Giuseppe Gallizioli. Una vita dedicata all’arte

“Nascere in una città e viverla da uomo e poeta è un destino che accompagna qualcuno nella moltitudine delle genti. È sempre un solitario viaggiatore il poeta, sia che scriva storie o dipinga scene di vita quotidiana”. ” 

Paolo Gallizioli, figlio del Maestro 

Una vita dedicata all’arte: 1935-2025. Un compleanno importante, il pretesto per fare un bilancio e ripercorrere la storia di un grande artista bresciano che ha esposto in tutto il mondo. Com’è nato il tuo amore per la pittura? Noi siamo una famiglia di agricoltori, mio padre desiderava che facessi l’agricoltore naturalmente, ma io già dalle scuole elementari avevo una passione per il disegno. A quei tempi, nel periodo fascista, frequentavo la terza alla Scuola Elementare Nicolini Costalunga di Brescia. Ricordo che di tanto in tanto passava il Direttore a controllare le classi e un giorno, entrando nella nostra, si rivolse alla maestra chiedendo: “ma qui dentro, non c’è un artista?”. Lei mi indicò, mi fece alzare e rispose: “Lui forse sarà un artista, ha una forte passione per il disegno”. Anche mia madre lo comprese ben presto e mi sostenne nella volontà di fare il pittore. Mio padre lo accettò.

Quando ti avvicini all’arte?  Ricordo un episodio in particolare. Avevo tredici anni e mi recai in città, in Piazza della Vittoria; c’era una lunga bancarella di libri. Mi fermai a guardare un libro, era altissimo, la copertina era verde e in oro c’era una grande scritta “Impressionisti”.  Aprendo questo libro rimasi folgorato. Si avvicinò l’agente, un ometto piccolino, mi disse che costava 10.000 Lire – ai tempi erano abbastanza, nel 1955 – io non li avevo, ma lui mi rassicurò dicendomi che avrei potuto prenderlo a rate. Gli diedi il mio indirizzo e venne qualche giorno più tardi a trovarmi. Mia mamma me lo comperò subito. Iniziai così, guardando gli Impressionisti di cui fino a quel momento non avevo mai sentito parlare.  Conobbi invece la storia del Rinascimento grazie al mio Parroco che, compresa la mia passione, mi portò alcuni libri che utilizzavano i seminaristi per studiare. 

Associazione Artisti Bresciani, un incontro che avvenne quando avevi soltanto tredici anni… Ero molto giovane, ma sapevo già cosa avrei voluto fare. Andai all’AAB accompagnato da una mia zia, sorella di mia madre, e ricordo che il segretario mi chiese come avrei potuto frequentare arrivando da Costalunga che era abbastanza distante.  Mia zia si rese disponibile ad accompagnarmi perché le lezioni erano in città, dalle otto alle dieci, dal lunedì fino al venerdì, tutte le sere. Dopo le prime due volte andai sempre da solo, non persi mai una sera tanto è vero che il Professor Catini, un bravissimo disegnatore, mi aveva soprannominato “la colonna vertebrale della scuola”. Scherza. Io andavo sempre, che piovesse o nevicasse! 

Un ricordo della tua prima esposizione? La mia prima esposizione fu all’AAB. Organizzavano periodicamente delle mostre per i giovani artisti; ai tempi con me c’erano i due fratelli Fasser – molto bravi, l’Architetto Dabbeni, Carlo Pescatori… Venne la critica d’arte Elvira Cassa Salvi che scriveva sul Giornale di Brescia. Il giorno seguente sul giornale si parlava entusiasticamente della mostra, del talento dei fratelli Fasser e ricordo ancora che su di me scrisse: “il più costruito è Beppe Gallizioli”. Una grande soddisfazione che ancora ricordo con piacere.  Più avanti, grazie al supporto di Elvira Cassa Salvi, ebbi l’opportunità di esporre a Roma in una rassegna chiamata “Prospettive” a cura di Enrico Crispolti e Giorgio Di Genova. Durante la mostra notò i miei lavori il critico francese Édouard Jaguer e mi chiese di inviargli alcune foto delle opere; dopo un mese e mezzo mi arrivò a casa la copia di una rivista d’arte con due opere pubblicate. Da quel momento mi pubblicò spesso, iniziarono a uscire i miei lavori su diverse riviste, mi invitavano alle mostre. Iniziai a girare il mondo; andai in Canada, in Jugoslavia, in Croazia, in Germania, un po’ dappertutto.

Quali sono stati i primi elementi di ispirazione? Iniziai a dipingere l’astratto, poi pian piano mi avvicinai al figurato e al simbolismo. Partii dalla natura: terra, cielo e infine il mare. Poi cominciai a dipingere i miei famosi angeli e divenni figurato. Ci fu un’ispirazione iniziale, ma la svolta fu quando iniziai a viaggiare e conoscere i Musei, vedere le grandi esposizioni come la Biennale di Venezia.  Ricordo che avevo quindici anni quando partii con la “cassetta” alla volta di Venezia per dipingere. Feci il viaggio con un ragazzo di Modena che aveva una cassetta come me, gli raccontai che la Biennale era un posto dove c’erano tutti gli artisti riconosciuti… andammo a visitarla insieme.

Ci sono momenti che ricordi con particolare gioia e soddisfazione? Un momento importante fu quando nel 1969 ottenni una borsa di studio da seguire in Germania, a Wolfsburg. Ero a Torino quando Martano me lo propose, ci tenevo davvero moltissimo. Partii in auto senza conoscere nemmeno una parola di tedesco. Al mio arrivo mi accolse Wiener, un ometto piccolo sui settant’anni, un tipo estremamente raffinato che parlava benissimo l’italiano. Era di origine viennese, ma aveva vissuto sei anni a Roma. Fu un’esperienza molto bella che mi permise di conoscere artisti provenienti da tutto il mondo.

Tra gli incontri che hai fatto durante la tua carriera c’è qualcuno di speciale? Nel 1975 andai ad Auschwitz con un mio cugino. Lui aveva la passione per lo sci e mi chiese di andare a Zakopane – una località come potrebbe essere Madonna di Campiglio qui da noi. Davano delle casette in affitto. Una sera a cena conoscemmo tre ragazze polacche e le invitammo a sedersi con noi. Una di loro mi raccontò la sua storia, molto triste; aveva perso la sua famiglia ad Auschwitz. Quando tornai, colpito da tanta emozione, dipinsi il mio primo angelo, l’Angelo di Auschwitz.

Perché l’idea di parlare di “angeli”? In primis perché mi piaceva l’idea delle ali, degli angeli. Sorride. Il mio “Angelo di Auschwitz” ha gli occhi della ragazza polacca che aveva perso la sua famiglia. A quell’epoca, nel 1975, in pochi andavano ad Auschwitz; ricordo ancora quelle teche grandissime piene delle scarpette piccine dei bambini, altre colme di cappelli o oggetti personali. Fu un’esperienza che mi segnò profondamente e così nacque l’Angelo di Auschwitz. Il secondo angelo è “l’Angelo Espiatore”. Ero in Croazia con mia moglie – abbiamo trascorso molte vacanze in Croazia, avevamo una casetta sul lungomare. Un giorno stavamo prendendo il tè verso le cinque e una ragazza guardò dentro il vetro; mia moglie la invitò ad entrare e unirsi a noi. Si chiamava Cornelia, era tedesca, di Berlino. Ci raccontò che si sentiva molto in colpa perché suo padre era un nazista e lei desiderava espiare queste colpe dedicandosi al volontariato. Era riuscita a farsi accettare in Israele nei kibbutz dove aveva trascorso quasi due anni per poi andare nel Matogrosso. Ho dipinto un terzo angelo che rappresenta la forza della vita, si tratta di un’opera simbolista. “L’angelo della vita” è un angelo che esce dal mare e in alto ci sono delle trombe. Rappresenta un angelo felice che canta la gioia, però davanti porta un enorme fardello e le trombe nere guardano verso il basso. In fondo è tutto nero, ma una grande striscia di luce gialla riesce ad emergere.

Hai esplorato diverse forme d’arte, quali prediligi? Amo moltissimo il pastello, anche l’acquarello che ho utilizzato spesso. Direi che pastello, acquarello e incisione sono le mie tecniche preferite.

Nelle tue opere il colore è spesso protagonista…  Il colore mi ha sempre catturato, per me il colore è molto importante. Il colore mi affascina… attribuisco al colore un grande significato. 

Il periodo surrealista? I quadri surrealisti sono un po’ ingenui… ne ho qui due nel mio studio, qualcuno a Parigi, alcuni in Germania, a Bruxelles ce ne sono tre, sono un po’ in giro per il mondo ormai. Nel mio periodo surrealista conobbi grandi Maestri come Cesare Siviglia, Gerardo Chavez, André Masson… andavo spesso a Parigi a quei tempi. Anche Enrico Baj che iniziò come surrealista.

Come ti sei avvicinato invece all’arte sacra? Mi sono avvicinato perché sono un credente per cui l’arte sacra mi affascina. Adesso voglio dipingere un viso di un Cristo… Ho dipinto anche le ultime sette parole di Cristo prima di morire, ispirato da un libro in cui dialogano il filosofo Cacciari e il maestro Muti.  Dipingo ciò che sento vicino.

Ti emozioni ancora davanti alle opere? Sì, molto! Addirittura mi vengono le lacrime agli occhi guardando alcune opere, certi capolavori. L’altra sera in televisione facevano uno speciale sui grandi Maestri come Botticelli, Michelangelo, Masaccio… guardavo quelle opere incredibili e pensavo alla grandezza di quegli artisti che resteranno per sempre nella storia dell’umanità. 

Qual è la caratteristica più importante per un artista?  Un artista dev’essere innanzitutto curioso, desideroso di scoprire il mondo. Secondo me è fondamentale osservare, ascoltare ma soprattutto viaggiare e visitare i musei, partecipare a mostre ed esposizioni. Nei musei si impara moltissimo; quando andavo a vedere una mostra facevo sempre scattare l’allarme perché volevo avvicinarmi all’opera per trovare il segno della pennellata. Ride.

Cosa pensi dei giovani artisti e quali suggerimenti avresti per loro? Io ho insegnato per un po’ in Accademia, poi a ottantaquattro anni ho deciso di smettere. Quello che ripetevo sempre ai ragazzi era di dipingere, dipingere e dipingere. Devono studiare e imparare a fare l’incisione, l’acquarello; un pittore dovrebbe sfruttare un po’ tutto. I pittori del Novecento, i nostri pittori sapevano fare tutte queste cose: Casorati, de Chirico, Sironi, tutti loro. Casorati era un pittore pazzesco.  Sono veramente tanti, anche gli scultori, come Arturo Martini, Marino Marini, Adolfo Wildt.  I giovani oggi sono attratti dalle installazioni o le opere (troppo) concettuali, ma prima di tutto devono imparare le basi, dipingere richiede impegno e fatica. Io su alcuni quadri lavoro quasi due mesi, li guardo, li riguardo, mi siedo e mi alzo, aggiungo una pennellata qui e lì e poi decido che non è ancora finito… Sorride.

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