Jacopo Taddei, IL CANTO DEL SAX

Un giorno, attorno all’anno 1550, una nave spagnola carica di canarini maschi e femmine fece naufragio sulle coste dell’Elba dove i volatili trovarono un habitat perfetto inondando con il loro canto il cielo azzurro dell’isola. Non tutti sanno infatti che fino a quel momento i canarini vivevano unicamente nelle Isole Canarie e la Spagna per mantenerne il monopolio, commerciava solo gli esemplari maschi. Da qualche anno un nuovo canto si ode sulle ripide scogliere e sulle spiagge sassose dell’Isola d’Elba, sono le note del sax di Jacopo Taddei, musicista nato a Portoferraio nel 1996 e oggi tra i più apprezzati saxofonisti nel panorama musicale internazionale

(ph courtesy Mario Pellegrini)

Dicono che hai iniziato a studiare sax a 8 anni solo perché lo suonava tuo fratello, è vero? Quando ti sei reso conto che era proprio la tua passione?

L’immagine che la mia memoria recupera come un lampo è quella di un bambino di otto anni che si emoziona nel vedere un sax contralto dorato nella Filarmonica di Portoferraio. Per orientarci sotto ogni latitudine, i miei hanno tenuto in massimo conto, nella formazione mia e di mio fratello Lorenzo, l’apprendimento del linguaggio musicale. Così siamo cresciuti artisticamente insieme, anche se ora siamo alle prese con professioni differenti. Non saprei cosa nella vita conti di più, la scelta o il destino già segnato. Sia come sia, l’incontro con quello strumento luccicante mi fece capire senza indugio che quella era la strada giusta da percorrere per essere felice. 

Negli anni non ti sei mai pentito di aver scelto questo strumento rispetto per esempio a strumenti che hanno un repertorio molto più importante?

Ho seguito il mio daimon, la voce che si ha dentro, secondo Socrate, sin da fanciullo. Tutti rimasero colpiti quando in banda, dove insistevano per farmi suonare il clarinetto – che languiva come presenza nell’organico – dimostrai una irremovibilità inusuale per un bambino. Negli anni, alcuni docenti in bilico tra amore e odio verso lo strumento che suonavo, tentarono di avvicinarmi agli archi e al pianoforte. Ma non ho mai avuto rimpianti. Tra le migliaia di partiture scritte per il mio strumento, poche sono quelle significative. Va da sé che non ci sono a disposizione composizioni del periodo romantico o classico. Questo riduce ulteriormente le possibilità di entrare nel circuito concertistico classico. Ma si possono sempre giocare le carte del crossover, della musica contemporanea e del jazz. Ci sono possibilità espressive nuove.

Qual è la storia dello strumento che suoni?

Il saxofono, nato nella seconda metà dell’Ottocento, è uno strumento giovane rispetto ad altri. Figlio prediletto di un costruttore di strumenti belga, Adolphe Sax, prende il nome dal suo inventore. Saxofono, significa appunto “suono di Sax”. La magica pipa di nichel, come veniva chiamata ai primi del ‘900, è riuscita in poco tempo ad imporre la sua personalità.

Quanto è importante la ricerca del suono?

Ricercare una sonorità raffinata, eloquente, ricca di sfumature, è fondamentale. Soltanto così ciascuna esecuzione diviene un piccolo gioiello di estrema eleganza. 

In uno strumento a fiato, la purezza di un suono armonioso, rende riconoscibile un musicista tra mille altri. I 15 studi, op.188 di Charles Koechlin, ad esempio coagulano una riflessione tecnica sul saxofono. Miniature perfette. 

Il tuo percorso di studio è stato così impegnativo da arrivare fino al Diploma al Conservatorio di Milano nel 2017 conseguito con il conferimento della Menzione d’Onore Magna cum Laude alla scuola di Saxofono. Quali sono stati i momenti più difficili?

Quando si vive su un’isola ma si scopre che la propria strada è altrove, si deve gettare il cuore oltre il tratto di mare che divide dal Continente. Dai nove anni in poi, i fari che hanno illuminato la mia rotta, sono stati Livorno, Pesaro, Milano. Con la valigia colma di entusiasmo e determinazione, sentimenti tutt’altro che marginali quando ero un po’ malinconico. Momenti che hanno richiesto fervore da combattente, sono stati quelli del liceo, portato avanti in contemporanea ad esami e impegni del corso di biennio specialistico in saxofono.

Oggi a distanza di soli pochi anni dall’inizio della tua attività concertistica il tuo curriculum comporta una rassegna di primi premi, nazionali e internazionali, quasi esagerata. Quanti sono?

Sono ventiquattro, tanti quanti gli anni che ho. Ma se mi vuoi spingere verso l’autocompiacimento, non ti seguirò. I concorsi mi hanno aiutato a focalizzare l’energia sullo studio, l’ascolto e lo sviluppo della percezione. Per fortuna, la concentrazione, indispensabile alle competizioni, tiene lontano dall’auto celebrazione insensata. E ti allena all’autodisciplina, una cosa che non è mai finita. Si sposta come l’orizzonte quando noi ci muoviamo.

Hai dei concerti che ti sono particolarmente cari?

L’energia che ti trasmettono alcune orchestre, congiunta alla forza scaturita dalla bacchetta di certi direttori, sono paragonabili alla dinamite. Difficile interpretare un concerto senza palpiti quando si suona come solista con orchestre e conduttori custodi della magia della musica. Antonio Pappano, Daniele Gatti, Yuri Bashmet, Daniel Smith e altri, ma non troppi.

E anche una discografia di tutto rispetto.

Sono molto legato all’ultimo cd, The sound of Picasso, è un viaggio nella Francia del début de siècle, insieme al pianoforte, che si muove intorno alla figura di Picasso, da Satie a Milhaud. 

Come nasce la musica per te? Cioè è più introspettiva e legata alle tue esperienze di vita che fanno nascere e crescere in te l’impulso a creare qualcosa di “artistico” o è più legata alle relazioni con il mondo esterno?

Fare musica, componendo o interpretando, è come dipingere un quadro o scrivere un romanzo. Risulta un meccanismo piuttosto inspiegabile. Penso di essere influenzato dalla varietà e vivacità dell’esistenza. Anche se l’ispirazione artistica non accetta l’imperativo. Vivere con sentimento, mi aiuta, comunque, a rappresentare con la musica le emozioni. Poi c’è l’aspetto artigianale e professionale di questa attività. Lì il rapporto col mondo è indispensabile.

Tu sei molto attivo e apprezzato sia sulla scena della musica classica che di quella jazz e anche della musica contemporanea, in diverse occasioni hai eseguito brani in prima esecuzione assoluta. E’ abbastanza raro che un musicista spazi in generi così diversi.

Oggi dovrebbe essere evidente che il problema della definizione dei generi non interessa più nessuno. Il pubblico si diverte davanti ai programmi con commistioni. L’importante è cambiare linguaggio con consapevolezza. Nel rispetto delle diversità. Di certo, per me, la formazione classica resta molto influente nella tecnica, quando suono il jazz. Riguardo alla musica contemporanea, i compositori mi chiamano ad eseguire prime assolute dei loro brani. Sono molto onorato se posso dare il mio piccolo contributo di interprete, con lealtà di suono, per rendere vivo ciò che è inerte sulla carta pentagrammata.

Ci consigli il tuo cast ideale di saxofonisti per ciascun genere musicale? Giusto per comprendere i tuoi riferimenti e avere una indicazione per approfondire generi musicali diversi e sensibilità diverse.

Nella classica, Sigurd Rascher e Jean Marie Londeix sono pietre miliari. Ecco la mia costellazione del jazz, dove hanno acquistato un loro posto, in ordine non gerarchico ma soltanto alfabetico, Michael Brecker, Stan Getz, John Coltrane, Chris Potter, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Art Pepper, Phil Woods.

Hai già avuto occasione di suonare a Brescia?

Ho suonato più volte a Bergamo, Padova, Verona, Chioggia, per rimanere nella Lombardia Orientale e Veneto. A Brescia finora non ho avuto l’opportunità  ma spero di venire presto visto che c’è il mio amico Nicola Bianco Speroni che si lamenta di dover venire alla Scala per ascoltarmi e poi magari mi inviterà alla Settimana della Musica di Nuvolera! Mi sono più volte ripromesso di scoprire la vostra città dalle tracce stratificate del passato così numerose e ben riconoscibili. Quando giro per concerti non resisto al fascino di visitare i luoghi come un “promeneur solitaire”. L’Italia specialmente, è un meraviglioso “museo diffuso” con ricche testimonianze storiche.

A Brescia c’è una rete molto estesa nei paesi di Bande Musicali che promuovono anche scuole di musica aperte a tutti e di buon livello. Credi che sia un buon strumento per avvicinare i giovani alla musica?

Imparare a fare musica insieme, in compagnia di musicanti dagli otto agli ottant’anni, in una realtà locale e spensierata, è coinvolgente. Al di là del livello tecnico, si è in un contesto molto democratico che garantisce a chiunque lo desideri, di avvicinarsi all’educazione musicale. Secondo necessità e aspirazioni. I più predisposti potranno accedere, magari, al mondo accademico del Conservatorio. Claudio Abbado non perdeva infatti occasione per lodare le bande cittadine, luoghi dove incontrare il linguaggio della musica e praticarlo in gioiosa socialità. Egli stesso era figlio del primo oboe dell’Orchestra Nacional del Venezuela fondata da José Antonio Abreu. Per il progetto di El Sistema, prese spunto proprio da suo nonno materno, direttore della banda del paese elbano di Marciana, da cui era emigrato per l’America Latina. A volte, mentre suono in orchestre professionali, ripenso, con il sorriso nel cuore, alla Filarmonica di Portoferraio, a quel flusso di allegria e complicità che scaturiva da ogni situazione.

Cosa si potrebbe fare di altro e di più?

Qualche sforzo di volontà. In primis, insegnare il piacere della musica ai piccoli. Per gli adulti, non sarà mai troppo tardi per promuovere la buona musica. 

Che musica ascolti quando sei in auto?

Si può scoprire sulla playlist che ho compilato su Spotify per Acqua dell’Elba. La mia esortazione, in generale, è di non ascoltare mai musica mediocre. Purtroppo le musiche sciatte, sgraziate e banali, sono onnipresenti nella quotidianità, Scegliere l’ascolto consapevole, invece, fa crescere l’amore per la grande musica.

C’è un brano musicale che ti emoziona particolarmente quando lo suoni? Uno che ti mette allegria quando magari sei un po’ giù? E se dovessi consigliare un brano per fare innamorare?

Mi batte forte il cuore con la Sonata di W. Albright, nel secondo movimento: La follia nuova. 

Un autore che mi ha rapito l’anima, nel tempo, è Piazzolla, di cui quest’anno ricorre il Centenario della nascita. Nelle poche occasioni in cui mi manca il sorriso, ricorro al terzo movimento di Scaramouche, di Darius Milhaud. Chi intenda scoccare il dardo di Cupido, ha a disposizione la tenerezza e l’ardore di Tango pour Claude di Richard Galliano.

Questa pandemia è veramente pesante sotto tutti i punti di vista. Artisticamente tu come la affronti?

Il senso di sospensione dolorosa che all’inizio era quasi ineffabile, pesa oggi come un masso. Non voglio però perdere tempo nel rammarico del non fatto. Non mi sento fermo su ciò che avrei dovuto fare ed è stato annullato. Cerco invece di pensare ai progetti da realizzare. Vivo nel presente e tolgo i rami secchi, vado all’essenziale. Faccio pratica e studio. Ci sono tante cose nuove da imparare, a piccoli passi. E altre su cui concentrarmi. Dopo un lungo inverno, la primavera infine tornerà, fra tanti mutamenti.

Per concludere, tu hai fatto parecchie interviste. C’è qualcosa che avresti voluto dire e che nessuno ti ha mai chiesto?

Accidenti, Honoré de Balzac era solito dire:” Il pregio di un’intervista non è nelle risposte ma nelle domande”. 

E questa è una di quelle buone. Non saprei se per mettermi alla prova nel superamento dell’io o per il piacere di lasciare il lettore con una piccola curiosità, risponderò però la prossima volta. (In verità avrò così anche più tempo per pensarci).

Dopo la tua esperienza bostoniana alla Berklee e il concerto di apertura del New York Chamber Music Festival come vedi “la corte” che ti fanno in America? Dobbiamo temere di perderti?

Mi sento fortunato per aver potuto sperimentare studio e attività musicale in un College tanto prestigioso e all’avanguardia. Riguardo a New York, riconosco che sia una città dal magnetismo potente, che ti tiene stretto a sé. 

A me piace, però, prendere le distanze fisiche e mentali da un posto e ricominciare a correre per le vie del mondo. Da quando ho lasciato il mio luogo del cuore, percorro il mio cammino da viandante. Non temete, dunque, vado in ogni dove e torno.

Se avessi la bacchetta magica cosa sogni per il tuo futuro di musicista e di uomo?

Essere sempre alla ricerca di nuove sfide, con duttilità e curiosità artistica. 

L’uomo ed il musicista, sono tutt’uno

(ph courtesy Luca Patrone)
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