Joel Meyerowitz A Sense of Wonder. Fotografie 1962-2022 

Brescia, Museo di Santa Giulia25 marzo 2025 – 24 agosto 2025

Ci sono artisti che si limitano a osservare il mondo e altri, più rari, che riescono a renderlo trasparente. Joel Meyerowitz appartiene a questa seconda categoria: la sua fotografia non si limita a catturare immagini, ma restituisce lo stupore puro, infantile, di chi sa ancora meravigliarsi davanti all’ordinario. Al Museo di Santa Giulia di Brescia, la mostra “A Sense of Wonder. Fotografie 1962-2022” offre un percorso immersivo, sofisticato e vivo, in cui oltre sessant’anni di immagini raccontano una vera e propria visione del mondo. Non un’antologia, ma un racconto personale, scandito per stanze tematiche — dieci in tutto — che tracciano un cammino a ritroso, dal presente alle origini, come se fosse necessario tornare indietro per comprendere dove siamo arrivati. Curata da Denis Curti, l’esposizione sorprende per l’equilibrio tra l’ampiezza del materiale e l’intensità del racconto. Si passa dai celebri scatti a colori — che hanno ridefinito il linguaggio della street photography americana — alle immagini scattate a Ground Zero dopo l’11 settembre, fino a una toccante sequenza di autoritratti quotidiani realizzati durante il periodo del lockdown.  In ogni sezione, Meyerowitz ci guida nel suo universo fatto di dettagli sospesi, incontri fortuiti e respiri trattenuti: momenti che sfuggirebbero a chiunque, se non fossero raccolti dal suo sguardo.  È proprio questa la sua cifra: vedere quello che è lì ma nessuno nota, dare una forma alla coscienza che si risveglia per un istante. Il titolo della mostra “A Sense of Wonder” non è solo una celebrazione della carriera di Meyerowitz, ma un invito a riscoprire la meraviglia del quotidiano attraverso l’obiettivo di uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea. Un appuntamento imperdibile per gli appassionati d’arte e per chiunque desideri immergersi nelle sfumature della vita urbana catturate con maestria e sensibilità.  Una domanda resta sospesa in questa mostra: come si può vivere senza stupore?

Intervista a Joel Meyerowitz

La mostra “A Sense of Wonder” racconta sessant’anni di carriera. Guardando indietro, quali sono stati i momenti chiave che hanno definito il tuo percorso artistico? Riflettendo sulla mia carriera, uno dei momenti più significativi è stato nel 1962, quando ho assistito a una sessione fotografica di Robert Frank.  In quell’istante ho compreso il potere della fotografia nel fermare il tempo e ho deciso di dedicarmi completamente a questa forma d’arte.

“Ogni fotografia nasce da un respiro trattenuto, un momento di gasp”.  Cos’è che ti toglie il fiato oggi? Lo stesso di sempre: un gesto, un volto inaspettato, una luce che cambia. È un momento che non viene dalla testa, ma dal corpo. Lo chiamo “gasp reflex”: quel piccolo sussulto che sentiamo davanti a qualcosa che ci colpisce senza saperne il perché. È lì che scatta la fotografia — non prima, non dopo.

La mostra a Brescia si apre con le immagini di Ground Zero. Non è una scelta scontata, come nasce quest’idea? Denis Curti ha avuto un’intuizione geniale: iniziare dal momento più profondo, più vulnerabile. È un inizio che non è un inizio, ma un cratere. Quelle immagini, realizzate nel silenzio assordante del dopo, sono un modo per dire: ecco dove siamo ora.  Da lì si risale.

La mostra procede a ritroso nel tempo. È come se la tua fotografia fosse un ritorno? Forse sì. O forse è un modo per ricordare che ogni presente ha dentro di sé le tracce del passato. Tornare indietro non è nostalgia. È ascolto. È un modo per capire come siamo arrivati fin qui.

La mostra presenta una serie di autoritratti realizzati durante il lockdown del 2020. Cos’ha rappresentato per te quest’esperienza? Durante il lockdown ho sentito la necessità di mantenere viva la mia creatività nonostante le restrizioni. Ho iniziato a scattare un autoritratto al giorno, esplorando nuove modalità espressive e riflettendo sulla mia identità in un periodo di isolamento.  È stato un esercizio di introspezione e resilienza.

In un intervento hai detto che “la fotografia è stata la tua educazione”, in che senso? Ogni volta che alzo la macchina fotografica, mi sto educando. Sto imparando a guardare, a capire, a non dare nulla per scontato. La fotografia mi ha insegnato a conoscere il mondo ma, ancora di più, a comprendere me stesso. È come avere un mentore invisibile che ti accompagna ovunque e che non smette mai di farti domande.

Hai mai smesso di portare con te la macchina fotografica? Mai. Non c’è giorno della mia vita, da quando avevo ventiquattro anni, in cui non ne abbia avuta una a spalla. È come respirare. Come dire: sono qui, presente, pronto.

Che rapporto hai con il tempo? La tua fotografia lo ferma o lo rivela? Direi che lo trasforma. La fotografia non blocca il tempo, ma in un certo senso gli dà corpo. Rende visibile qualcosa che stava già svanendo. È una forma di attenzione assoluta, una consapevolezza che dura un millesimo di secondo, ma può cambiare il tuo modo di stare al mondo.

Hai difeso con forza l’uso del colore in un’epoca in cui era considerato “inferiore”. Perché era così importante? Perché il mondo è a colori! Ritengo inoltre che il colore abbia un suo linguaggio emotivo: racconta la luce, la pelle, l’atmosfera. Quando ho cominciato i puristi snobbavano il colore, lo consideravano commerciale, per me invece era surrealismo puro. Come potevo rinunciare a quella vibrazione?

Oggi, nell’era degli smartphone, dove tutti scattano tutto, cosa resta della fotografia? Resta la differenza tra guardare e vedere. Tutti possiamo fotografare, ma pochi osservano davvero. Il punto non è la tecnologia, è l’intenzione. Una fotografia significativa nasce da un contatto autentico con il mondo, non da un gesto automatico.

Hai mai avuto paura di smettere di “vedere”, di non sentire più quello stupore? No. Perché non lo possiedo. Lo ricevo. È qualcosa che accade, come la pioggia. Il mio compito è solo tenermi aperto, pronto. Lo stupore non si insegna. Si coltiva.

Che cosa si esclude da una fotografia? Tutto ciò che non ti parla. Io fotografo solo quello che, in qualche modo, mi interpella. E ogni volta devo decidere: cosa includo e cosa lascio fuori. È un atto etico, prima ancora che estetico. Una scelta di attenzione.

C’è una fotografia che avresti voluto scattare e hai perso? Sì, molte, ma non le considero delle perdite. Sono ricordi senza immagine, fotografie che esistono solo nella mia memoria. E anche quelle hanno un valore.

La tua fotografia ha influenzato molti fotografi emergenti. Quale consiglio daresti a chi si avvicina oggi alla fotografia? Consiglio di essere sempre curiosi e di portare la macchina fotografica ovunque. La fotografia è un modo per esplorare il mondo e se stessi. È importante sperimentare, commettere errori e, soprattutto, sviluppare una propria visione unica.

Cosa significa per te oggi, a 87 anni, continuare a fotografare? Significa essere ancora curioso. Ancora vivo. E ancora in ascolto.

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