IGINIO MASSARIe la cultura del Sentimento

In quella variopinta “tela” che inquadra i grandi protagonisti bresciani, un’opera sfavillante di protagonisti che hanno fatto tanto parlare di sè, non solo in un panorama locale ma soprattutto internazionale, sicuramente il posto d’onore spetta a Iginio Massari il “Maestro dei Maestri” dei Pasticceri Italiani, l’impareggiabile, l’inarrivabile, il “Leone d’Oro” alla carriera, il padre putativo di pandoro e panettone, come recita Wikipedia, lo Sweetman televisivo e, non per ultimo, la nostra eccellenza, così buona, così rara da concederci quel trono dei sapori che sà anche un po’ di Brescia. 

Qual è stato l’ingrediente più importante della sua infanzia? Sicuramente la mia mamma. La mamma per tutti i bambini è il più alto sinonimo di amore, di protezione ma anche di insegnamento e non parliamo solo di “didattica” ma di una profonda e quasi religiosa consacrazione dei valori. La Famiglia al primo posto.  Mamma è stata un modello e una guida, è da lei che ho ereditato i più grandi insegnamenti ma soprattutto quell’ideale di Famiglia che mi ha permesso di diventare oggi l’uomo che sono, una visione alla quale sono strettamente legato, un esempio fatto di cura, presenza e dedizione verso i propri figli. 

Quando è nata la passione per la pasticceria? Sicuramente da piccolo. Attaccato com’ero alla sottana di mamma l’innamoramento a quei profumi, a quei gusti e a quei sapori fu davvero inevitabile. All’epoca mia madre aveva un ristorante con gelateria, io vissi lungamente in quella realtà assorbendone ogni minimo dettaglio, è come se quella passione fosse già stata scritta. 

Quando esordì Iginio Massari o meglio quando Massari diventò Massari? Non furono premi, riconoscimenti o consacrazioni, avvenne tutto molto tempo prima. Mi accorsi io stesso, già da ragazzino, di possedere qualcosa di speciale, delle qualità congenite che mi rendevano differente dagli altri. 

Quale ingrediente non si compra? Le competenze. Chi è strutturalmente solido e preparato non teme nessuno poichè persegue con grande dedizione la propria strada. É fondamentale ritrovare la propria libertà e la propria attitudine in ciò che si fa, è indispensabile crederci fortemente e cercare di eccellere ogni giorno sempre di più.   Il nostro brand è custode di ingredienti speciali e non parlo unicamente di prodotto. Iginio Massari Alta Pasticceria è storia, è esperienza, è competenza, è un team altamente qualificato e preparato. Investiamo tantissimo in formazione così come in tecnologia al fine di poter ottimizzare al massimo i processi senza mai snaturarli. I miei figli, tutto il team, dalla produzione al marketing, dalla distribuzione alla logistica condivide insieme a me tutti quei principi che sono alla base dei nostri prodotti artigianali, mai statici ma in costante rinnovamento. Proprio per questo Iginio Massari Alta Pasticceria fonda il suo successo anche sulla delicata attività di sviluppo, ricerca e innovazione guidata dai miei figli Debora e Nicola. 

C’è stata una “scuola” importante che l’ha accompagnata al raggiungimento dei suoi obiettivi? Uno dei momenti più importanti della mia crescita professionale sono stati gli anni alla Star di Agrate Brianza dove dal 1969 al 1971 ricoprii il ruolo di dirigente tecnico del settore artigianale e industriale. 

É legato ad un dolce particolare? Il dolce del sentimento, quello che preparava sempre mia madre.  É una millefoglie con crema alla bavarese talmente buona, talmente densa d’amore e di sentimento che non sono mai riuscito a replicare. 

Quando e come la tecnologia ha fatto il suo esordio nella sua pasticceria? Da sempre.  Ritengo di essere sempre stato un pioniere da questo punto di vista. Il pallino dell’automatismo e della precisione, anche per evitare certi sforzi fisici, ha sempre fatto parte della mia indole.  Ho sempre pensato che prima di comprare auto di lusso sarebbe stato necessario guidare auto modeste ma investire sul lavoro. Erano altri tempi del resto, oggi accade il contrario. Tutti quei macchinari, che oggi chiamiamo investimenti, all’epoca erano debiti colossali, montagne di cambiali da firmare.  Tutto ciò che è tecnologico ha un grande valore ma non è la dote innovatrice che dà ricchezza all’uomo ma l’utilizzo che ne fa. Se l’utilizzo è per produrre malcontento e incapacità gestionale vuol dire che l’investimento non è stato arguto. 

Che rapporto ha con la tecnologia? La tecnologia non è altro che il frutto del lungo ed eccezionale lavoro di abili ingegneri. Rimane sempre nelle nostre mani l’opportunità e la capacità di sapersene giovare. Non tutti sono in grado di accettare e sapersi valere di tali innovazioni.  Molto spesso, vuoi per tanti motivi, il piccolo artigiano limita lo sviluppo aziendale anche per mancanza di consapevolezza o di fiducia. É necessario invece osservare l’innovazione con grande lungimiranza e farla propria.   La tecnologia all’interno dei nostri processi produttivi ci permette di soddisfare le numerose richieste e mantenere al contempo un livello di qualità elevatissimo.  Noi adattiamo la macchina al prodotto e non viceversa garantendo un risultato ottimale.  É comunque importante sottolineare che la tecnologia, e penso soprattutto all’intelligenza artificiale, dal suo canto innovatore, non possiede un’anima, non conosce sentimenti ecco perchè l’impronta dell’uomo è e sarà sempre fondamentale.  Negli ultimi anni questi processi innovatori, riconducibili a tutti gli ambiti della vita, hanno un po’ offuscato i sentimenti ma anche la praticità. 

In cosa si sente un artigiano e in cosa un innovatore?  L’artigiano è innovatore.  Per essere un buon innovatore devi conoscere bene il passato, la tradizione e basare il tuo credo sulla storia, senza questa matrice non ci può essere nessun innovatore.  Tutte le settimane faccio un esercizio: penso a come i nostri palati si siano allenati nel tempo a mangiare dolci. Davanti ai miei occhi risplendono manufatti zuccherosi innovativi, meravigliosi da vedere, modellati dalla tecnologia, precisi in ogni piccolo dettaglio, dei quadri straordinari. Vuol sapere cosa accade?  Che vengono mangiati quando finiscono quelli artigianali. Anche per i panettoni funziona benissimo questa equazione. Il tradizionale va sempre a ruba, è quel pilastro difficile da spodestare rispetto agli altri gusti, indubbiamente ottimi ma secondari. Questo significa che la tradizione non solo governa ancora i nostri gusti ma anche le nostre scelte e le nostre valutazioni.  La tradizione nonostante il mondo si sia conformato a nuovi dictat rappresenta sempre quella scelta istintiva, voluta ma quasi involontaria. Penso che quest’affettività che maturiamo nella vita nei confronti della tradizione possieda il sapore di casa, di Famiglia, un eco nostalgico dei nostri valori nonostante il tempo abbia innescato molte trasformazioni.  Ciò che resta e che nessuno mai ci porterà via è la cultura sul passato e sui sentimenti.

Che tipo di legame la congiunge a Brescia nonostante il suo brand oggi domini le più importanti piazze italiane? Le radici di per sè fanno parte di ogni individuo che a sua volta ha radicato la sua infanzia in un territorio.  Nonostante io sia stato un emigrante e avessi maturato in Svizzera un’esperienza di vita, Brescia ha da sempre rappresentato un caposaldo indiscutibile. Io non desideravo tornare in Italia, io volevo tornare nella mia Brescia ed è a Brescia che ho aperto la mia pasticceria, la Pasticceria Veneto e il laboratorio centrale di produzione proprio perchè io stesso, insieme a Debora e Nicola, desideriamo possedere il pieno controllo sulla qualità: in entrata con le materie prime e in uscita con il prodotto pronto per essere venduto controllando tutti i processi di produzione. I miei figli che lavorano in azienda da oltre un ventennio sono garanti e non eredi e possiedono tutte le competenze necessarie per condurre quest’azienda.

Qual è il complimento più importante e memorabile che ha ricevuto nella sua vita? Tantissimi ma mi creda delle volte mi meraviglio ancora.

La più grande soddisfazione della sua vita?  Lavorare ogni giorno accanto ai miei figli e osservare il loro lavoro, oggi fondamentale.  Appartengo ad una generazione molto differente dalla loro. Il dopoguerra dettava infatti condizioni e limitazioni molto severe. Si lavora sempre, ci si svegliava nel cuore della notte e non si pensava allo svago nemmeno a trascorrere del tempo con i propri figli. Lavoravamo assiduamente per garantirci una vita decorosa. Era questo il nostro obiettivo principale.  Oggi, i miei figli, oltre al lavoro, direi eccellente che riservano all’azienda, riescono a conciliarsi ad una vita privata senza dubbio più appagante, più serena, fatta di Famiglia ma anche ambizioni, svago e piacere.     Probabilmente desiderano concedere ai loro figli quello che purtroppo non sono stato in grado di accordare io stesso durante la mia “carriera” di papà, troppo preso nel mio laboratorio e inghiottito da orari inflessibili. 

Ha mai pensato ad un piano B o ad un sogno da realizzare? I sogni non fanno parte della mia persona. Sono pragmatico e so di essere nato per fare questo mestiere.  Con consapevolezza e grande lucidità mi impegno in tutto quello che riesco a fare ma allo stesso tempo comprendo i miei limiti e lascio “l’ignoto” a chi meglio di me saprà portarlo a compimento.

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