanni Testori che era abbastanza dissacrante per l’epoca. Nella stagione 86/87 portammo “In exitu” la storia di un giovane drogato che muore nella Stazione Centrale di Milano e lo portammo nelle stagioni teatrali convenzionali. Comunque a Brescia momenti, come dire, di forte rottura, non se ne sono mai creati; piuttosto momenti molto intensi di rapporto con il pubblico, questo sì. Ricordo ad esempio durante il periodo della pandemia, la voglia di tornare a teatro, è stato molto commovente. Quando abbiamo riaperto il Teatro S. Chiara con il distanziamento, un metro e mezzo tra una sedia e l’altra, quelli sono ricordi che resteranno sempre impressi nella mia memoria; riaprire dopo quasi un anno in una situazione tutta particolare, con un pubblico che faceva la fila per comprare il biglietto…
Quale il tuo rapporto col territorio, potremmo definirti “bresciano d’adozione”? Io mi sento molto più bresciano che milanese, vivo qui cinque giorni alla settimana, a volte anche sei. Personalmente mi sono trovato in una città accogliente, non solo da un punto di vista “formale”, ma ho trovato un tipo di integrazione vera e sentita. Penso in particolare al quartiere del Carmine, parliamo di un certo tipo di quartiere, con una storia che dal dopoguerra in poi ha registrato l’arrivo di persone di etnie diverse. La capacità che ha questa città forse deriva anche storicamente da un certo tipo di traiettoria sociale e politica, che ha saputo integrare all’interno del proprio tessuto sociale diverse situazioni. E poi mi ha colpito la bellezza di Brescia, un aspetto che, fino a qualche anno fa ritenevo che i bresciani non sapessero cogliere – e lo dissi anche pubblicamente. Negli ultimi tempi invece, complice anche la nomina di “Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura”, ho sentito una sorta di auto riconoscimento da parte della città e bresciani stessi.