Giuseppe Rivadossi Sculture Recenti Brescia, Galleria dell’Incisione

“A quasi cinquant’anni dalla nostra prima mostra sono felice di presentare il lavoro recente di Giuseppe Rivadossi, eccellenza unica nel panorama artistico internazionale. Siamo amici da allora. Di lui hanno scritto storici e critici importanti, sono stati editi cataloghi che testimoniano la sua costante tensione creativa e l’eclettismo severo del suo lavoro. Spero che questo mi esenti dall’inoltrarmi in un discorso curatoriale sul suo fare. A testimonianza della mia stima mi piace però citare un episodio privato. Per la nascita di mia figlia Marta ho chiesto come regalo a mio marito una delle sue grandi custodie che da allora fa parte dei “tesori” della nostra famiglia. È una presenza importante. Quotidianamente quindi ho modo di ringraziare Giuseppe per la sua inesauribile qualità artistica ed umana” (Chiara Fasser)

Intervista a Emanuele Rivadossi

Come descriveresti tuo padre?  Burbero, molto burbero e spigoloso. Sorride. Tenace sicuramente perché è ancora oggi con gli attrezzi in mano. Il giorno prima della mostra stava facendo un’altra scultura in legno e, oltretutto, il legno tra le materie che utilizza è la più difficile. Sicuramente le relazioni non sono suo forte, il suo valore come Maestro è la sua intuizione, ciò che lui è e fa per natura, per istinto e impeto. In alcuni casi non riesce neanche tanto ad analizzare quello che fa, se gli chiedi di spiegare un’opera dice due parole ma poi si ferma, non vuole, perché la sua parola è l’opera; si esprime attraverso le sue opere. Lui ha avuto e ha una grande intuizione, una grande connessione con l’archetipo, con la dimensione archetipica. 

Cosa intendi quando parliamo di archetipo?  L’archetipo in questo caso è un’immagine, ma l’archetipo può essere tradotto in una struttura, un racconto, una sensazione, sono molte cose. Noi parliamo di immagine perché la forma è immagine e l’archetipo è però quell’immagine, quel flash, quell’apparizione che è in grado di parlare all’uomo tout court. A prescindere dalla cultura, dal momento storico è quel flash che parla all’umanità e riesce a connetterla misteriosamente alle sue origini. L’aspetto archetipico credo sia un aspetto fondamentale in tutta la sua opera: in molte sue opere spazia e rielabora costantemente questi archetipi, per cui ad esempio la madre è un archetipo, la nascita, l’abbraccio e la cura. Nella madre ci sono molti altri archetipi, ma la madre è un archetipo per conto suo. Qualcosa invece di più astratto, misterioso e profondo è il rapporto tra ciò che si vede e ciò che non si vede che è fondamentale anche per l’architettura: il rapporto tra il dentro e il fuori, semplicemente. Sorride. Quando guardiamo una sua scultura all’esterno è una manifestazione vibrante del reale, di una “maschera” che ci permette di vivere che protegge una dimensione intima che è quella della vita più profonda dell’essere umano. Io penso che lui crei senza fare tutti questi ragionamenti, che mi si sono rivelati mano a mano che l’ho frequentato, studiato e coltivato standogli a fianco. Non è che sia un grande insegnante, ma è un grande Maestro e questa è la più grande eredità che lascia. 

L’uomo è al centro della sua ricerca in una connessione tra corpo e anima?  Il discorso si fa sottile. Al centro c’è l’uomo, ma l’uomo non come monade, come singolo individuo che fa le sue scoperte, bensì come relazione. L’uomo è la coscienza che si apre, scopre e vive la relazione con il tutto; quindi nella coscienza torna a unificare il reale. 

“Sculture recenti”, un’esposizione presso la Galleria dell’Incisione, quale l’ispirazione delle sue ultime opere? Sono i pezzi più recenti, le ultimissime opere fatte nel 2023 e 2024. C’è una rielaborazione dei suoi temi base: uno dei temi è proprio l’elemento verticale, ma questa volta mosso.  È la prima mostra dopo cinquant’anni alla Galleria dell’Incisione – perché chiaramente ne ha fatte molte altre, perché c’è un rapporto di amicizia con la gallerista Chiara Fasser e tutta la sua famiglia. Addirittura io ero appena nato quando fecero questa prima mostra.  I materiali utilizzati sono i legni, i bronzi e i gessi. Il gesso ultimamente viene considerato da Giuseppe un materiale interessante per questa sua opacità, per questa sua luce. Io aggiungo anche per questo suo aspetto in un certo senso effimero perché, confronto al bronzo e al legno che durano nei secoli, il gesso dà quasi l’idea di scomparire. A me piace molto perché è un po’ un mandala tibetano, “lo faccio e poi scompare”. Già nelle sue strutture troviamo questo movimento, lo ritroviamo con questa forma ogivale un po’ bombata che va verso l’alto, questo ritmo crescente man mano che si sale; c’è fondamentalmente l’archetipo della verticalità. La verticalità è l’archetipo dell’incontro, quindi il tema della mostra è questo. Poi c’è questa luce vibrante, ci sono molte altre opere, alcune “Mater” e altre immagini molto stilizzate chiamate “Dom”, termine “Casa” in russo, che richiama di nuovo l’archetipo del custodire e dell’essere custoditi. 

Quali gli aspetti contemporanei della sua opera?Nelle sue opere ci sono di sicuro tutti i riferimenti alle memorie dell’arcaico, del quattrocento e della classicità, ma allo stesso tempo c’è una contemporaneità vivissima e il suo profetizzare è proprio contemporaneo. Oggi siamo nell’epoca della disintegrazione di qualsiasi struttura, di qualsiasi conoscenza, il nostro occhio disintegra quando guarda, perché siamo abituati ad incasellare tutto e appiccichiamo sempre più definizioni o etichette ad ogni cosa. La tendenza è di complessificare tutto, mentre lui al contrario, istintivamente unifica. Nell’opera di Giuseppe c’è un richiamo all’unità e non allo spezzettamento analitico. Questa religiosità è un rilegare insieme tutto, ritornare a sentirsi dentro un’unità di cui facciamo parte e credo che questo sia molto contemporaneo. Paradossalmente alla contemporaneità manca quest’aspetto che è in crisi. Al contrario il Profeta comunica la via. La via è ritornare a sentire questo legame che lui definisce il legame con la vita. 

Intervista a Giuseppe Rivadossi

Quale l’ispirazione delle tue opere?Le mie opere rappresentano sempre la bellezza, il miracolo della vita, sempre. Se anche quando le osservi potrebbero sembrare immagini astratte, in pratica sono l’immagine della vita, ovvero l’immagine dell’uomo. L’uomo è la coscienza della vita e ciò che fa dovrebbe essere sempre un eco di questa visione. 

Nel catalogo della mostra scrivi “l’arte per me non è il frutto di ricerche, ironie o provocazioni”, quindi l’arte cos’è? L’arte è un canto, è il canto di un ente sensibile, non è un versaccio, ma al contrario un canto che deriva dal cuore. Se invece è il frutto di una speculazione è una cosa misera. Il canto deve nascere dalla sensibilità, dalla coscienza dell’esistere all’interno di un fatto umano infinito. 

A proposito di canto, nella vostra famiglia siete appassionati di musica, tu suonavi il pianoforte… La musica è un’ispirazione?Tutti noi suonavamo! La nostra educazione è passata attraverso la musica perché nostro padre non era solo un grande appassionato, ma era uno che capiva la musica anche se faceva il falegname per vivere, per dar da vivere alla grande famiglia. Noi figli abbiamo fatto un percorso un po’ appartato, nel senso che non abbiamo frequentato le grandi scuole come il Conservatorio – anche se feci l’esame di ammissione al Conservatorio di Parma e fui promosso con le congratulazioni da parte dei professori, ma poi decisi di non frequentare. La musica è un fatto dell’arte che sembra sempre un fatto astratto, ma in realtà, quando è vera musica, è l’espressione del sentimento più profondo dell’essere. La base di tutto il mio fare direi che è la musica, anche se non voglio certo invadere il territorio dei grandissimi, che sono stati veramente qualcosa di straordinario, più importanti di ogni altra considerazione. 

Emanuele mi raccontava che hai utilizzato diversi materiali per le sculture in mostra: legno, bronzo e gesso…Il gesso è un po’ la partenza del far scultura nel senso che si crea l’immagine con la plastilina, poi si fa la camicia ed è tutto un percorso così, ma direi che quello è la base. Il gesso però può anche essere considerato come opera definitiva. Si pensi che abbiamo dei “Serpotta” – che erano dei grandi artisti vissuti nel Sud d’Italia, che hanno fatto delle cose straordinarie usando il gesso. Detto questo una scultura si può fare con tutto, oggi si fanno anche con le parole! Oggi l’arte è stata distrutta nel senso che non sanno neanche che l’opera d’arte, se non viene da un sentimento profondo e sentito, non può rientrare nell’ambito dell’arte. L’arte è un canto e come tale deve provenire dal cuore.

Cosa racconta la tua mostra? In tutto il mio fare e il mio costruire c’è l’idea dell’uomo che abita la casa, la terra ma che abita anche l’universo. L’uomo fa parte della coscienza, della bellezza dell’umanità e se tutte queste belle definizioni non entrano ad animare la forma dell’opera,  l’opera non ha motivo di esistere. La forma dell’opera è la conseguenza, è la parte che arriva ad esprimere il sentimento, la visione. A me piace sempre parlare di “buon rapporto”; se io sono in un buon rapporto con la vita, le mie opere avranno una loro felicità, una loro bellezza. La bellezza risiede nel rapporto felice tra la persona e la vita, che poi fa parte della vita stessa. 

Scultura e architettura in che rapporto sono?Il mio lavoro ha sempre una grande considerazione per l’architettura, nell’architettura c’è il concetto di spazio, di ambiente, di persona. Io credo che la particolarità della mia proposta sia di aver sempre considerato lo spazio come l’ambiente dell’uomo, come il luogo dell’espressione più intima della persona. 

Nelle tue opere e nelle tue parole è ricorrente il termine “bellezza”. Cos’è la bellezza?Sulla parola bellezza si è equivocato moltissimo. Prima di tutto la bellezza è diventata un formalismo a volte ridicolo e, come la bellezza è il buon rapporto tra la persona e l’esistente, la persona alla vita, se c’è un’accettazione. L’opera diventa un canto se c’è una riconoscenza dell’altro, altrimenti si tratta di un esercizio più o meno manuale o intellettuale. Il mio difetto, la mia debolezza, è proprio nel voler considerare qualsiasi cosa che faccia l’uomo come una possibilità di espressione dell’anima. L’uomo, o la donna è la stessa cosa, dovrebbe mirare alla bellezza come fatto vivo e piacevole.Quando una persona cerca di realizzare le cose che sente appartiene proprio all’umanità. Se uno vuole agire secondo quello che sente profondamente è già nella poesia. Quello che conta è realizzare le cose con quel respiro che è proprio della poesia. La poesia è il buon sentimento di tutto ciò che esiste intorno e ciò che esiste attorno è parte di sé.

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