Giuseppe Poeta un nuovo coach per la pallacanestro Brescia

Una lunga carriera da playmaker, centoventi presenze in nazionale, è stato vice allenatore di Ettore Messina all’Olimpia Milano ed è assistente di Pozzecco nella nazionale italiana di basket, Giuseppe Poeta è il nuovo allenatore della Germani Brescia. “Ai miei giocatori ripeto sempre di giocare con entusiasmo, impegno e tolleranza. Sono gli elementi fondamentali per creare solide basi a livello personale e di squadra”. Giuseppe Poeta

Un nuovo super coach per la pallacanestro bresciana. 

Chi è “Peppe” Poeta? Io parto da una città piccola del Sud, Battipaglia, quindi da molto lontano. Una città di circa cinquantamila abitanti in provincia di Salerno dove la pallacanestro negli anni ’90 era lo sport principale perché non c’era tanto altro. Io sono sempre stato un amante dello sport, di tutti gli sport, ho fatto tutto ciò che era sport dai cinque ai dieci anni: calcio, calcetto, basket, tennis, nuoto, con gli amici per strada ai playground, i giochi della gioventù con la  campestre, qualsiasi cosa. Sono cresciuto in una famiglia che non mi ha mai fatto mancare niente, dall’affetto all’istruzione. Mio padre era un professore di scuola e mia madre col tempo è diventata dottoressa in Scienze sociali. Sarò sempre grato ai miei genitori e penso che noi siamo frutto delle esperienze che abbiamo vissuto, ma ancor più siamo molto vicini all’educazione che abbiamo ricevuto. In questo senso credo di aver avuto una grande fortuna per i valori che mi sono stati trasmessi, per come sono stato cresciuto.

Come ti avvicini al basket?Al basket mi avvicino come mi sono avvicinato a tutti gli altri sport, era lo sport che andava un pochino di più in quel momento nella mia città, ma sempre praticando allo stesso tempo calcio, tennis e un po’ di tutto. C’erano dei campi all’aperto, due o tre strutture che frequentavo. Giocavo ai playground per strada con gente più grande di me e quindi ho sempre avuto una sorta di spirito di sopravvivenza che è stata la caratteristica chiave nella mia carriera. A dieci anni andai a giocare a Salerno e iniziai dalla Serie C1; ero bravino ma piccolo fisicamente, magrolino, non avevo certo il “phisique du role” per poter sognare di giocare a nessun livello da cestista. Da lì la mia carriera cestistica è sempre stata orientata a godermi il momento, vivere il meglio senza mai sognare in grande. Quando mi chiedevano quale fosse il mio sogno rispondevo sempre: continuare a vivere il sogno che sto vivendo! A quindici, sedici anni, quando giocavo in Serie B2 che all’epoca era la quarta serie ero contentissimo; giocavo a pallacanestro e mi pagavano dei soldini.  In quel periodo frequentavo il Liceo scientifico e sopravvivevo tra le due cose; fui persino rappresentante d’Istituto dalla terza classe in poi. Mi è sempre piaciuto stare in mezzo alle persone, essere in qualche modo aggregante.

Quale caratteristica personale ti rappresenta maggiormente?Io sono abbastanza malleabile e tollerante direi. Ritengo che la tolleranza sia uno dei miei pregi principali, se possiamo definirlo così, e penso che sia una qualità importante nello sport. Io ci credo davvero molto! Tutti noi abbiamo dei difetti e dei pregi, se sei bravo ad esaltare i pregi di una persona e a metterne da parte i difetti, puoi imparare qualcosa da chiunque. Bisogna vedere cosa vogliamo guardare. Qualche volta mi arrabbio quando sento parlare dei difetti altrui; vediamo invece quali sono le capacità, cosa saprà fare quella persona messa in una zona di confort? Quando mi dicono che io sono “l’amico di tutti”, rispondo che non lo sono: decido io con chi andare in vacanza o chi frequentare, ma se devo andare a una cena ci vado con tutti. Credo che questo modo di pensare mi abbia aiutato anche nei miei dieci anni in nazionale, nella pallacanestro si dice “glue guy”, cioè essere un collante, unire le persone. Mi piace proprio e lo faccio in maniera naturale, senza sforzo.

Facendo un passo indietro, visto che non avevi il cosiddetto “phisique du role” per fare il cestista, mentre la tua lunga carriera racconta qualcosa di diverso, com’è andata? Come ti dicevo iniziai dalla C2 a sedici anni, mi sembrava bellissimo e volevo solo dimostrare di meritare l’opportunità che mi era stata data, quindi facevo il massimo e ascoltavo i miei allenatori. Ed è sempre andata avanti così. A diciannove anni mi chiamarono in Serie B1 ed ero contentissimo; era la prima volta fuori casa, a Veroli, un paesino a un’ora da Roma. Mi sembrò fantastico, specie per un giocatore come me che non era mai stato sotto l’occhio nazionale, di rilevanza in nessun genere, quindi ancora totalmente dietro i riflettori.

Quando arrivò la svolta?In B1, in una quinta partita di campionato feci 51 punti, record di tutti i tempi. Era una partita tra prima e seconda squadra in classifica. Da allora cominciarono a notarmi, in particolare fu proprio Walter Veltroni che ai tempi era il Sindaco di Roma e seguiva la pallacanestro. Fece anche una dichiarazione dove espresse grande apprezzamento per me… Ciò non toglie che il mio essere “solo” 1 metro e 88 di altezza, magrolino, realizzatore giovane di una “minors” non mi avrebbe portato lontano. Terminato quell’anno andai a Teramo dove l’allenatore mi diede la chance da 10° giocatore e provai a meritarla per dimostrare che potevo stare in Serie A. Alla fine dell’anno, dopo un po’ di vicissitudini  eravamo penultimi. Quando “mi buttarono” in campo da titolare nelle ultime tre partite feci 20, 26 e 22 punti. Risultato, vincemmo e ci salvammo. Da quel momento mi diedero in mano la squadra come playmaker titolare per tre anni. Feci bene e poi andai in nazionale. Come sempre ciò che facevo era vivere il momento senza pensare a dove sarei potuto o non potuto arrivare, provavo a fare del mio meglio. E successivamente arrivò la Virtus Bologna di cui ero tifoso fin da piccolino, anche da capitano, e l’Eurolega in Spagna. A trent’anni un brutto infortunio mi costrinse a stare fermo per un anno. Ripartii da capo da Trento, tre anni bellissimi a Torino, uno a Reggio Emilia e infine due a Cremona.

Sempre con la valigia in mano, pronto a cambiare …Penso che facciamo un lavoro bellissimo, non è lavoro. Giocare a pallacanestro è la cosa più bella del Mondo, specie per chi lo pratica con tanta passione come ho avuto la fortuna di fare io. Quando mi dicono che lo merito perché ho fatto tanti sacrifici rispondo che per me non è mai stato un sacrificio allenarmi, al contrario. Da ragazzino non sarò andato alle gite scolastiche, al cinema con gli amici o nei locali nel fine settimana, ma ho sempre scelto di fare quello che preferivo fare, ciò che amavo. Questa è stata la mia fortuna più grande!

Qual è stata la tua più grande soddisfazione a livello di giocatore?Non saprei, in realtà io ho sempre avuto questa leggerezza un pò del Sud, campana, napoletana, forse. Sorride. Sono abbastanza leggero come persona, per cui non mi soffermo mai tantissimo su momenti o situazioni. Certo se vado a ritroso e penso di aver fatto 120 presenze in nazionale, quindi uno dei primi 20 come presenze nella storia della nazionale, mi vengono i brividi. Onestamente non mi sento neanche all’altezza di un numero del genere, di un tale palcoscenico. Guardandomi indietro è nettamente la cosa di cui mi sento più orgoglioso.

E quando decidi di fare l’allenatore?Tutto pensavo tranne di fare l’allenatore nella mia vita, era l’ultimo dei miei pensieri perché mi sarebbe piaciuto fare il dirigente, mi piace il mondo dell’imprenditoria, la parte manageriale. Negli ultimi anni di carriera mi affascinava sempre di più la parte tattico tecnica e tutti i miei allenatori mi dicevano che sarei stato portato a fare l’allenatore. Poi due o tre incastri favorirono questa strada… Ettore Messina, forse l’allenatore più vincente nella storia europea, a un mese dalla fine del campionato, mi chiamò per sapere cosa intendevo fare prospettandomi, nel caso, un posto da assistente allenatore. Lo stesso Gianmarco Pozzecco, con cui ho un rapporto incredibile da sempre, mi disse che mi avrebbe voluto come assistente in nazionale. Decisi di provarci e vedere se poteva piacermi compatibilmente col fatto che, ancora una volta, avrei dovuto viaggiare e spostarmi in continuazione. Da giocatore non hai mai radici, devi spostarti spesso, ripartire da zero e lo fai per vent’anni. Pensare di rimettermi in questo loop non mi faceva impazzire, ma alla fine optai per gli aspetti positivi come la possibilità di conoscere persone e ambienti nuovi. Accettai e partii per questa nuova avventura. Devo dire che ho fatto bene, mi sono divertito, non mi pesava e mi lasciava comunque quell’adrenalina che, da ex giocatore, avevo paura di non riuscire a sentire.

Com’è seguire la partita dalla panchina, non ti viene mai voglia di entrare in campo?È un po’ diverso, ma ho fatto uno switch. Quando chiudi un capitolo è chiuso; onestamente l’ultimo anno ho avuto tanti infortuni, la testa voleva fare una cosa mentre il corpo non rispondeva, quindi avrei potuto giocare al massimo un altro anno o due, ma non di più. Con la consapevolezza che andando in campo non potresti far nulla, anzi, forse peggiorare la situazione, la voglia di spogliarti ed entrare ti passa. Da assistente allenatore invece la vivi diversamente, con una lucidità incredibile, perché emotivamente sei coinvolto il giusto. Inoltre come playmaker ero abituato a prendere delle decisioni, quindi la responsabilità da assistente non l’ho sentita così pressante. Da capo allenatore ovviamente cambia tutto perché devi pensare a tante cose, il processo mentale è diverso, completamente diverso; alla fine hai l’ultima parola su tutto e quindi la responsabilità di una squadra.

La chiamata del Brescia quando è arrivata, com’è arrivata?Una sera andai a cena con Mauro Ferrari, praticamente a fine campionato, ci incontrammo e ci trovammo bene da subito. Mauro è una persona estremamente interessante, parlammo quasi più di business che di pallacanestro; lui è un imprenditore di estremo successo e quindi mi affascinava molto la sua vita imprenditoriale. Poi parlammo anche di basket: gli raccontai le mie idee sulla pallacanestro, sulla squadra, su cosa pensavo fosse giusto o sbagliato, a cosa avrei attinto dall’esperienza con Messina e Pozzecco. Quando ci fu l’opportunità di collaborare mi chiamò ed io accettai, molto semplice, molto lineare.

Brescia, come ti trovi nella nostra città? Benissimo, una città estremamente elegante, di classe, che mi ha accolto con entusiasmo. Vivo veramente bene qui. Ho trovato uno staff fantastico e sicuramente mi ha aiutato questa super partenza con tre vittorie all’attivo. Che dire, il pubblico è bellissimo e sogno di continuare a vivere quello che sto vivendo. Sorride.

Stai conoscendo la squadra, qual è la tua visione, in generale?Innanzitutto io penso che non esista il giusto o lo sbagliato in assoluto, ma piuttosto moltissime tonalità di colore che stanno tra il bianco e il nero. Spesso etichettiamo o cataloghiamo, ma ritengo che sia preferibile mantenere sempre una certa elasticità mentale. Credo in poche cose a cui dare valore: la prima è l’entusiasmo che è benzina per il lavoro quotidiano; l’impegno senza il quale non si ottengono risultati e infine la tolleranza come caposaldo. Devi essere tollerante con un assistente che magari sbaglia una cosa, ma ne ha fatte cinque giuste; devi essere tollerante con un giocatore che difende un po’ meno, ma è più forte di tutti in attacco; devi comprendere un giocatore che in attacco non ha capacità, ma difende meglio di tutti. Questo lo chiedo anche ai miei ragazzi. A loro dico anche di non fare facce strane se qualcuno sbaglia – le odio! – per me il “body language” è importantissimo e viene prima della parte tecnica. Relativamente alla parte tecnico tattica penso che sia necessario fare bene e non esiste la tattica di Tizio o Caio, ma dev’essere funzionale ai giocatori che compongono la tua squadra; devi mettere i giocatori nelle condizioni ideali e più congeniali rispetto alle loro caratteristiche. Credo nella gestione delle risorse umane in primis rispetto alla parte tattico tecnica.

Cosa ripeti più spesso ai tuoi giocatori?Sicuramente di giocare con entusiasmo, impegno e tolleranza. Sono elementi fondamentali per creare solide basi a livello personale e di squadra. A questo aggiungo che è importante che si crei una sorta di chimica tra i componenti di una squadra che andrà a sommarsi alle capacità tecnico tattiche.

Un messaggio per i giovani che si avvicinano al mondo dello sport e del basket in particolare?Secondo me fare sport è fondamentale, indipendentemente dal livello a cui lo si pratica.  Lo sport ti permette di stare in un gruppo e ti insegna le regole per stare in quel gruppo; crea rapporti sociali e ti forma caratterialmente attraverso le gratificazioni e le delusioni che ricevi. Secondo me è formativo dal punto di vista umano prima che sportivo. Poi naturalmente ci sono sport individuali che formano maggiormente alcuni aspetti del carattere come la perseveranza, la determinazione o la disciplina necessaria se devi lavorare da solo tutti i giorni. Lo sport di squadra ti aiuta a stare al mondo in generale, a far parte di una comunità, a prenderti delle responsabilità, avere i tuoi spazi e lasciarne agli altri. Alla base di tutto c’è sempre il rispetto. Oggi secondo me le nuove generazioni, forse non per colpa loro, sono caratterialmente più fragili perché hanno meno rapporti sociali, sono meno abituati a prendere delle batoste. Detto questo hanno tantissime capacità in altre cose come la disciplina, il senso di responsabilità, curano di più il corpo, mangiano meglio, magari sono anche più formati e più colti per alcune cose. Penso che lo sport, anche dal punto di vista della crescita umana, sia una grande risorsa sin da piccoli per formare il carattere e la personalità dei nostri giovani. 

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