Gioacchino Starace dal carisma scenico al trionfo internazionale


È tornato anche questa estate a Brescia Gioacchino Starace, danzatore del Teatro alla Scala, ospite per qualche giorno a Villa Bianco Speroni, rifugio e palcoscenico frequentato da musicisti e artisti di fama internazionale. Nato a Napoli, inizia gli studi di danza presso il Centro Studi Evoluzione Danza di Maria Grazia Minopoli, proseguendo poi il proprio percorso alla Scuola di Ballo del Teatro San Carlo e diplomandosi nel 2015 alla Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma. Nello stesso anno entra nel Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, dove prende parte a numerose produzioni del grande repertorio classico e contemporaneo, tra cui La Dame aux camélias di John Neumeier, Le Sacre du Printemps di Glen Tetley, l’Histoire de Manon di Kenneth MacMillan e i grandi balletti di Rudolf Nureyev, fino a interpretare il ruolo del Solista nel celebre Boléro di Maurice Béjart. Più recentemente ha debuttato nel ruolo del Bruco in Alice’s Adventures in Wonderland di Christopher Wheeldon. Parallelamente all’attività alla Scala, è sempre più richiesto come artista e primo ballerino ospite in importanti produzioni italiane e internazionali: dall’Arena di Verona al Teatro dell’Opera di Tirana, fino al Rossini Opera Festival. Dal 2025 è inoltre tra gli interpreti principali di Caravaggio di Mauro Bigonzetti, produzione Artedanza con Roberto Bolle, protagonista di una tournée che ha toccato i principali teatri italiani e Hong Kong. Nel corso della sua carriera ha ricevuto il Premio Danza&Danza (2017), il Premio al Merito “Europa in Danza” (2018), il Premio MADSS (2019), il Premio al Merito del Capri Danza International, il Premio Nazionale Sfera d’Oro per la Danza (2020) e il Premio Internazionale per la Danza “Città di Foligno” come Miglior Interprete (2025).

A cura di Annalisa Boni

Gioacchino ben tornato a Brescia, sono passati ormai ben dieci anni dal tuo ingresso alla Scala. Guardandoti indietro, cosa rappresenta oggi questo percorso?  Il Teatro alla Scala è la mia casa. È il luogo in cui sono cresciuto come artista e come persona. In questi dieci anni ho avuto la fortuna di confrontarmi con alcuni dei più grandi coreografi del panorama internazionale, interpretare ruoli sempre diversi e vivere ogni stagione come una nuova sfida. È un ambiente che ti insegna il rigore, la disciplina e il rispetto per un’arte che richiede dedizione assoluta. Tutto quello che faccio fuori nasce proprio da lì: dalla solidità e dalla crescita che la Scala mi ha regalato.

Parallelamente all’attività alla Scala, sei però sempre più presente in produzioni indipendenti e grandi eventi.  Come vivi questa doppia dimensione?  La considero una grande fortuna.  La Scala resta il centro della mia vita artistica, ma poter affiancare a questo lavoro stabile progetti diversi mi permette di crescere continuamente. Ogni produzione mi mette davanti a nuove persone, nuovi linguaggi e nuove responsabilità. Amo l’idea di poter passare dal grande repertorio classico a progetti contemporanei, dal teatro al linguaggio cinematografico, senza mai smettere di imparare.

Tra i progetti che ti hanno accompagnato nell’ultimo anno c’è “Caravaggio” di Mauro Bigonzetti con Roberto Bolle.  Che esperienza è stata?  È un progetto che porto nel cuore.  Da maggio 2025 stiamo portando questo spettacolo nei principali teatri italiani e abbiamo avuto anche l’opportunità di presentarlo a Hong Kong lo scorso marzo. Condividere il palcoscenico con artisti come Roberto Bolle, Maria Khoreva, Anastasia Matvienko e altri interpreti di livello internazionale rappresenta ogni volta uno stimolo enorme.  Sono esperienze che ti fanno crescere artisticamente e umanamente. Ad ottobre saluteremo questo percorso con le ultime rappresentazioni al Teatro Europauditorium di Bologna e al Teatro Lirico di Cagliari, e sarà sicuramente un momento speciale.

Hai recentemente preso parte anche al Gala “Lungomare di Stelle” al Teatro Petruzzelli di Bari.  Che ricordo conservi di quella serata?  È stata una serata bellissima, resa ancora più significativa dalla direzione artistica di Antonella Albano.  In quell’occasione ho avuto il piacere di debuttare nel passo a due di Le Parc di Angelin Preljocaj, un balletto di straordinaria eleganza e sensibilità.  Ogni debutto lascia qualcosa dentro, perché dietro ci sono mesi di studio, ricerca e lavoro condiviso.

Uno dei progetti più personali degli ultimi mesi è sicuramente “L’ombra del mito”, dedicato a Rodolfo Valentino.  Come nasce questa esperienza?  È nato da una proposta del coreografo Francesco Posa, che mi ha coinvolto in questo progetto realizzato in occasione del centenario della scomparsa di Rodolfo Valentino. Abbiamo girato a Castellaneta, la città natale di Valentino, con il patrocinio del Comune. Fin dal primo momento ho sentito una grande responsabilità: non si trattava semplicemente di interpretare un personaggio celebre, ma di raccontare l’uomo dietro il mito, la sua eleganza, le sue fragilità e il suo lascito artistico attraverso il linguaggio della danza e del cinema.

Cosa ti ha lasciato personalmente questo lavoro dedicato a Rodolfo Valentino?  Mi ha insegnato che il corpo può raccontare anche il silenzio.  Valentino è stato molto più di un’icona del cinema: è diventato un simbolo senza bisogno di parole. Cercare di restituire quella forza attraverso il movimento è stata una delle esperienze artistiche intensa.  È un progetto che porterò sempre con me perché mi ha permesso di esplorare un modo diverso di raccontare una storia.

Guardando il tuo percorso, sembra emergere una costante: la ricerca di progetti che raccontino qualcosa. È una scelta consapevole?  Assolutamente sì. Mi interessa partecipare a lavori che abbiano un’identità precisa. Che sia un grande balletto narrativo, una produzione contemporanea o un progetto cinematografico, cerco sempre qualcosa che mi permetta di raccontare una storia attraverso il movimento. Credo che oggi il pubblico abbia bisogno di emozionarsi e di riconoscersi in quello che vede. Se riesco a trasmettere anche solo una piccola emozione, allora sento di aver fatto bene il mio lavoro.

Hai debuttato nel ruolo del Bruco in “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Christopher Wheeldon. Che significato ha avuto questo debutto?  È stato un debutto che aspettavo con entusiasmo. Il Bruco è un personaggio affascinante, ricco di sfumature e molto diverso da molti ruoli che ho interpretato in passato. Ogni nuovo personaggio rappresenta un’occasione per uscire dalla propria zona di comfort e mettersi in gioco, ed è proprio questo che continua ad appassionarmi del mio lavoro.

La nuova stagione della Scala porterà in scena un titolo molto atteso: “La Sagra della Primavera” nella celebre versione coreografica di Pina Bausch. Cosa significa per te?  È uno di quei balletti che ogni danzatore sogna di interpretare almeno una volta nella vita. La versione di Pina Bausch è un capolavoro assoluto della danza contemporanea e poterla affrontare sul palcoscenico della Scala rappresenta un altro sogno che si realizza. Sarà una stagione ricca di emozioni e non vedo l’ora di tornare in scena.

Cosa ti aspetti dai prossimi mesi e quale messaggio vuoi lasciare ai lettori di Bre Magazine?  Spero semplicemente di continuare a fare quello che amo, con la stessa curiosità che mi accompagna da quando ho iniziato a danzare. Ogni progetto è un nuovo viaggio e ogni palcoscenico un’opportunità per crescere. Dopo la ripresa della stagione alla Scala con La Sagra della Primavera e gli ultimi appuntamenti di Caravaggio a Bologna e Cagliari, mi auguro di poter continuare a costruire nuove collaborazioni e nuove storie da raccontare. E naturalmente invito tutti i lettori a venirci a trovare in teatro: la danza va vissuta dal vivo, perché è lì che nasce la sua magia.

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