” I giovani devono guardare al futuro come ad una cosa luminosa, perché in questo mondo ognuno può essere utile agli altri”

“Molti pensano erroneamente che Magnifico (Rettore) voglia dire bellissimo, ma non è questo il significato ed è evidente, scherza. “Magnifico” deriva dal latino e viene utilizzato per definire colui che fa grandi cose… quindi per il momento non posso essere chiamato così, forse nel futuro, magari tra sei anni speriamo!” 

Prof. Francesco Castelli, Rettore dell’Università degli Studi di Brescia

Laurea in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Pavia. Perché ha scelto questa Facoltà e quale il suo pensiero da studente?

Io sono del 1958 e quindi, quando ero al Liceo, era un momento un po’ particolare, stiamo parlando di metà anni ’70; momenti di grandi pulsioni, anni di grandi ideali e speranze, equità sociale nel mondo, periodi postconciliari. Fermenti che mi spinsero a mettermi in gioco in prima persona, avevo diciassette anni, era il 1975 e decisi di partire per un Paese dell’America Latina. Non avevo mai visto nulla di simile: una situazione di povertà estrema e di ingiustizie sociali al limite della sopravvivenza. Dopo questa esperienza mi interrogai seriamente circa quanto avrei potuto fare per apportare un contributo personale e fattivo per aiutare queste povere comunità. Così, se dapprima avevo pensato di iscrivermi ad una Facoltà di tipo più tecnico come Ingegneria – proprio come mio padre – compresi che la mia vocazione era dedicarmi alla medicina. Tutto qui.

Due specializzazioni, rispettivamente in Malattie Infettive e Medicina Tropicale. Una scelta dettata dall’esperienza personale…

Assolutamente. Mi resi conto ben presto, nel Paese dove feci la mia esperienza, che le principali cause di malattia erano infettive e tropicali e, soprattuto, che esisteva una stretta correlazione tra disagio, marginalizzazione, povertà e malattie infettive, specificatamente tropicali. Riprendendo il mio percorso di studi, una volta conseguita la Laurea in Medicina e Chirurgia a Pavia, mi specializzai in Malattie Infettive – sempre a Pavia, e poi ripartii. Andai a lavorare in Africa con le Nazioni Unite, con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e una volta rientrato feci la seconda specialità in Medicina Tropicale, questa volta a Milano perché a suo tempo era lì.

Quale fu il passaggio tra l’Africa e la nostra città? 

Mentre ero in Africa il Professore con cui mi ero laureato a Pavia, il Prof. Giampiero Carosi, si era trasferito a Brescia e io dall’Africa l’ho seguito e mi sono stabilito a Brescia. Il Prof. Carosi, a cui facevo riferimento, al tempo era diventato Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive presso gli Spedali Civili e quando io arrivai a Brescia, vinsi una borsa di studio di tre anni, e poi pian piano portai avanti il mio percorso all’interno della struttura ospedaliera.

Una carriera ospedaliera che corre di pari passo con quella accademica. A livello umano, cosa accomuna o distingue il suo rapporto con un paziente rispetto a quello con uno studente?

Quando si hanno dei ruoli progressivamente crescenti di responsabilità, sia in ambito ospedaliero che universitario, l’obiettivo che ritengo si debba perseguire è quello di fare del proprio meglio – non è niente di speciale, forse una banalità. Dal lato paziente dobbiamo garantire che le persone che la Comunità ci affida, come i malati, ricevano – indipendentemente dal proprio censo, istruzione e  stato sociale – non solo le migliori cure, ma anche le migliori attenzioni. È importante tenere presente che le malattie infettive sono un po’ particolari perché questi malati, soprattutto un tempo, adesso un po’ meno, vengono in qualche modo isolati non solo per il rischio di contagio, ma in alcuni casi – penso ad esempio all’AIDS o alla Tubercolosi – c’è anche uno stigma sociale. Sono patologie che possono limitare i contatti affettivi, umani, personali, familiari e talvolta la Comunità medica – nel senso di infermieri e tutti quanti – deve riuscire a farsi un po’ famiglia. Pensiamo che alcune malattie infettive richiedono un isolamento completo; si rende necessario lasciare i malati chiusi in una stanza da soli per due o tre settimane e questo crea anche una fragilità di tipo psicologico. Abbiamo potuto rendercene conto concretamente in questi lunghi mesi di Covid che ci hanno costretto spesso a dolorose separazioni dai nostri familiari. Questo è l’essere medico. Naturalmente assicurando anche le cure migliori, ma questo lo diamo come prerequisito.

E per quanto riguarda gli studenti?

Con riferimento invece all’essere docente la cosa più importante è tener presente che, mentre la Comunità ci affida i malati in ospedale, la stessa ci affida i ragazzi nelle aule di studio dove non dobbiamo esclusivamente riuscire a trasmettere delle nozioni che, anche in questo caso, consideriamo come scontato. Dobbiamo cercare di essere empatici e soprattutto cercare di essere insegnanti; “insegnante” per me significa lasciare un segno, che non vuol dire manipolare le coscienze, ma semplicemente riuscire in un’interazione dialettica a far passare delle nozioni tecniche, ma anche dei messaggi che sono preparatori a quella che sarà la vita del medico. Mi riferisco alla solidarietà, l’empatia con il malato, prepararsi a svolgere un ruolo di servizio, mettersi a disposizione, far comprendere agli studenti che essere un medico vuol dire avere una responsabilità nei confronti della società. È fondamentale essere preparati, ma oltre a quello, c’è una componente di approccio alla persona che soffre che si mette in pratica nelle camere dell’ospedale e si cerca di trasmettere nelle aule dell’Università.

In questo senso, c’è una persona che ha avuto come riferimento, che ha fatto la differenza nella sua vita? 

Credo che tutti noi in qualche occasione abbiamo fatto la differenza per altri. In tal senso potrei risponderle la Comunità Comboniana dell’America Latina dove feci la mia prima esperienza di volontariato, oppure il Prof. Carosi che seguii a Brescia… ma potrei aggiungere anche la famiglia, i genitori e i pazienti che incontro lungo il mio percorso. Io penso che si possa imparare davvero da tutti. Nelson Mandela ad esempio mi ha ispirato molto, ci siamo visti ma non ci siamo conosciuti, però è una persona che mi ha ispirato per i suoi forti valori umani.

Sono moltissimi i viaggi di volontariato umanitario che ha fatto e promosso negli anni a favore dei Paesi meno fortunati. Ci racconta qualche esperienza?

Quando arrivai a Brescia mi avvicinai subito ad una Organizzazione di volontariato medico comunitario, la Sezione italiana di Medicus Mundi fondata da Maria Rosa Inzoli, Medica Geriatra.  Questo mi permise di fare parecchie esperienze, sono stato Presidente di Medicus Mundi per nove anni e insieme a loro abbiamo lavorato in tanti Paesi bisognosi. Ancora oggi sono legato alle loro attività anche attraverso progetti condivisi con l’Università; in particolare abbiamo dei progetti in Mozambico, dove io vado quando posso; in Università ne abbiamo altri come ad esempio in Ghana dove mandiamo degli studenti su base volontaria; in Uganda andiamo a fare attività di formazione e  di assistenza insieme ai colleghi locali nelle popolazioni un po’ più disagiate e remote. È un’esperienza da provare e devo ammettere che c’è molto entusiasmo anche tra gli studenti che hanno modo di imparare a guardare il mondo con occhi diversi e questo spero farà di loro delle persone e dei medici migliori.

Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Brescia. Quali sono i suoi prossimi obiettivi e come farà la differenza? 

Sinceramente faccio fatica a dire che farò la differenza, ma piuttosto le racconto ciò che mi piacerebbe realizzare sempre che io ne sia capace e che le condizioni lo consentano. Io credo che l’Università di Brescia dopo quarant’anni abbia ormai radici solide, forse deve entrare un po’ di più nel cuore della città e, sempre in quest’ottica di servizio, dovrebbe riuscire a capire sempre meglio quali sono le esigenze di oggi, ma soprattutto quelle del domani, in termini di offerta didattica per questo territorio. Con l’espressione “questo territorio” intendo il mondo industriale di un Paese, ma anche un nuovo modo di orientare la formazione medica per quello che sarà il futuro.  Mi piacerebbe che l’Università fosse vista sempre più come un’alleata che, attraverso la sua azione di ricerca, si facesse ponte tra le necessità che abbiamo a Brescia e l’Europa. Naturalmente mi auguro che l’Università di Brescia continui il percorso di collaborazione con le Università del Sud del mondo. Mi piacerebbe rafforzare le alleanze già in atto con tutte le Istituzioni affinché Brescia sia sempre più una città universitaria, che spendesse la propria attrattività anche al di fuori della Lombardia orientale in modo che, anche studenti lontani, scegliessero la nostra Università. Vorrei fare sempre più Comunità accademica… Io credo che siamo tutti qui a fare un pezzettino di storia – io sono pro tempore – prima c’era il Prof. Tira che, a mio modo di vedere, ha tracciato una strada solida, come peraltro avevano fatto gli altri Rettori prima di lui. Poi giungerà il momento in cui arriverà qualcun altro e io spero che la storia continui perché servire un’Istituzione non significa servire se stessi, ma la collettività.

Bergamo e Brescia Capitale italiana della Cultura 2023. Quali le iniziative messe in atto dall’Università degli Studi di Brescia? 

Insieme all’Università di Bergamo abbiamo delle progettualità finalizzate a dimostrare l’utilità dell’Università per il proprio territorio in termini di aumento culturale, rigenerazione urbana, di opportunità per l’impresa e non, organizzeremo eventi culturali e molto altro. Io mi occupo anche un po’ dell’UNESCO e quindi avremo degli appuntamenti in cui spero di far venire cattedre UNESCO a Brescia: diciamo che l’Università degli Studi di Brescia ci sarà!

Viviamo in un periodo storico particolare, in una società complessa e spesso difficile. Che messaggio darebbe ad un giovane che si trova ad affrontare il mondo?

Io posso solo confermare che quanto dice è assolutamente vero. La società di oggi spaventa per molti aspetti e certamente i giovani faticano a trovare la loro strada ma, detto questo, io nutro una straordinaria fiducia nei loro confronti. Non lo dico tanto per dire e aggiungo che l’Università è al loro servizio per cercare di aiutarli; non devono avere timore perché ognuno di noi ha molti talenti, bisogna solo cercare di capirli e tirarli fuori. I giovani devono guardare al futuro come ad una cosa luminosa, perché in questo mondo ognuno può essere utile agli altri. Affinché questo accada è necessario essere  pronti a cambiare – diversamente dal passato – dove “cambiare” significa trovare la propria strada, cercandola e perseguendola ciascuno nei limiti delle proprie capacità. E poi mai dimenticare la Terra su cui viviamo: dobbiamo rispettare questo Pianeta, è fondamentale ricordarlo sempre!

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