La seguo da davvero tantissimo tempo. Una frangetta tagliata alla perfezione, due grandissimi occhiali e creatività da vendere… nel vero senso della parola. Nelle sue illustrazioni ho riconosciuto qualcosa di davvero strabiliante, con quel gusto pop, quel lettering geniale, quella capacità “emotiva” di rendere tutto leggero, tutto magicamente felice. Una bolla di buon umore dal potere contagioso che però custodisce numerosi graffi guariti dal potere della passione, quella del disegno. Tantissime le collaborazioni di altissimo profilo, con Nike, con Tinder, con Instagram, e poi con AEG, Einaudi, Hawaiian Tropic, e molte altre in un universo variopinto ma camaleontico. Questa è Giulia Hartz, illustrator, brand designer e content creator.

Quando hai capito che l’arte e la tua più grande passione in termini di illustrazione e graphic design sarebbe diventata la tua professione? Diciamo che ho orientato la mia vita e i miei studi verso questa passione. Ho frequentato la facoltà di design al Politecnico di Milano per poi trasferirmi a Berlino per seguire un biennio in design strategico. Qui ho iniziato a illustrare un po’ più seriamente in quanto, in università, il visual painting era una delle skill più apprezzate. Il mio arrivo a Berlino coincise anche con l’esito delle mie fragilità, una depressione non diagnosticata al tempo. In quel frangente il disegno divenne una cura. Tornavo a casa la sera, mi sedevo e iniziavo a disegnare raccontando i miei sentimenti e le mie emozioni, dapprima su carta e poi sul digitale. Esprimevo i miei disagi e i miei drama in maniera sarcastica, ironica facendo ironia su ciò che mi stava capitando. Nel preciso istante in cui mettevo in atto questo precesso era come se la malattia diventasse ancora più piccola.

Da Gardone a Berlino il grande salto. Ci racconti quel periodo? Il master in strategic design mi attirò verso questa città. Mi focalizzai su tutte quelle strategie d’innovazione certamente più sistemiche e organizzative rispetto al classico design di prodotto. Il corso durò due anni e dall’illustrare su carta iniziai a disegnare in digitale creando un grande archivio. Il mio migliore amico Benjamin mi esortò a postare le mie creazioni su instagram al fine di renderle visibili a tutti. Iniziai quindi a pubblicarli sul mio profilo seppur con un po’ di timidezza e quasi imbarazzo. Dopo il master lavorai presso un’agenzia di comunicazione di Berlino e quando il mio titolare visionò i miei disegni iniziai anche ad illustrare per i clienti dell’agenzia. Di giorno lavoravo, la sera disegnavo e postavo i miei lavori sul mio profilo generando una vera community. In breve tempo riuscii così ad aprire il mio sito e il mio shop. In quel momento non pensavo che la mia passione potesse davvero trasformarsi in un lavoro, quello dell’illustratore. Mi limitavo a mantenerla come un hobby senza troppe pretese, presunzioni o ambizioni. Vivevo quella predisposizione proprio come una forma artistica. Iniziai a connettermi con un collettivo di Berlino formato da sole donne, il The Boys Club, uno spazio di lavoro e di studio composto da ragazze, grafici e illustratori ma anche uno spazio comunitario che si dilata a serate di disegno e incontri culturali. Grazie a The Boys Club ho potuto entrare finalmente in contatto con grandi artisti che hanno reso il lavoro dell’illustratore una vera professione e grazie al confronto e alla connessione ho appreso nuove consapevolezze. Come ha fatto a diventare la mia professione? Senza dubbio anche come risposta a certe dinamiche patriarcali. La mancanza di equità di genere nell’ambiente lavorativo mi ha fatto capire che, quando una donna prende spazio per merito, quel successo viene spesso percepito come una minaccia. Ha cominciato a pesarmi molto il fatto di non potermi esprimere al 100% e lavorare comunque in una situazione di limitatezza o giustificarmi su ciò che facevo con la paura di “disturbare” un uomo sopra di me. Ho sempre creduto che le ambizioni personali fossero il grande ideale da difendere e proprio per questo per non rinunciare alle mie ambizioni, ma soprattutto per sentirmi felice quando mi svegliavo al mattino ho deciso di cambiare lavoro. In concomitanza con questa consapevolezza grandi brand del calibro di instagram e tinder iniziarono a contattarmi per delle collaborazioni, un traguardo che senza dubbio mi incoraggiò a tentare. Ecco in quel preciso istante divenni un’illustratrice.
La tua signature, la tua linea, è fortemente caratterizzante. Quando l’hai trovata e se dovessi definire il tuo stile come lo racconteresti? Il mio stile è estremamente pop, sarcastico e colorato. Come l’ho trovato? Di base disegnando tantissimo, cercando di essere onesta verso me stessa, dimenticando cosa vuole il mercato e pensando davvero a cosa potesse rappresentarmi. Ho studiato design, sono figlia degli anni ‘90, il mio stile si riferisce alle references del periodo, sono super appassionata di cultura pop e la mia firma interpreta tutte queste connessioni. Non voglio però rimanere imprigionata in uno stile ma dare avvio a un vero linguaggio visivo continuando a mettere in discussione il mio pensiero pensando a cosa davvero può rendermi sempre più riconoscibile. É sempre un’evoluzione, un esercizio in cui capisci che la parte centrale sei tu, non è quel colore, quel font, sei solo e unicamente tu. É una riconferma. É un po’ come per un cantante uscire con un pezzo pop, il famoso tormentone che funziona solo d’estate, ecco io vorrei essere un’artista che viene ricordata nel tempo.

Sliding Doors. Se fossi rimasta qui a Brescia cosa pensi sarebbe successo?
Hai mai avuto un piano B? A Brescia mi presentai ad un colloquio per una posizione da fotografa ma a brevissimo giro decisi di partire per Berlino. Berlino mi ha letteralmente salvata e non credo che rimanendo qui le cose sarebbero andate allo stesso modo. Berlino ha un significato molto più profondo rispetto alle possibili opportunità lavorative, mi ha permesso di ritrovare me stessa.
Oggi sei content creator per numerosi brand, cosa sviluppi per loro? Sono illustratrice, brand designer e content creator. Sui social cerco di raccontare e utilizzare strumenti creativi per narrare storie e condividere quello che è l’iter creativo. Credo ci sia un sacco di mistero su come possa funzionare un processo creativo. Ci si immagina sempre questa scatola vuota laddove si inserisce il breefing e poi esce l’idea. Mi piace utilizzare i social per mostrare il pensiero che sta dietro alla creazione. Su instagram condivido la storia di ogni progetto e la racconto in una maniera personalizzata. Ho collaborato con numerosi brand, anche molto famosi, come Adobe, Oatly e Tinder ma anche con Unicef per la quale ho creato tre illustrazioni dedicate all’International Womens Day. Un progetto che amo particolarmente.
Sappiamo che il disegno ti ha aiutato a vincere la depressione in un periodo particolarmente fragile della tua vita… L’hai vinta anche attraverso l’autoironia imparando a ridere delle tue paure. Qual è stato per te il sostegno più grande in questo periodo? Onestemante il sostegno più grande l’ho ricevuto da me stessa. Sono super grata ai miei genitori, mi hanno supportata e aiutata a trasferirmi e si sono sempre dimostrati collaborativi. Berlino mi ha dato la possibilità di stare da sola, è una città grande, dispersiva e solo in quel determinato hummus sono riuscita a crescere e riconoscermi senza troppe pressioni dall’esterno. Non è una solitudine negativa ma un processo che ti invita a rimanere in uno spazio tuo, quasi terapeutico. Stavo nella mia cameretta per ore a disegnare e quella circostanza mi ha davvero salvata. Grazie ai social e a una community straordinaria ho iniziato a condividere debolezze e fragilità, senza imbarazzo, senza aver timore del giudizio. É un lavoro che fai da sola, intimamente, con te stessa, ti metti lì e inizi a sezionare tutte le tue ferite e le aiuti a guarire.
Qual è la collaborazione che identifica più di ogni altra il tuo stile? Senza dubbio quella con Nike del 2024. Customizzai una scatola di scarpe, il progetto piacque moltissimo e venni invitata a partecipare alla mostra sui cinquant’anni del marchio al Vitra Design Museum di Basilea. Un’altra collaborazione che ha assunto un valore davvero importante è stata quella del 2021 con AEG il brand di elettrodomestici Electrolux. Mi è stato chiesto di customizzare e dipingere un’aspirapolvere. Un lavoro insolito per me, molto fisico e troppo “analogico” rispetto alla mia routine. Nonostante questo, seppur con titubanza, senza pensarci nemmeno troppo, accettai subito con la speranza di non “distruggere” un aspirapolvere da 800 euro (NDR e ride). Il progetto aveva l’obiettivo di distogliere il consumatore dall’idea che l’elettrodomestico fosse un prodotto da nascondere, una campagna sfidante e non facile. Volevano dimostrare che una tecnologia ben progettata merita di essere vista e apprezzata, proprio come qualsiasi altro pezzo di design in una casa. Invece di applicare semplicemente un design all’elettrodomestico, ho voluto fare un ulteriore passo avanti. Il mio obiettivo era quello di portare il mio mondo illustrato nella vita reale, trasformando l’aspirapolvere stesso in una delle mie illustrazioni. Ho suddiviso l’aspirapolvere in blocchi, dipingendo a mano ogni blocco utilizzando i colori vivaci e gli elementi giocosi che di solito convivono nelle mie illustrazioni digitali. Per rendere la personalizzazione ancora più coinvolgente, ho creato slogan personalizzati che sono stati applicati ai suoi accessori, facendo sembrare l’intero pezzo un’estensione del mio universo artistico. Il risultato finale era più di un semplice elettrodomestico decorato: era un oggetto funzionale e di alta qualità che sembrava divertente, interattivo e significativo nella vita di tutti i giorni. Oltre all’opera d’arte, ho contribuito alla più ampia campagna sui social media creando i contenuti fotografici. Quel progetto per me non rappresentò unicamente una soddisfazione lavorativa, una collaborazione per cui andare fiera ma mi spinse a fare qualcosa che non avevo mai fatto portandomi fuori dagli schemi e incoraggiando i miei orizzonti verso nuove forme di espressione. Sono uscita dalla mia comfort zone, dai miei schemi, avviando un vero lavoro personale mantenendomi aperta a ogni variabile.
Cosa ha invece rappresentato instagram e la tua community? Quale sarà il suo futuro? Io non mi reputo un’influencer, sono un’artista e convivo in una community molto sana fortunatamente. Non subisco le conseguenze innescate da certe situazioni, oggi un po’ troppo borderline, non ho quel tipo di followers e non si creano dinamiche parasociali, sono fortunata perchè mi interfaccio con persone gentili che interagiscono con tanto rispetto. Per me è super importante lo storytelling, specialmente in un’era in cui le immagini perfette si possono creare con l’intelligenza artificiale e tutto può essere replicato quasi alla perfezione. Oggi è fondamentale saper raccontare una storia così come sapersi dimostrare “umani” anche parlando di fragilità. É questo che ci rende diversi e liberi dall’AI. Instagram è in continua evoluzione non ha dinamiche standard si nutre di processi incomprensibili, in questo ambito il mio valore è profondamente legato a quello che sono, alle mie idee ed è quello che mi piace raccontare.

Il tuo futuro invece? Hai un sogno nel cassetto? Il piano è semplicemente questo: fare quello che mi piace e farlo sempre meglio. Desidero essere brava nel mio campo, farmi conoscere, rendere la mia arte accessibile a tutti condividendo la mia creatività senza dovermi rifugiare dietro ad uno schermo.
Che rapporto hai invece con Brescia e con la tua città Gardone Riviera? Prima vivevo le mie origini come un rapporto conflittuale tra ciò che ero e la persona che sono diventata. In passato mi sono sempre fatta molte domande sull’accettazione ma soprattutto sulla reale possibilità di mostrarmi per quella che sono temendo il giudizio esterno. Oggi ho fatto pace con questi quesiti conquistando nuove consapevolezze: “non esisto per tutti allo stesso modo”. Tornare a Gardone Riviera significa costruire nuovi ricordi da aggiungere a quelli già vissuti ma rimane Berlino il mio quartier generale soprattutto professionalmente. Anche l’Italia mi ha dato molte soddisfazioni lavorative, come la collaborazione con Enaudi, per Luxottica e Hawaiian Tropic. Amo l’Italia e spero di poter collaborare nuovamente per le grandi aziende del mio territorio.