Gloria Campaner. Musica, poesia e bellezza

“A Brescia, con il pubblico delle X Giornate, ho voluto affrontare un viaggio attraverso le emozioni primarie come la gioia, la tenerezza, la paura o la tristezza… Credo che la musica non dovrebbe essere una “vetrina di esecuzione musicale” più o meno tecnica, pulita o brillante, ma la rappresentazione di una soglia, un ingresso, un varco verso se stessi. L’ascolto dei suoni sì, ma soprattutto l’ascolto di noi stessi, con la “A” maiuscola”. Gloria Campaner

Inizi a suonare prestissimo, a quattro anni, e immediatamente il tuo talento straordinario prende il sopravvento. La tua avventura nel mondo musicale, e reale, parte in un istante. Perché il pianoforte?Ero così piccola che i ricordi sono molto offuscati, nel senso che un po’ provengono da quello che ricordo io, qualcosa dai racconti dei miei genitori, e infine da sensazioni che arrivano prima ancora dalla memoria, qualcosa di evocativo che sicuramente passa dalle emozioni primarie. Il pianoforte in un certo senso mi ha scelto. Mi arrivò in dono come giocattolo al compleanno dei tre anni, da una famiglia di non musicisti, da una zia; mi ritrovai con questo pianoforte bianco e rosso che adoravo, ci suonavo, ovviamente non bene, ma quantomeno non lo distruggevo, non lo mangiavo o mi ci sedevo sopra…  Scherza. Cercavo di usarlo nella maniera più giusta, anche se io “il giusto” non sapevo cosa fosse: spegnevo un po’ le luci, mettevo le bambole e i peluche sul divano per ricreare l’ambiente di un concerto, seppur non fossi mai stata ad un concerto. Credo che il pianoforte abbia scelto me anche quando, l’anno seguente, iniziai un corso di propedeutica musicale, al seguito di una vicina di casa, mia compagna di asilo. L’insegnante si accorse del mio talento e disse a mia madre che avrei dovuto seguire un corso di pianoforte. Io avrei voluto suonare il violino, pensa. Sorride. Questa mia prima insegnante, Daniela Vidali, individuò subito che c’era qualcosa, una sorta di familiarità, di facilità, e quindi noleggiammo un pianoforte proprio su suo consiglio.  Tra l’altro ai tempi era una giovane ragazza anche lei, quindi ripensarci oggi mi fa molta tenerezza. Diciamo quindi che io ho scelto il pianoforte, ma anche lui mi scelse, senza dubbio. Arrivò nella mia vita in dono o forse per destino.

In un’intervista recente dici: “Tutto è suono”. Cosa rappresenta la musica per te? La musica per me, soprattutto se ripenso all’esperienza appena avuta a Brescia – la musica nella sua bellezza, nella sua armonia e nella sua profondità, rappresenta veramente un medium, un portale ad un mondo interiore che difficilmente potremmo raggiungere con le parole o con qualsiasi altro mezzo linguistico. Mi sembra che rappresenti sempre più questo “stargate”, un meccanismo di gancio o sgancio verso luoghi remotissimi del nostro conscio e inconscio, che il suono raggiunge meglio del pensiero, dell’intelletto e di qualsiasi verbo o parola detta o scritta.

In occasione del Festival “Le X giornate di Brescia”, ti sei esibita ne “Il suono delle emozioni”, un’esperienza di ascolto libero con cui hai condotto lo spettatore in un viaggio attraverso le emozioni. Che suono hanno le emozioni?  Le emozioni probabilmente non hanno un suono, perché hanno tutto! In realtà, seguendo questo progetto, mi sono accorta che si accostano più a un colore, a un suono, a un ricordo, una memoria o una sensazione, sicuramente più della parola stessa che le definisce. In questo percorso, ad un certo punto, evocavo la tristezza, la gioia o la tenerezza… le evocavo, ma allo stesso tempo mi rendevo conto di come queste parole restassero molto più in superficie rispetto al solco profondo che può tracciare la musica. Le emozioni hanno il suono che noi vogliamo dare loro, il suono che vogliamo permetterci di affidare loro e che, nella nostra memoria, si associa a questa emozione piuttosto che ad un’altra. Questo è il viaggio che ho voluto fare con il pubblico delle X Giornate di Brescia; ho capito che la musica non doveva essere una vetrina di esecuzione musicale più o meno tecnica, pulita o brillante, ma la rappresentazione di un varco, una soglia, un’entrata verso se stessi. L’ascolto dei suoni sì, ma soprattutto l’ascolto di noi stessi, con la “A” maiuscola.

Hai inciso diversi album musicali, ma sono incuriosita dal tuo esordio discografico “Piano Poems” dedicato a due compositori: Robert Schumann e Sergei Rachmaninov.  Quale il legame tra pianoforte e poesia? Io credo che tra le arti la poesia sia quella che forse più si avvicina alla musica e ai suoni, proprio per la sua libertà, la sua ricerca di canto, di lirismo, di accostamento alla musica come spesso è stato fatto. Ho capito da tempo che la musica e la poesia sono legatissime, tanto più che ci sono molti compositori che hanno inserito delle poesie all’interno delle loro composizioni musicali. Schumann ad esempio lo fa ed questo è il motivo per cui gli ho dedicato questo primo album. L’altro compositore, Rachmaninov, sosteneva che “la musica nasce solo dal cuore, e si rivolge al cuore. È amore. La sorella della musica è la poesia e la madre la sofferenza”. Questo mi ha fatto credere che l’avvicinarsi al gesto poetico, alla libertà che ci può essere nella lirica della poesia, potesse unire queste due arti.

C’è un artista che ti rappresenta maggiormente, che senti più vicino a te?Il mio compositore preferito è proprio Schumann perché la sua produzione musicale, come si può sentire anche da “Piano Poems”, è composta da piccole miniature, proprio come le poesie. Anche i grandi cicli pianistici sono costituiti da piccoli tasselli che formano poi il grande mosaico. Io credo di essere molto legata alle forme brevi, tant’è che l’altro album a cui tengo particolarmente è “24 Preludi di Chopin” perché sono dei voli, dei colori, degli istanti di musica che cambiano sempre. Sono Preludi di pochissimi minuti, alcuni solo di pochi secondi, ma io credo di avere un particolare amore per le forme brevi, per le poesie, gli aforismi. Nella musica probabilmente la grande struttura non è quella che si addice al mio animo più di tutte – naturalmente io ho cercato di interpretare al meglio anche le forme più complesse, ma se devo individuare la forma che mi è più vicina e il compositore che ne ha fatto il suo stilema estetico è Robert Schumann.

Promuovi la musica contemporanea e collabori con diversi compositori e musicisti di fama internazionale. Come vivi due aspetti della musica tanto diversi quanto necessari: il rigore che la musica richiede da un lato e la grande versatilità artistica che ti viene riconosciuta dall’altro? Premetto che sono una solista e sono sempre da sola, nonostante abbia fatto anche tanti progetti di musica da camera o con l’orchestra, ma sostanzialmente erano sempre così, progetti a sé stanti. Io sono sempre stata da sola sul palco con la mia creatività musicale, con le mie idee, le mie scelte, i miei viaggi e via dicendo. La solitudine non è un aspetto da sottovalutare ed è per questo motivo che poi mi sono dedicata tanto anche ai ragazzi. Detto ciò, ad un certo punto della mia carriera, ho sentito un grande bisogno di unire alla disciplina, al rigore, all’attenzione propria dell’allenamento tecnico necessario nello studio della musica, un mio percorso di creatività artistica che è esistito grazie alle grandi collaborazioni. Ho coinvolto artisti di tutti i generi, provenienti da qualsiasi ambito: dalle arti visive al DJ set, dalla filosofia alla pittura, la poesia, la danza contemporanea… questo era il mio modo per sprigionare il bisogno di creatività e di vicinanza alle arti, senza sentirmi troppo sola e poter poi riaprire anche una partitura di Bach o di Beethoven con una spinta interpretativa diversa. Questo mi ha aiutato anche a dar voce alla musica di oggi perché non mi sembrava possibile, né ammissibile, suonare soltanto musica del passato, per quanto meravigliosa. Sento sempre dentro di me il bisogno di scavare, di ricercare dove la musica può raccontare il mondo di oggi, perché così è sempre stato anche per i compositori del passato.

L’importanza di gestire le proprie emozioni, le difficoltà e la solitudine che i musicisti spesso si trovano ad affrontare. Sei l’ideatrice del progetto C#SeeSharp, un workshop di creatività musicale per giovani musicisti. Di cosa si tratta? Ad un certo punto della mia vita, in questa solitudine, ho ripensato a quando ero adolescente e vedevo, nel mondo dello sport, figure di mental coach che sostenevano gli atleti da un punto di vista emotivo ed emozionale, allenando qualcosa che non vediamo, ma che lascia una grande traccia dentro di noi. Ammetto che dicevo a me stessa che ne avrei avuto bisogno anch’io così come molti miei colleghi musicisti. Da lì ho iniziato a cercare degli spunti, prima di tutto per me stessa, e ho capito che questo bisogno di trovare una stanza per la cura, per l’ascolto – virtuale o fisica che fosse, avrebbe potuto rappresentare una sorta di palestra per le emozioni. Divenne così di grandissima importanza per me e di enorme utilità per i ragazzi, i colleghi e i musicisti che ne prendevano parte. Penso sia fondamentale allenare le nostre emozioni! La paura, l’ansia e anche le emozioni diciamo più difficili ed invalidanti, non sono per forza negative, non esiste un’emozione negativa o positiva; è energia che si muove, sono situazioni in cui è più difficile vivere o sopravvivere. Tutto questo si può allenare proprio come alleniamo il coraggio, il talento e qualsiasi gesto artistico legato alle nostre abilità. Questo allenamento ha uguale importanza quanto dedicare del tempo alla tecnica quotidiana; se vuoi effettuare una performance devi allenare la performance, non soltanto la tua bravura tecnica! Quando questo mi è arrivato sempre più chiaro, per me è stata una chiamata così forte da farmi scegliere di mettere un pochino da parte il palcoscenico per me, togliermi un momento da lì, fare un piccolo passo indietro momentaneo per potermi dedicare a qualcosa di nuovo che per me rappresenta un grande nutrimento.

I giovani. Cosa pensi dei giovani di oggi e quanto è importante trasmettere loro le nostre conoscenze… come dice Alessandro Baricco (tuo marito, con cui collabori spesso) “credo che il minimo che puoi fare, quando conosci bene un mestiere, sia insegnarlo a uno più giovane di te. Non è generosità, è proprio galateo”…Sono assolutamente d’accordo con Alessandro che sia importante tramandare un gesto che hai imparato a fare bene, se senti di esserne capace. La sua visione è assolutamente giusta, splendida, tanto che lo ha portato a fondare una Scuola di scrittura fuori dal tempo e dallo spazio, unica al mondo, la Scuola Holden. Mi sento di aggiungere che insegnare è una vocazione e bisogna sentirsi in grado di poterlo fare, ha ragione lui, le conoscenze vanno condivise, passate, donate!

 Tra i tuoi ultimi progetti c’è “Seven Springs”, una serie di incontri musicali seguiti da un momento di dialogo con gli artisti per lasciar spazio alle parole e creare nuove vibrazioni. Mi racconti com’è nata l’idea? “Seven Springs” è un progetto nato più che altro per questa libertà d’ascolto ed è forse più vicino a portare la musica a tutti, ad abbattere quella cortina, quel muro che spesso c’è tra artista e pubblico. L’artista pare spesso altrove, irraggiungibile, incomprensibile e così anche la musica che sembra essere qualcosa di difficile da capire. La musica non esiste per essere capita, ma soprattutto per essere ascoltata. Sicuramente “Seven Springs” in quanto stagione di concerti un po’ pazza è nata con quest’idea di libertà e di grande energia che si può ricevere dal gesto artistico musicale. In questo senso si può unire un po’ tutto; io penso che appena fai una cosa devi donarla agli altri ed è quello che sto cercando di fare adesso. Io ho abitato il palcoscenico per tanti anni e quindi, nel mio piccolo, sento di poter dare dei consigli, magari non da Psicologa, però sul palcoscenico ci sono stata tanto, e ci sto continuamente, quindi posso portare l’esperienza di qualcosa che ho imparato sul campo!

È curioso come abbiamo iniziato il discorso dicendo che le parole non arrivano in profondità quanto la musica e lo chiudiamo raccontando come le stesse possono unire le persone alla musica, come un mezzo, un tramite per arrivare più in alto… Io penso davvero che certe parole si avvicinino molto alla musica… la poesia lo fa, così come un certo modo di utilizzare le parole, come ad esempio fa Alessandro. Io credo che  la musica abbia un potere che può andare oltre tanti discorsi, mentre alcuni tipi di narrazione, se ci pensi, sono musica, diventano musica stessa, sono musicali, armonici e carichi di bellezza… forse è proprio la ricerca di bellezza, il bisogno di bellezza che ci dovrebbe salvare.

Quali sono i progetti che stai seguendo o che hai in programma? Io sto facendo tantissime cose, lavoro a molti progetti diversi. Adesso mi sto appassionando anche alla regia e quindi seguo degli spettacoli dal backstage. Sono la coordinatrice musicale di “Abel Concerto” che andrà in scena al Teatro Duse di Bologna. Ad esempio domani sarò al Soroptimist Club di Vercelli per un evento dedicato alle donne nella musica, a voci dimenticate o non giustamente riconosciute; il titolo è proprio “Degne di nota” per ricordare voci fuori dal coro di donne incredibili che, nel corso dei secoli, hanno suonato e scritto musica bellissima, ma per circostanze della loro vita, sociali o familiari, non hanno potuto esprimersi e pubblicare le loro opere. Mi piace molto continuare nella ricerca della musica anche su qualcosa che non sentiamo tutti i giorni e soprattutto, quando sono sul palco, amo portare della consapevolezza, qualcosa di sempre nuovo…

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