Giuseppe Pasini è il volto dell’imprenditoria bresciana proiettata all’Europa. Ambassador della nostra economia e di tutti quei grandi valori che ci hanno resi competitivi nel mondo è un uomo che ha saputo ereditare i grandi valori del passato e renderli premianti per un futuro consacrato all’innovazione. Giuseppe Pasini è oggi “il Pres” di un unico grande cuore bresciano, salvato e pronto per riprendersi con orgoglio e tanta, tantissima fierezza quello che per un attimo ci è stato tolto: Union Brescia, la squadra di cuore, l’unione che dà la forza.

Che ragazzo è stato Giuseppe Pasini e quali sono stati i momenti significativi della sua vita? Tanti sono stati i momenti significativi della mia vita ma un particolare ricordo, legato alla mia giovinezza, senza dubbio, ha rappresentato il mio primo slancio verso il mondo, il servizio militare. Ho avuto la fortuna, anche grazie ad alcune buone referenze sollecitate da mio padre, ex alpino, di entrare a far parte del corpo degli alpini e nello specifico nel gruppo di soccorso, il mio desiderio più grande. Quella rappresentò una delle esperienze più formative della mia vita, un frangente che oggi ricordo con tanto affetto e tenerezza. Un valore aggiunto per un ragazzo che per la prima volta si ritrova a fare i conti con il presente e con il futuro, non più scortato dalla presenza e dalla protezione genitoriale ma immerso in un mondo totalmente diverso, in cui è l’adattamento il costante perno della tua nuova quotidianità. Il servizio di leva per me si è rivelato una grande scuola di vita e nonostante oggi il mondo sia cambiato penso possa rappresentare ancora un’esperienza estremamente valida per fortificarsi e affrontare il futuro con più determinazione. Un altro momento significativo senza dubbio è stato graffiato dalla prematura scomparsa di mio padre, una circostanza complessa, dolorosa, che inevitabilmente incoraggiò anche il mio ingresso in azienda a soli ventidue anni. Non fu un periodo facile e il sostegno di mia mamma, una donna eccezionale, si rivelò fondamentale, non solo per il mio benessere interiore e per la serenità di tutta la famiglia ma anche per tutta la nostra azienda.
Qual è stato il grande supporto della sua giovinezza? Colui o colei che oggi vorrebbe ringraziare. Dovrei ringraziare davvero tante, tantissime persone e in una risposta sola non riuscirei sicuramente a nominarle tutte. Vorrei ringraziare i miei genitori per la grande forza e per l’esempio che sono stati capaci di tramandare. Mio padre è stato il grande supporto della mia vita nonostante avessi iniziato a conoscerlo veramente solo nei primi anni di lavoro in Feralpi, appena prima della sua dipartita. Ho scoperto una persona estremamente umana, di grande coerenza e contraddistinta da un grandissimo impegno. Penso di aver ereditato e trasmesso a mia volta all’azienda proprio questa attitudine. Mia madre ha rappresentato un fulcro costante nella mia vita, un punto di riferimento straordinario per la nostra famiglia, un sostegno morale ma anche un supporto fondamentale soprattutto dopo la scomparsa di mio padre. Sono estremamente grato anche ai soci fondatori di Feralpi e vorrei ricordarli con tanto affetto e riconoscenza soprattutto perchè alcuni di loro oggi non ci sono più. É grazie al loro sostegno, soprattutto nei miei primi anni in Feralpi, che siamo riusciti a rispondere positivamente alla continuità aziendale e alla sua relativa crescita negli anni a venire. Un grazie doveroso lo vorrei dedicare anche a tutti i collaboratori che in quegli anni si sono letteralmente presi cura di me, aiutandomi, sostenendo la mia formazione e dimostrando quel senso di appartenenza e di attaccamento all’azienda oserei dire unico.

Quali sono i valori che ha ereditato da suo padre? Quale invece il valore aggiunto che ha voluto apportare come seconda generazione? Il valore dei valori: la coerenza. Credo fermamente che oggi sia necessario dimostrarsi fermi e integerrimi sulle proprie idee, coerenti con i dipendenti, con i collaboratori, con tutti. Solo in questo modo riesci ad essere veramente vicino alle persone e a trasmettere loro quel messaggio ricco di certezze e garanzie. Da mio padre ho ereditato proprio questo ma anche la volontà e l’impegno, quei capisaldi perfetti interpreti dell’amore per quello che facciamo ogni giorno. Come seconda generazione, insieme ai miei fratelli, siamo stati precursori di visioni senza dubbio proiettate allo sviluppo, attitudini che ci hanno incoraggiato a crescere e ad espanderci, concezioni proiettate all’internazionalizzazione che mio padre non riuscì a maturare in quegli anni. Premiante in questo senso è stata l’apertura nel lontano 1992 dello stabilimento a Riesa, in Germania, una grossa azienda, la Feralpi Stahl con all’attivo più di mille dipendenti.
Qual è stata la soddisfazione più grande della sua vita? Le soddisfazioni sono state tante ma quella che ricordo con più affetto e orgoglio è stata la mia nomina a Presidente di Federacciai avvenuta nel 2002. L’ingegner Emilio Riva, per me una delle figure di spicco della siderurgia italiana, mi propose l’incarico e a soli quarantun’anni mi ritrovai a guidare un’intera categoria e un’associazione valorizzata dai grandi nomi dell’industria come gli Arvedi, i Marcegaglia e i Beltrame solo per citarne alcuni. Quello fu un evento inaspettato, un ruolo che ricoprii con grande orgoglio ma anche un riconoscimento e una stima che lo stesso Riva mi risevò nonostante la mia giovane età.

Qual è invece la più grande “crisi”, se così vogliamo definirla, che sta affrontando oggi? La grande crisi che stiamo affrontando oggi è sicuramente dettata da questo grande cambiamento che ci ritroviamo ad affrontare. Oggi stiamo assistendo ad una profonda trasformazione di tutti gli schemi geopolitici e stiamo fronteggiando la più grande crisi del dopoguerra. Una crisi che pervade non solo la nostra economia ma che sta mettendo in discussione tutte le nostre dinamiche, le nostre strutture produttive ritrovandoci da un lato gli Stati Uniti tronfi di una politica protezionistica e da un lato una Cina, difficile da comprendere nelle strategie, che sta avanzando in maniera considerevole. Europa e Italia stanno quindi attraversando una crisi soprattutto sotto l’aspetto valoriale e in quel sistema che sino a ieri ci ha “educato”.
Già negli anni 90 avete iniziato in Germania a Riesa, nel più grande mercato dell’acciaio, il vostro processo di internazionalizzazione e siete stati tra i primi a inserire il bilancio sociale e di sostenibilità confermando una grande ascesa. Ora state affrontando la grande incertezza sul piano industriale dettata dalla crisi di settore. Cosa significa oggi, diversamente da ieri, per un imprenditore come Lei, affrontare il presente? Oggi è necessario affrontare il presente con occhi diversi. Credo che i nostri giovani possano incoraggiare queste visioni ma è necessario che intervengano in modo decisivo. Questa trasformazione densa di cicli ravvicinati e tempi troppo veloci non ci permette di interpretare il cambiamento come un tempo. Ecco che la vision delle nuove generazioni può aiutarci a tradurre questo enorme cambiamento ma lo deve fare in maniera senza dubbio più determinata all’interno dei vari board.Possono rappresentare davvero una leva sostanziale nei confronti di generazioni, come la mia, non in grado di comprendere così totalmente queste evoluzioni.

Il ruolo dell’Italia, nel mondo della siderurgia, quale sarà? Oggi l’Italia, a livello siderurgico, è il paese più sostenibile. Il 90% del nostro acciaio, contrariamente da quanto avviene negli altri Paesi, viene prodotto da forni elettrici. Siamo degli autentici riciclatori di rottame e la famosa economia circolare di cui tutti parlano. Anche durante i convegni a me piace dire che da un pezzo di rottame di fine “carriera” noi ricreiamo una vita nuova, un nuovo prodotto che potrà diventare il componente di un’automobile come la struttura di un ponte o una parte di un elemento d’arredo o di design. La siderurgia tricolore è senza dubbio quella più sostenibile. La nostra previsione ci proietta già nell’era del green mentre altre nazioni dovranno ancora inseguirla compiendo sforzi importanti.
Viviamo in un’instabilità continua dettata da guerre, cambiamenti di mercato e di dittature. Quale credibilità ha oggi l’Europa e quali sono le manovre necessarie per tornare ad essere competitivi? L’Europa potrà cambiare e ritrovare la sua identità? Questa è la domanda che ci stiamo facendo tutti. Oggi l’identità europea è in fortissima crisi e non è in grado di sostenere il grande cambimento di cui parlavamo prima. Da un lato i dazi di Trump, dall’altro l’invasione cinese, i nuovi mercati indiani e un futuro ancora troppo incerto proiettato sui paesi africani. É chiaro ed evidente che l’Europa deve cambiare allineandosi e schierandosi accanto alle imprese al fine di garantire un futuro non solo all’economia ma soprattutto alle persone. Senza impresa e parlo di tutti i settori, dall’artigianato, al commercio all’industria, non esiste occupazione e non può esserci benessere. L’Europa deve intercettare le necessità delle imprese dimostrandosi meno ideologica e più vicina alla realtà. Se perdiamo posti di lavoro il problema è duplice, assistiamo al crollo della nostra economia e smarriamo il benessere alimentando un enorme problema sociale.

Presidente di Confindustria Lombardia sino al 2029. Che valore ha questo riconoscimento? É un ruolo di grande valore e responsabilità poichè Confindustria Lombardia oggi rappresenta nove associazioni territoriali e tutela gli interessi di circa 13.000 imprese. Rappresentiamo di fatto il vero sistema manufatturiero del Paese con il 25% del pil nazionale, esportiamo 160 miliardi di euro all’anno e siamo la regione che esporta di più. Anche all’interno dell’Europa facciamo parte dei primi cinque land per trazione manifatturiera e questo aspetto contraddistingue ancora una volta la nostra forza lavoro.Essendo molto spesso all’estero per lavoro, al mio ritorno a casa, dico sempre “ce ne vorrebbero tante di Brescia e tante di Lombardia” in Europa, questo perchè siamo ancora un sistema economicamente valido e di grande successo. Godiamo inoltre della presenza di eccellenze ragguardevoli che il mondo ci invidia, pensiamo al comparto enogastronomico, alla meccanica, alla moda o al settore farmaceutico. Oggi essere a capo di Confindustria Lombardia vuol dire portare avanti questa bandiera e sentirsi con fierezza la prima regione in Europa, una responsabilità ma anche una grande soddisfazione e un motivo di orgoglio.
Presidente di Feralpi, di Confindustria Lombardia e di Union Brescia. Qual è il ruolo che meglio la contraddistingue e che sente più “suo”? Sono tre ruoli che vivo con grande intensità. Essere Presidente di Feralpi significa interpretare valori e logiche famigliari, è l’azienda a cui faccio sempre riferimento in termini valoriali e in termini di strategie. Confindustria Lombardia come già detto mi ha dato l’opportunità di rappresentare un comparto e un sistema importante che con orgoglio e fierezza mi trovo a sostenere. Con Union Brescia invece mi sento particolarmente coinvolto e responsabile non solo perchè si tratta di una società calcistica ma perchè oggi deve rispondere alla “speranza” di oltre un milione e ducentomila persone che vivono nel bresciano. Oggi, dopo cento giorni di Union Brescia, siamo riusciti a riportare una magnifica squadra a riscrivere la storia, un orgoglio bresciano che vivo più come una promessa che come un semplice incarico. Mi ritengo pertanto estremamente fortunato poichè ho ritrovato una grandissima condivisione in un progetto che è riuscito a farsi strada. Mi sento un po’ un “collante” e il mio ruolo non solo deve rispondere ai tanti azionisti che insieme a me hanno creduto nel progetto ma a una comunità intera fortemente connessa allo spirito alla nostra squadra.
Union Brescia, reduce da un 6 giugno pesante: l’esclusione dalla C. Come e perchè ha deciso di rilanciare il calcio bresciano? É stato l’esito di una serie di circostanze. Dapprima sono stato contattato dalla Sindaca Laura Castelletti per valutare la possibilità di trasferire Feralpi Salò a Brescia per poi coinvolgere una “squadra” di imprenditori e appassionati che insieme a me potessero credere in un grande progetto chiamato Union Brescia. Adesso è il campo a dover giudicare le nostre scelte sportive. Per il momento ci riteniamo soddisfatti e carichi nel perdurare con questa energia.
Cosa sta ritrovando in questo progetto con Union Brescia? Senza dubbio sto incontrando il grande orgoglio dei bresciani spesso giudicati erroneamente insensibili. Stiamo invece parlando di uomini che hanno bisogno di riconoscere persone a cui dare fiducia prima di esporsi. Evidentemente sono riuscito a stimolare il loro orgoglio con l’obiettivo comune di riportare a Brescia quello spirito che ci ha sostenuto in campo per tantissimi anni. Quello stesso spirito che ho potuto assaporare in una situazione completamente diversa cinque anni fa quando il Covid segnò le vite di tutti noi. In quel momento così tragico per imprese, famiglie e lavoratori ritrovai in Brescia i più alti valori della solidarietà, lo spirito unico dei bresciani. Quando una comunità è pervasa da questa indole non esiste crisi, non esiste difficoltà che non possa essere fronteggiata. Così come Brescia così come Union Brescia.
Industriale instancabile, Presidente di Confindustria Lombardia, del Gruppo Feralpi e Presidente di Union Brescia. Una vita piuttosto intensa. La sua sfera privata di cosa si arricchisce? Di tempo libero ne ho davvero poco. Condivido le mie passioni con la mia famiglia, soprattutto con la mia compagna Viviana, una grande appassionata di calcio e questa per me rappresenta una grandissima fortuna.
Come si vede tra vent’anni? Venti sono un po’ troppi… cominciamo a proiettarci nei prossimi dieci (NDR e ride). Tra dieci anni Feralpi assisterà ad un nuovo passaggio generazionale mentre Union Brescia sarà dove i bresciani veramente la vogliono.
Per cosa si emoziona oggi Giuseppe Pasini? Mi emoziono per le cose molto semplici. Mi emoziono quando penso agli amici che purtroppo se ne sono andati. Mi emoziono quando parlo dei miei genitori e ultimamente mi emoziono quando vado allo stadio e vedo un Rigamonti carico dei suoi nove mila spettatori, con una grande curva e una tifoseria unica. Queste sono delle belle emozioni. Le mie emozioni.