Giorgio Rossini da Hollywood al cinema Italiano

Giorgio Rossini è un attore e lo si percepisce al primo sguardo. Ciò che di lui affascina e rapisce è l’eleganza nella gestualità, la precisione nel linguaggio, quell’intercalare “ammm” tipico di chi, dopo tanti anni dagli Stati Uniti ritorna in Italia e quello straordinario potere di emozionare mentre in una redazione bresciana ti racconta i passi significativi della sua vita e della sua carriera. Giorgio Rossini, attore, oggi ritorna ai suoi affetti, abbracciando le opportunità che il nostro Paese gli saprà promettere non solo per la sua considerevole preparazione ma anche e soprattutto per il suo essere, così viscerale e passionale.

Intervista a Giorgio Rossini, attore

Quando hai capito che la recitazione sarebbe stata la tua strada? Ho compreso che sarebbe stata la mia strada alla fine delle scuole superiori quando cerchi di interrogare e rispondere a te stesso sul senso del tuo futuro e sull’autenticità delle tue vere inclinazioni. L’incontro con il professor Gian Enrico Manzoni è stato altresì illuminante. Fu lui a mettermi in contatto con una sua ex allieva, oggi attrice di successo, che mi consigliò di intreprendere un percorso intensivo di studi a Verona, esperienza che cambiò inevitabilmente il mio futuro. 

Non è un mestiere facile e la carriera non sempre può permetterti una vita stabile… La frase che mi contraddistingue recita il destino di noi attori: “il lavoro è essere disoccupato” e questa è una realtà assoluta. Ogni progetto a cui partecipiamo ha una data di scadenza che se per le grandi produzioni Hollywoodiane può confinarsi in sei mesi di lavoro garantito per altri ingaggi può essere davvero più evanescente. Viviamo quindi alla continua ricerca del nostro ruolo poichè dal momento che l’hai trovato è come se lo avessi già perso. 

Come vivi i periodi di pausa tra un film e l’altro o tra uno spot e un’altra esperienza lavorativa sui set? Ogni progetto ti dà tanto e ti rende quasi saturo, finisci un lavoro con grande entusiamo e il giorno dopo ti ritrovi tra le mura di casa a dover ricominciare tutto da capo. É più una questione di “muscoli” e la cosa importante è non smettere mai di tentare.  Quasi tutti gli attori tra un set e l’altro partecipano a provini e casting e la tenacia e la perseveranza sono le sole chiavi di sopravvivenza in questo ambiente a meno che tu non appartenga a quel jet set di fama planetaria allorquando le richieste piovono davvero dal cielo.  É una professione che comunque non ti concede quella tranquillità da busta paga, può essere tedioso ma a me questo meccanismo eccita comunque moltissimo.  Gli attori emergenti molto spesso hanno un lavoro part-time che possa permettere loro di pagarsi quanto meno le spese. Per me questa è una condotta nociva tale da condurmi in una comfort zone quasi spenta e priva di stimoli. Il rischio è sempre quello di adagiarsi a quella situazione perdendo quel senso di sfida che serve per incoraggiarti. Questo tipo di attitudine ti conduce a una ricerca continua portandoti al di fuori dalla routine e dalla monotonia e perseverando continuamente su quella strada che ami e ti sei scelto. 

Hai frequentato l’American Academy of Dramatic Arts l’Accademia americana di arti drammatiche istituzione che ha formato grandi talenti come Anne Hathaway, Robert Redford e Danny De Vito solo per citarne alcuni… che tipo di esperienza si è rivelata? É stata un’esperienza formativa di gran livello, la prima all’estero. É stata provvidenziale la mia preparazione linguistica poichè per tutti gli allievi può rappresentare un grande ostacolo. Sin da piccolo leggevo libri in inglese e la “palestra” più entusiasmante per me è stata la saga di Harry Potter. Crescendo ho sempre assecondato la mia grande passione per le lingue straniere perfezionando al massimo l’inglese e sostenendo un percorso di studi molto specifico. Ho sempre considerato la conoscenza delle lingue un importantissimo investimento per il futuro. É così è stato. Partire da Lumezzane alla volta di Los Angeles è stata senza dubbio una pazzia, sono letteralmente uscito dalla mia comfort zone. Del resto sono sempre stato spronato a viaggiare per arricchire non solo la mia preparazione ma anche quell’aspetto cosmopolita che mi caratterizza. Ho studiato a Verona e ho partecipato ad un Erasmus in Spagna di conseguenza dai miei famigliari sono sempre stato visto come lo “straniero” di casa. 

Cosa significa frequentare queste grandi accademie? Dal punto di vista formativo rappresentano senza dubbio l’Olimpo della recitazione e ti offrono delle basi di qualità nettamente superiore. Sono esperienze che ti permettono davvero di evolvere, condizione fondamentale nel nostro ambiente, poichè devi riuscire a distinguerti dalle masse. Oggi che sono rientrato in Italia per dedicarmi totalmente, dal punto di vista artistico, al nostro Paese, mi rendo conto quanto questo patrimonio accademico si sia rivelato così importante.  Oggi, nel nostro ambiente, parlare l’inglese in maniera fluente e senza accenti, possedere la parola “Los Angeles” e “Hollywood” sul curriculum e aver già vissuto esperienze in milionari set rappresentano fattori importanti. Molti pensano che frequentando queste accademie da un momento all’altro può arrivare la grande proposta ma non è proprio così, devi essere tu stesso a saper cogliere le opportunità, devi essere consapevole del tuo valore e perseguire con grande tenacia la tua strada.

Durante gli studi che purtroppo collimavano con i tempi della pandemia e un conseguente crollo delle entrate al box office cosa ti ha incoraggiato a continuare? Non è stato un momento facile, le sale erano chiuse e le produzioni hollywoodiane completamente ferme. Ero ancora uno studente in quel periodo ma essere privato di tutti quei sensi di cui si sfama la recitazione, il guardarsi, il toccarsi e il vivere una relazione con il prossimo, ha rappresentato un fattore scoraggiante. Dovetti frequentare l’intero corso annuale su zoom, frequentando le lezioni dall’Italia in orari completamente sballati. Sono riuscito comunque a ritrovare alcuni aspetti positivi in una circostanza così drammatica gli stessi che mi hanno condotto ad un’ulteriore evoluzione.  Durante quell’anno dovetti consegnare tutti i “compiti” che normalmente venivano svolti in classe in modalità video. Questa congiuntura mi condusse a dotarmi di tutta l’attrezzatura, un grande investimento che si rivelò propizio per una ulteriore crescita. Iniziai a creare i miei primi cortometraggi e fare tantissima sperimentazione. Acquistai una macchina da presa, i vari tripod, il Green Screen, tutte attrezzature che mi permisero di acquisire conoscenze ancora più profonde e che utilizzo tutt’oggi. 

Quali sono stati i maggiori entusiasmi e quali invece gli ostacoli principali di una vita a Los Angeles in una realtà così differente da Lumezzane? Tornare a Los Angeles dopo un anno di pandemia è stato meraviglioso. L’emozione più grande. Ho ripreso le mie lezioni dedicandomi ad un anno accademico intenso ed entusiasmante. Ho ritrovato le mie amicizie e riconosciuto nel potere della “presenza” un valore quasi disperso.  Gli ostacoli sono stati pochi, tutti logistici: cercare una nuova casa, fare i conti con i budget e misurarmi con quella vita all’estero ricca di imprevisti. Ero comunque preparato a questo aspetto.

Cosa significa partire da una realtà provinciale e vivere Hollywood? É uno scontro di realtà piuttosto forte. Il primo scoglio può essere quello linguistico nonostante fossi partito con solidissime basi. C’è sicuramente voluto del tempo. La mentalità è poi agli antipodi, inutile negarlo. Devi misurarti con spazi infiniti, guidi per un’ora e mezza e sei ancora a Los Angeles e la distanza da casa al primo supermercato è di 45 minuti. L’aspetto che amo di Los Angeles è il suo essere così cosmopolita, un mix di culture, religioni ed etnie che ti lascia estasiato. La città nasce e vive seguendo il ritmo del mondo. 

Inizia la tua vita tra spot, serie TV e finalmente il cinema. Quali sono stati i progetti più significativi? Il progetto più significativo senza dubbio è stato il cortometraggio che ho scritto, recitato e prodotto e che uscirà tra qualche settimana presentadosi ai vari Festival. Un’altra esperienza importante è stata la partecipazione allo spot girato per l’Esercito Americano. Questa esperienza mi ha condotto a recitare in posti meravigiosi ed è andato in onda sulle emittenti nazionali americane. É stato un progetto che mi ha reso orgoglioso non solo per la sua importanza ma anche per il valore che custodisce in sè legato a quel patriottismo che unisce gli Americani all’America. 

Per esigenze di copione moltissimi sono gli attori che hanno davvero modificato i propri connotati. Tra i più eclatanti ricordiamo Demi Moore durante le riprese di “Soldato Jane”, Tom Hanks in “Castaway” oppure Jared Leto che nel 2007 per il film “Chapter 27” ha preso ben 30 kg di peso. A cosa saresti disposto per ottenere una parte? Domanda complicata, a doppio taglio.  Come attore sono idealmente contrario a questo tipo di recitazione nonostante la rispetti. Credo che recitare sia molto diverso dal vivere. C’è sicuramente del vivere ma sono scuole di recitazioni differenti: la prima ti conduce a vivere l’esperienza per sentirla tua e a offrire l’interpretazione migliore, la seconda si fonda invece sullo spirito osservativo per poi però prendere tutto quello che hai da dentro.  L’esempio più eclatante è stato Leonardo DiCaprio che durante le riprese ha davvero mangiato una fetta cruda di fegato di bisonte simulando reazioni davvero reali per essere più autentico. Questa è una forma di recitazione a cui sono contrario.  Non so se snaturerei il mio essere per esigenze di copione, sicuramente per un contratto a sei zeri, spoglio di ipocrisia, sì probabilmente accetterei ma senza mai spingermi a livelli estremi. 

Come vivi il mondo del cinema e che tipo di aria si respira? É competizione allo stato puro. Quasi spietata direi. Per fare un film servono 20 attori che devono essere selezionati su 20.000 partecipanti al casting. La concorrenza è grande e sul set non si respira l’aria amichevole che siamo abituati ad osservare davanti alla tv guardando un red carpet. Spesso si “fingono” atteggiamenti compiacenti. Los Angeles insegna ad essere sempre perfetti, a non commettere il minimo errore anche negli atteggiamenti con gli altri perchè inevitabilmente in qualsiasi momento della tua vita può capitarti la grande opportunità, ecco che allora quel sorriso diventa una vera esigenza e un investimento sul tuo futuro.  Non è propriamente un atteggiamento opportunista o falso è una sorta di imposizione, quel mondo gira proprio così e anche tu non puoi esimerti e devi scendere a compromessi.Gli scontri come le inamicizie d’altra parte fanno parte della nostra vita così come storie di grandissima stima e amori nati sui set. Come in qualsiasi altro luogo. 

Quando rientri in Italia cosa apprezzi maggiormente? La famiglia senza dubbio ma anche il cibo italiano, quello buono, che negli Stati Uniti è davvero raro.  Oggi, con più maturità, apprezzo tantissimo le mie radici e le mie origini nonostante per moltissimi anni abbia quasi cercato di rinnegarle cercando la mia indipendenza.  Al ritorno da Los Angeles i bresciani mi hanno accolto con grande calore e entusiasmo, proprio come una star e questo aspetto mi ha commosso e travolto. Queste piccole cose mi hanno in un certo senso convinto a restare per donare all’Italia tutto quello che ho imparato sui grandi set hollywoodiani. Dal nostro cinema, sicuramente più contenuto anche in termini di budget, puoi riconoscere un valore maggiore ed è la strada che oggi voglio percorrere. L’essere grande nel “piccolo”, che non significa affatto sminuire la nostra industria cinematografica, è l’inizio per essere grande nel grande. 

C’è mai stato un piano B qualora non fossi riuscito ad avverare i tuoi sogni? Sono estremamente concreto e razionale ragion per cui nella vita ho avuto piani b, c e anche d. La stabilità economica per me è tassativa, da questo punto di vista non sono mai stato un sognatore ma ho sempre cercato di rimanere con i piedi per terra. Per otto mesi sono “caduto” nel piano b, facendo il cameriere negli Stati Uniti. Ma quel piano b mi ha riportato subito al grande sogno. Il piano A. Questi otto mesi mi hanno letteralmente riportato sui set.

Cosa consiglieresti oggi a tutti quei ragazzi che sognano una carriera nel mondo dell’entertainment particolarmente travolti dalla sete di popolarità? Una sorta di lotta finalizzata all’apparire… Penso che la generazione dei giovani di oggi abbia tantissime potenzialità e voglia di fare e questo mondo dei social dimostra proprio questo preciso slancio.  Quello che mi sento di consigliare è di riuscire a sfruttare questo slancio per un obiettivo ben architettato senza gettarsi nella mischia senza un senso. Spesso si rischia di rimanere dietro le quinte per la paura del giudizio degli altri.  É necessario invece fregarsene, seguire il proprio istinto e concentrarsi sull’obiettivo. Consiglio ai giovani di guardarsi dentro e di trovare se stessi. 

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