INTESA SAN PAOLO PER IL SOCIALE  “Il merito soccorra il bisogno”

L’impegno a operare per un futuro di utopie possibili contro le distopie probabili: l’etica o ragione dei valori, per essere più attrattiva nei confronti della prassi o pulsione degli interessi, deve avere la forza emotiva e seduttiva di un’epica o passione degli ideali. Brescia sarà la sede dell’unità organizzativa per l’Italia di Intesa Sanpaolo dedicata al contrasto alle disuguaglianze con una dotazione finanziaria di 1,5 miliardi da erogare in nei prossimi cinque anni. 

Crescere insieme, dice il presidente emerito di Intesa Sanpaolo, operando fattivamente contro le disuguaglianze  per un paese più equo dove nessuno deve essere escluso. Un impegno eticamente fondato, concretamente supportato e socialmente motivato che fa di Giovanni Bazoli non il “Cuccia cattolico” (lo storico e illustre quanto cinico patron di Mediobanca) come il giornalismo metropolitano ha sempre dipinto il banchiere bresciano, bensi’ il “Mattioli cattolico” (il mitico presidente della Banca Commerciale Italiana di meta’ del secolo scorso) assai piu’ vicino al presidente emerito di Intesa Sanpaolo per  similarita’ morali, sensibilita’ culturali  e affinita’ caratteriali.  L’ “effective altruism” (l’ “altruismo efficace” calvinista americano, il nuovo filantropismo umanitario delle ricchissime big-tech digitali della Silicon Valley, quelle che in Borsa quotano migliaia di miliardi di dollari come la Apple che a Wall Street capitalizza quasi tre volte l’intero Pil italiano) può avere una declinazione “cattocalvinista”, ossia etica cattolica e spirito del capitalismo, al fine di ridurre le disuguaglianze esponenziali nonchè lenirne o alleviarne le conseguenze sociali più macroscopiche. Finalità condivisibile, eticamente nobile e socialmente commendevole, ma si dimentica che senza rimuovere le cause a monte delle disuguaglianze colossali (non la cultura positiva e progressiva dell’individualismo ma il culto estremizzato dell’individuo come inizio e fine di tutto, e la polarizzazione esasperata della ricchezza) gli iperuranici patrimoni personali accumulati grazie all’economia digitale, con il prossimo pieno sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sono destinati ad aumentare ancora di più. Con conseguente aumento più che esponenziale delle disuguaglianze economiche e relative ingiustizie sociali. 

L’impegno  in prima persona del presidente emerito di Intesa Sanpaolo, insieme al presidente Gianmaria Gros Pietro e al ceo Carlo Messina, è riuscito a coinvolgere la grande banca lombarda in un progetto   contro le disuguaglianze che, se socialmente ingiuste e moralmente indegne in quanto economicamente inique, prima o poi “si mangiano anche la democrazia”.   E sempre da tali premesse etiche ecco due parole – “nessuno escluso” –  che riassumono  il significato dell’articolo 3 della carta costituzionale, cui Bazoli attribuisce una centralità speculare alla sua avversione alle disuguaglianze, laddove recita che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che si frappongono al pieno sviluppo della persona umana”.

A conferma di una solidarietà che è davvero tale  quando è universale, ossia rivolta all’universo di tutti i bisognosi, “nessuno escluso”, appunto.  

La domanda che Bazoli, al compimento del suo 91esimo anno, pone  alla sua città e alla comunità civile è una sola, semplice e diretta: “come si fa a vivere tranquilli in una societa’ dove c’e’ gente che muore di fame”? 

Ove il “morire di fame”, nelle ricche e avanzate società occidentali in cui viviamo,  va storicizzato, relativizzato e contestualizzato non dovendo essere inteso in senso letterale, o almeno non più solo in tale senso, ma declinato in modi differenti da quando si moriva materialmente di fame. I dati dell’Istat sulla povertà in Italia dicono che oltre sei milioni di italiani vivono in povertà assoluta, cioè ai limiti della sopravvivenza, cifra che sale a quasi dieci milioni se si comprendono anche coloro che si trovano in povertà relativa. Da qui l’attualità e l’opportunità di una campagna nazionale contro la povertà lanciata da una grande banca con una previsione di spesa di un miliardo e mezzo in cinque anni, ovvero 300 milioni l’anno, per programmi di soccorso ai casi più conclamati e clamorosi.       

Non solo: nella società odierna la lotta contro la disuguaglianza non può limitarsi a  nutrire chi muore di fame,  ma concentrarsi nell’attuazione integrale dell’articolo 3 della Costituzione  dal  cui  disposto  si può evincere che –  se non viene garantito il diritto alla salute, al  lavoro  e all’istruzione – risulta disatteso in quanto privo di contenuti  concreti il principio stesso  di uguaglianza  e quindi è messa a  rischio la stessa democrazia.  

Dalla coscienza della responsabilità alla cultura  della socialità attraverso la sostenibilità economica, ambientale e sociale. É la stessa sindaca Laura Castelletti a ringraziare Bazoli e salutare l’iniziativa di Intesa Sanpaolo quale un contributo a Brescia Capitale della Socialità, non solo della cultura – come è stato nel corso del 2023 condivisa con Bergamo – dell’impresa e della sostenibilità (come ha dimostrato “Futura Expo”, la biennale della sostenibilità voluta da Roberto Saccone, Presidente della Camera di Commercio).  

Perchè Intesa  Sanpaolo, inoltre, ha scelto Brescia come sede  per l’Italia dell’unità organizzativa dedicata  al contrasto alle disuguaglianze? É l’attestato, se così si può dire, dell’anziano banchiere alla sua città, la risposta fattiva e costruttiva, non sul terreno friabile e franabile dell’ ideologia ma su quello piu’ solido e robusto  della  sociologia, a chi lo accusava di “aver fatto poco o nulla per Brescia” in quasi quarant’anni di attività bancaria.    

NESSUNO ESCLUSO

Dopo essere stata capitale italiana della cultura 2023 con Bergamo ed essersi proposta, con l’evento di “Futura Expo” organizzato dalla Camera di Commercio nell’ottobre dello stesso anno, quale capitale italiana della sostenibilità , Brescia, con la “investitura” di Giovanni Bazoli  nell’ambito dell’evento tenuto in città da Intesa Sanpaolo nell’autunno del 2023,  è stata designata quale capitale italiana dell’impegno per il sociale con una eccezionale  dotazione di risorse finanziarie conferite da Intesa Sanpaolo. Un obiettivo perseguito con uno strumento dedicato: una unità  organizzativa nazionale con sede a Brescia (“Intesa Sanpaolo per il sociale”) che giova ripeterlo data la dimensione dell’intervento contribuirà nei prossimi 5 anni, da qui al 2027, con 1,5 miliardi di euro per sostenere progetti finalizzati alla riduzione delle disuguaglianze.          

Tutti, nessuno escluso, hanno diritto alla tutela della salute, al lavoro e all’istruzione: tre momenti in assenza dei quali cade il fondamentale dettato costituzionale della eguaglianza dei cittadini.    

Un compito non da poco, se lo si intende come un dettato moralmente impegnativo e non come un semplice slogan figurativo. Per questo le parole mutuabili dall’art. 3 della Costituzione per significare che tutti hanno diritto, nessuno escluso, al pieno sviluppo della  personalita’, sono prese molto sul serio da chi, come Bazoli, per ragioni anagrafiche ha fatto in tempo a vedere, se non proprio a vivere in prima persona essendo allora adolescente, il deserto arido di diritti e l’inverno gelido della dittatura all’epoca del regime fascista. Parole che, in quanto definitive  e insostituibili benchè traducibili, hanno l’adamantina  chiarezza concettuale e la veridica purezza lessicale  di una pagina biblica. E in effetti le parole della nostra Costituzione, di estrema puntualità linguistica ed essenzialità semantica tanto da costituire un insuperabile modello di eleganza stilistica, affabilità maieutica ed effabilità letteraria, rappresentano nel loro insieme un esempio di rara bellezza estetica, oltre che un documento di aulica grandezza etica. 

Da qui  il messaggio della società civile recepito da Intesa Sanpaolo e nel contempo la risposta alla società civile promossa dalla stessa banca con le parole del suo presidente emerito: “contro le disuguaglianze crescere insieme per un paese piu’ equo”.

 GIOVANNI BAZOLI

“Il processo è la pena”

La motivata e circostanziata, per non dire puntuale  e puntigliosa, “autodifesa”, in forma di una inconsueta ma efficace “dichiarazione spontanea” di Giovanni Bazoli al processo di Bergamo da cui è uscito pienamente e definitivamente assolto dalle accuse formulate dai pm nove anni prima.   Per gli innocenti, come ha scritto  in proposito il giurista Natalino Irti, “il processo è la pena”. Nel senso che, se  un processo ingiusto è già di per se’ una pena ingiustamente inflitta a un innocente che viene assolto, l’equazione tra processo e pena  e’ una duplice condanna anche per il colpevole.

Da segnalare la pazienza attiva e determinata, non passiva né rassegnata, una virtù garantista e una vis granitico-cementizia con cui Bazoli ha sconfitto l’impazienza giustizialista dei suoi accusatori, vizio moralista tipico del pregiudizio colpevolista. Ma va anche detto che, se è vero che  “il processo è la pena”, lo è a fortiori, a maggior ragione, per l’innocente più che per il colpevole. Solo che fino a sentenza siamo tutti innocenti, compreso i colpevoli. Cioè a dire che l’ingiustizia, per chi è innocente, sta a monte del processo, nelle INDEBITE indagini preliminari conseguenti ad accuse infondate. Fino a sentenza definitiva tutti siamo presunti innocenti, ma siamo anche nel contempo tutti presunti colpevoli. Ciò non basta tuttavia a fare della filosofia del diritto una discrezionale metafisica, o peggio una soggettiva mistica del diritto. E’ l’inevitabile rischio che fino a sentenza tutti corriamo. Il grande Carnelutti diceva che se lo avessero accusato di aver rubato la Madonnina del Duomo, accusa iperbolica chiaramente quanto umanamente impossibile, sarebbe comunque a scanso di dubbi scappato in Svizzera. 

Per dire che la Giustizia può essere a volte talmente occhiuta da inventarsi reati inesistenti in quanto impossibili. Eppure trent’anni anni fa c’è stato uno straordinario scienziato bresciano, docente  all’Università di Pavia, che, ingiustamente accusato e preventivamente incarcerato per un reato gravissimo nel suo caso inesistente in quanto clamorosamente inverosimile, ha risposto seraficamente e magnanimamente, al momento della scarcerazione, che “l’errore giudiziario è il prezzo che talvolta dobbiamo pagare per avere una giustizia giusta”. 

Certo un conto è il vulnus  di qualche giorno di carcerazione, un altro dieci anni di gogna, non solo giudiziaria ma anche mediatica, con cui Bazoli ha dovuto attendere la dovuta meritata giustizia.      

L’ultranovantenne presidente emerito di Intesa Sanpaolo, uscito pienamente assolto dal processo di Bergamo con le accuse di “ostacolo alla vigilanza” e “illecita influenza sull’assemblea di Ubi Banca del 2013”, vuole rimarcare la cosa che gli sta più a cuore. E che lo stesso Tribunale di Bergamo ha riconosciuto dopo quasi dieci  anni di vicenda giudiziaria dei quali  sette di indagini e tre di processo.  Vale a dire l’assoluta correttezza morale, sia formale che sostanziale, della propria condotta comportamentale e del proprio operato professionale.  

Frutto della stessa intima fermezza caratteriale e insita autocoscienza personale che gli ha suggerito  la stesura della “dichiarazione spontanea” letta nell’udienza conclusiva del 14 settembre 2021 nel processo di Bergamo, conclusosi con l’assoluzione con formula piena dell’8 ottobre 2021, successivamente confermata nel processo di appello dell’aprile 2023 (“dichiarazione spontanea” pubblicata nel luglio 2023 con il titolo “Il processo e la pena” dall’editrice “la Quadra” di Brescia con una  pertinente puntuale prefazione dell’editore, Tino Bino). 

Una autodifesa, quella del banchiere bresciano, che si segnala per eleganza formale ed essenzialità sostanziale, sobria e a tratti scarna letterariamente  ma non aspra o scabra bensì fluida stilisticamente.  Circostanziata  e certosina fattualmente, ostinata e tenace analiticamente e nel contempo vibrante emotivamente ma scevra dalle ridondanze retoriche e altisonanze enfatiche   delle aule di giustizia. Insomma un documento redatto con lo stesso puntiglio filologico con cui è scritta la Carta costituzionale, la cui sacralità civile per Bazoli ha un significato familiare in quanto alla sua stesura ha contribuito, avendo fatto parte dell’Assemblea Costituente, il padre Stefano, avvocato bresciano, un cattolico popolare nel cuore e liberale nella testa, amico e ricambiato  estimatore di Norberto Bobbio e Arturo Carlo Jemolo, grande laico il primo e grande cattolico il secondo.

Il paragone con il linguaggio distillato e adamantino della Carta fondamentale  vuole semplicemente significare che Bazoli  è cresciuto nella stessa temperie valoriale e nel medesimo contesto  culturale degli uomini che, come suo padre, nell’Assemblea Costituente hanno portato il loro contributo e quindi intravvisto, azzardato, confrontato, elaborato, discusso, concordato, convenuto, mediato, redatto e approvato la nostra “madre di tutte le leggi”.  Quella sorta di superiore armonia etico-politica  che,  per quanto frutto di una  dialettica conflittuale degli interessi, di una didattica concorrenziale delle idee e di una dinamica  concorsuale degli ideali, è approdata ad una  dialogica consensuale  dei valori che, se confrontata alla rissa continua senza memoria e senza domani dei politici di oggi, appare come un vero e proprio incantesimo d’altri tempi. 

Un miracolo di “concordia discors”, la Costituzione repubblicana, comprovato dal fatto che dopo 78 anni ancora oggi tutti, compresa la destra allora estranea alla sua elaborazione, possono richiamarsi ai suoi principi a tutela dei propri.

Professor Bazoli, la sua “dichiarazione spontanea” come lei l’ha definita, fornita al processo d Bergamo nella seduta conclusiva è apparsa come un una sorta di unicum nella prassi processuale penale, una dichiarazione che lei  stesso ha presentato ai giudici come “inconsueta”: in che senso?

Nel senso che il merito della mia posizione processuale è stato trattato dai miei difensori: se a tale trattazione ho fatto seguire un dichiarazione integrativa a quella da me resa all’udienza preliminare è stato esclusivamente al fine di spiegare le motivazioni di fondo di tutta l’azione da me svolta nel caso in esame, poiché ho creduto che ciò potesse servire al Collegio giudicante per inquadrare correttamente l’intera vicenda.

Vicenda peraltro conclusasi, sia pure dopo nove anni di cui sette di indagini e oltre due di processi  – a conferma del fatto che non sempre tutto è bene ciò che finisce bene — con la sua piena assoluzione nel primo e secondo grado del giudizio: non è così?

Certo è così, ma vorrei rispondere in proposito con le parole di Natalino Irti, autorevole giurista, secondo il quale l’angoscia del processo è già pena irrogata, sapersi giudicati è già, in sé, una pena che dura nel tempo e rimane incancellabile nella vita, perché l’indagine giudiziaria e l’imputazione segnano già l’inizia della pena.

Vale per gli innocenti, non per i colpevoli.

Per tale ragione, proprio perché innocente, ho vissuto e subìto come un vero paradosso l’accusa che mi veniva rivolta di ostacolo alla Vigilanza. Il legame aperto e sempre trasparente con la Banca d’Italia  e i vertici delle istituzioni economiche e finanziarie è stato, infatti, un tratto distintivo di tutto il mio impegno nel campo bancario. Così è stato fin dall’inizio. Nel 1982 la partecipazione da me promossa della Banca San Paolo di Brescia al pool di banche che intervenne dopo la liquidazione del vecchio Banco Ambrosiano, e la stessa mia accettazione della presidenza del Nuovo Banco Ambrosiano, avvennero su richiesta del Ministro del Tesoro, Andreatta, e del Governatore della Banca d’Italia, Ciampi.

A proposito del 1982, se ricordo bene il 6 agosto 1982, posso dire di esserne stato testimone diretto  poiché allora, in qualità di collaboratore del Sole 24 Ore, venni richiesto dal direttore Mario Deaglio di partecipare alla conferenza stampa per il suo insediamento al Nuovo Banco Ambrosiano; non solo ma esattamente un anno dopo, primi di agosto 1983, fu Giambattista Lanzani, direttore del “Giornale di Brescia”, a incaricarmi di intervistarla in occasione del primo anno della sua presidenza al Banco, bilancio positivo in quanto l’emergenza poteva dirsi superata già nel corso del primo anno del suo mandato: ricorda? 

Posso dire che tutto il cammino da allora compiuto dal Nuovo Banco Ambrosiano e poi da Intesa Sanpaolo – la banca oggi divenuta, attraverso innumerevoli fusioni e incorporazioni, una delle maggiori in Europa –  si è svolto con la condivisione piena, l’appoggio costante, il gradimento e la strettissima collaborazione di Banca d’Italia, e con me personalmente dei Governatori che si sono succeduti: da Ciampi a Fazio, da Draghi a Visco.               

I risultati del suo operato in oltre trent’anni di attività, dal Nuovo Banco Ambrosiano a Intesa Sanpaolo, sono sotto gli occhi di tutti, della pubblica opinione e della stampa economica e finanziaria in particolare, non hanno bisogno di ulteriori commenti: resta il fatto che i Pm di Bergamo hanno costruito il loro teorema accusatorio, che la sentenza ha poi bocciato e respinto come infondato, sulla pretesa illiceità e illegalità delle modalità della fusione tra BLP e BPU che ha dato vita a Ubi. Come se –  cito testualmente dalla sua “dichiarazione spontanea” pubblicata dalla Quadra di Tino Bino – l’essersi prodigati per creare il terzo polo bancario italiano fosse stata una colpa e non un merito. 

E’ la chiave di volta per l’interpretazione dei fatti oggetto del processo: è pertanto di grande importanza in proposito considerare il giudizio sulla fusione che il Pm ha espresso nella sua requisitoria. In sintesi, egli dichiarò di convenire con Bazoli che quell’operazione, cioè la fusione di una banca cooperativa come BPU e una banca società per azioni quale BPL era innovativa; ma per osservare che la novità avrebbe dovuto essere governata in modo diverso…

Quale modo diverso? 

Un modo – sono parole del Pm – che avrebbe permesso a Ubi di affrontare le sfide del nuovo contesto bancario mentre invece il Protocollo concordato dalle due banche comprendeva il principio di pariteticità, il modello federale e il legame coi territori, tutti indici da lui ritenuti “di non modernità.

Ma che rilevanza processuale possono avere tali principi? 

Si tratta di legittimi e spesso opportuni, comunque opinabili e discrezionali,  criteri di governance che nulla hanno a che fare con rilievi penali, non le pare?

Ma non è ancora tutto: il Pm ha attribuito personalmente a me, e non alle due banche che firmarono il protocollo d’intesa, la responsabilità di aver fatto nascere Ubi ancorata a una logica di impresa bancaria da lui giudicata superata e obsoleta…

Perdoni se insisto: da quando in qua i Pm si impancano a banchieri tranciando giudizi di merito sul modo di fare banca?

Logica vecchia e superata in quanto, sono sempre parole del Pm, si continua a porre in primo piano l’attenzione all’uomo e non ai numeri, al territorio e non ai computer; cito ancora testualmente: quello che in definitiva è emerso in questo processo, concluse il Pubblico Ministero, è che Bazoli ha rifiutato la modernità. 

Come se guardare all’uomo e non ai numeri, al territorio e non ai computer, fosse una colpa o un demerito, quando invece è esattamente l’opposto…

Anche in questo caso non commento, mi limito ad osservare che questo esplicito giudizio negativo espresso sull’operazione UBI rivela il preconcetto che ha condotto l’accusa a interpretare e presentare in modo distorto, in ogni fase della vicenda UBI, il comportamento dei protagonisti, qualificando il loro operato addirittura nell’area della illegalità come se, ripeto, l’aver creato il terzo polo bancario italiano sarebbe stata una colpa e non un merito. 

UBI non sarebbe mai nata  se non fossero state adottate quelle misure che il Pm riteneva sbagliate.

E il “patto occulto” di cui lei è stato accusato?

Nessun patto occulto non comunicato alle Autorità di Vigilanza; l’esistenza di tale patto occulto, che sarebbe stato stipulato tra l’Associazione ABLP  da me presieduta e l’Associazione Amici di UBI, è l’assunto che ha dato l’impronta all’indagine giudiziaria. Il patto occulto non è stato trovato  per l’evidente ragione che nessun patto, né in forma scritta né in qualsiasi altro modo, è mai stato stipulato tra le due associazioni per il semplice fatto che l’unico patto vigente operante in UBI è stato il patto fondativo stipulato dalle due banche al momento della fusione, rimasto in vigore fino alla riforma del 2014, seguita nel 2015 dalla trasformazione in spa. 

Considerazioni finali?               

La mia “dichiarazione spontanea” presentata ai giudici è stata un modo per essere ascoltato alla fine del dibattimento, non certo per avanzare riserve sul procedimento. Avendo sempre difeso in ogni sede, anche pubblica, in modo appassionato l’amministrazione della giustizia, baluardo dello Stato di diritto e democratico, sarebbe inconcepibile che questa mia convinzione venisse incrinata per il fatto di trovarmi coinvolto in un processo”.

Mi permetta di farle i migliori auguri, non per piaggeria ma perchè si vede che lei è figlio di un deputato all’Assemblea Costituente.

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