“La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Intervista a Giovanna Nocivelli

Direttrice della Rocca di Lonato e della Fondazione Ugo Da Como dal 2020 Giovanna Nocivelli, dopo aver ricoperto ruoli di grande responsabilità nel sistema associativo bresciano è oggi alla guida di un patrimonio culturale di straordinario valore, quel tesoro che appartiene a tutti noi. Una quotidianità vissuta come un cantiere aperto per rendere la programmazione sempre più viva, dinamica e vicina alle persone. La sua sfida è quella di abbattere la distanza accademica per rendere finalmente la Rocca e la Casa del Podestà un patrimonio condiviso, una scintilla capace di attivare la curiosità di chiunque e far sentire ogni ospite parte di una storia che continua a evolversi.

A cura di Egon Raffaelli e Annalisa Boni, immagini di Ilaria Vidaletti

Qual è il suo background e come è nato il suo grande amore per l’arte? La mia identità si è costruita su due pilastri apparentemente distanti, ma per me complementari: una solida formazione umanistica e una lunga esperienza nel cuore del sistema produttivo. Gli studi classici, nati dall’incontro con docenti capaci di trasmettere una motivazione profonda, hanno costituito la base imprescindibile del mio modo di guardare il mondo. Da questa radice è germogliato un amore per l’arte che considero, ancora oggi, una fonte di ispirazione. Questa sensibilità ha sempre dialogato con il mio percorso nel mondo del lavoro.  Per oltre trent’anni ho operato come imprenditrice nel settore dei conduttori per il trasporto di energia elettrica, un’esperienza che mi ha insegnato il valore del pragmatismo e della visione strategica.  Il mio impegno si è esteso naturalmente al sistema associativo, dove sono stata per diversi anni membro attivo di Confindustria Brescia, ricoprendo ruoli di responsabilità territoriale come Coordinatore della Bassa Bresciana Occidentale.  In quel contesto, ho imparato che l’impresa è prima di tutto un presidio sociale e culturale per il territorio.

Memoria, valore, cultura, tutela. Cosa significa oggi dirigere uno dei più grandi patrimoni culturali del nostro territorio? Essere alla guida della Fondazione Ugo Da Como è un onore che affronto con emozione e responsabilità.  Da quando nel 2020 mi è stato affidato questo incarico, la mia quotidianità è un cantiere aperto per rendere la nostra programmazione sempre più viva, dinamica e vicina alle persone. Ma non sono sola in questo viaggio: il dialogo con i collaboratori e il cuore dei nostri volontari sono l’ossigeno del mio lavoro. Insieme coltiviamo il legame con un territorio in cui affondiamo le radici dal 1942. Anche se la Fondazione è una realtà privata, sentiamo il dovere di proteggere un tesoro che appartiene a tutti. La Rocca di Lonato e la Casa del Podestà non sono monumenti da ammirare in silenzio, ma luoghi che vogliamo far risplendere con un’energia nuova, rendendoli “pop” e accessibili.  Vogliamo slegare la cultura dal preconcetto di noia accademica: per noi è un’esperienza vibrante. Vorrei che ogni visitatore, varcando il portone della Rocca, sentisse che la bellezza è un bene vivo, capace di parlare al cuore di chiunque.

Rocca, Museo “Casa del Podestà”, Biblioteca. Un complesso monumentale di straordinaria bellezza. Quali sono i tratti distintivi di un patrimonio culturale annoverato tra le collezioni librarie private più importanti d’Italia? Il Complesso monumentale della Fondazione Ugo Da Como controlla, gestisce e valorizza quanto il Senatore Ugo Da Como ha lasciato in eredità all’Istituzione che ha creato per volontà testamentaria. Si tratta di un patrimonio estremamente vasto e questa caratteristica rende Lonato del Garda un polo culturale estremamente ricco, che può offrire proposte diversificate. Elemento che ci contraddistingue è la grandiosa Rocca, edificio storico che si impone già nello skyline dell’antico borgo. La Rocca si raccorda – grazie agli spazi verdi rigogliosi del parco e dei giardini – alla casa museo e alla biblioteca, luogo che raccoglie il dono più prezioso che il Senatore bresciano ha voluto conferire alla comunità. Questa prestigiosa raccolta di libri contiene oltre 52.000 titoli, con opere uniche al mondo: manoscritti, incunaboli, cinquecentine, migliaia di volumi a stampa illustrati; tra gli autografi segnalo il prezioso fondo foscoliano con prime edizioni e le 48 lettere scritte dal Poeta alla contessa bresciana Marzia Martinengo.

Quale pensa invece possa essere, per il territorio e la sua comunità, il valore percepito della vostra Fondazione? Il valore della nostra Fondazione risiede nella capacità di trasformare un’eredità prestigiosa in una responsabilità quotidiana verso la comunità.  Il legame storico tra Ugo Da Como e Giuseppe Zanardelli non è solo un vanto del passato, ma la base della nostra autorevolezza: oggi il territorio ci percepisce come un’istituzione viva, capace di accogliere con lo stesso riguardo lo studioso che consulta l’archivio, le scuole e i visitatori che scoprono il gusto dell’abitare tra Otto e Novecento. Un segno tangibile di questa fiducia è la scelta di molte importanti famiglie bresciane di affidarci le proprie collezioni e di contribuire attivamente alla manutenzione del Complesso. È la prova che la Fondazione è considerata un custode credibile e un partner affidabile. Grazie a questa sinergia, al lascito originale del Senatore si sono uniti nel tempo pezzi di storia straordinari: dal Fondo Tagliaferri alle carte di Arnaldo Foresti, fino al deposito Nocivelli e alla Donazione Lombardi.

Cosa la ispira e cosa la affascina? Mi affascina trasformare un’eredità storica in un’esperienza attuale. Ugo Da Como non ci ha lasciato solo pietre e libri, ma il mandato di creare un luogo capace di dialogare con la società. Onorare questa missione significa rendere la Fondazione uno spazio aperto, che parli un linguaggio universale. La cultura non deve essere un privilegio statico, ma un’energia che interessi tanto lo studioso quanto il visitatore comune. La mia sfida è abbattere la distanza accademica: la bellezza della Rocca e della Casa del Podestà deve essere un patrimonio condiviso, una scintilla capace di attivare la curiosità di chiunque e far sentire ogni ospite parte di una storia che continua a evolversi.

Qual è oggi la sua visione? Mi affascina l’idea di poter vincere una scommessa: quella di consentire a questa Istituzione di affrontare i tempi, consentendo al sogno liberale di Ugo Da Como di rinnovarsi per creare sempre di più un valore aggiunto.  Rifletto spesso sul pensiero del celebre compositore e direttore d’orchestra austriaco Gustav Mahler “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”, aspiro a questa visione dinamica della tradizione e vorrei che questo presidio della memoria trovasse forme valide per aprirsi al pubblico, valorizzandolo senza tradirlo.

Arte come impegno sociale. Arte come divulgazione di cultura e bellezza. Arte come vera infrastruttura.  Come si inserisce il suo impegno nell’ottica di far emergere in maniera sempre più profonda la Fondazione? L’arte non deve restare in un angolo.  A Brescia sappiamo cosa significa rimboccarsi le maniche e la cultura deve fare lo stesso: rompere gli schemi e smettere di essere un privilegio per pochi. Il mio obiettivo è una cultura che parli la lingua del nostro tempo e generi benessere per il territorio. Considero il mio lavoro la costruzione di un ponte per collegare mondi e accorciare le distanze. Con questo spirito abbiamo realizzato progetti come “La Mostra del Sabi” o “ITALIA DEL MIRACOLO” (aperta fino al 7 giugno con Giorgio Pasotti), un viaggio nello stile e nell’innovazione del dopoguerra.  Senza dimenticare “Fiori nella Rocca” (10-12 aprile), rassegna florovivaistica di rilievo nazionale. Queste iniziative non sono semplici mostre, ma strumenti per far dialogare la Fondazione con il presente.

Qual è il progetto tra quelli già completati che l’hanno resa più orgogliosa?  L’avvio del piano di recupero degli immobili storici che versavano in condizioni precarie. Un obiettivo complesso, raggiunto grazie a un’attività costante di sensibilizzazione verso gli enti pubblici e alla determinazione necessaria per agire nei momenti decisivi. Oggi facciamo un passo avanti con il progetto di “adozione” di una sala o di un’area della Casa del Podestà e della Rocca. È un’opportunità per privati e aziende di legare il proprio nome a questo luogo, contribuendo direttamente alla sua valorizzazione. Non è solo un sostegno economico, ma un atto di partecipazione attiva: un modo per essere parte integrante del processo di rinascita che stiamo portando avanti insieme per il territorio.

Qual è stato invece il progetto più sfidante? Più che guardare al passato, il mio interesse è rivolto ai progetti futuri. Le sfide più importanti sono quelle che prendono forma giorno dopo giorno e che attendono l’energia giusta per essere realizzate.

Esiste un’opera appartenente alla collezione presente in Fondazione alla quale si sente particolarmente legata e perchè? Non esiste una singola opera.  Ciò che mi avvince ed emoziona è il fatto che la “creatura” di Ugo Da Como sia qui, intatta, e affidata a tutti noi, alle nostre cure.  Avverto anche una vicinanza profonda per la raccolta di trattati di architettura e archeologia appartenuta a mio zio, Luigi Nocivelli, Cavaliere della Legion D’Onore. Sapere che i libri della sua collezione privata dimorano qui, in un respiro comune con la grande storia, rappresenta per me una motivazione costante e una spinta irrinunciabile.

Sino al 7 giugno la Rocca di Lonato ospita “L’Italia del Miracolo”: la grande mostra che raggruppa opere di Sottsass, Sironi, Ponti, Dorazio e Munari, che valore ha per voi questa mostra e quale significato si cela? Ecco, quando dico rinnovare le offerte rispetto ai tempi e rispetto al pubblico che cambia, intendo azioni culturali di questo tipo. Ospitare «L’Italia del Miracolo» nei monumentali spazi della Rocca di Lonato permette di rendere omaggio alla straordinaria energia creativa che ha segnato profondamente l’identità nazionale. Come istituzione attenta alla tutela della memoria e all’arte in tutte le sue espressioni, abbiamo voluto offrire un’esperienza in grado di raccontare un capitolo significativo della nostra storia recente: un viaggio coinvolgente tra grafiche iconiche e design vibrante capace di suggestionarci ancora oggi. Vedere le opere di maestri come Munari, Fontana e Sottsass ambientate tra le mura secolari della nostra fortezza, rinvigorisce il rapporto, mai interrotto, tra Storia e Futuro. Questo ideale dialogo tra tradizione e modernità ci riporta al clima di rinnovato ottimismo che, attraverso una inarrestabile felicità progettuale, contribuiva a rendere grande l’Italia. Immagino questa mostra come un invito a riscoprire la bellezza come motore di rinascita, affinché si possa comprendere come quel coraggio e quella fiducia verso il futuro possano tornare a ispirare il nostro presente.

Proiettandosi nel futuro, quali sono gli obiettivi nel medio termine e i fronti da presidiare? Oltre alla visione ideale che ispira il Consiglio e il mio staff, l’obiettivo prioritario è affrontare le criticità strutturali di un patrimonio che è anzitutto materiale e tangibile. La Rocca e la Casa del Podestà sono edifici storici di rilevanza nazionale, ma estremamente fragili.Presidiare l’integrità della memoria significa garantire un’attenzione a 360 gradi: dalle murature ai tetti, fino agli intonaci. In un Paese delicato come l’Italia, tutelare la bellezza comporta una “responsabile concretezza”. Il nostro fronte principale sarà dunque la manutenzione costante e la messa in sicurezza, affinché il valore storico del Complesso resti intatto per le generazioni future.

Capacità di generare cambiamento, costruire alleanze, lasciare un segno riconoscibile nelle istituzioni e nella comunità. Come si colloca il ruolo della Fondazione tra patrimonio, contemporaneità e sviluppo sociale? Questa Fondazione nasce da un patrimonio costitutivo che possiede un valore non determinabile numericamente, non traducibile in denaro. Questo è un patrimonio chiamato a confrontarsi sempre con il momento storico in cui siamo chiamati a valorizzarlo. L’obiettivo per Ugo Da Como è il nostro medesimo. Cosa cambia, quindi? Cambiano i tempi, dobbiamo aggiornare le modalità per raggiungere la meta, cercando di non disperdere le energie, evitando di impoverire l’efficacia delle nostre azioni. È per questa ragione che sento il dovere di rendere questo patrimonio attuale e utile.

Luigi Nocivelli, uno dei più grandi imprenditori italiani del secondo Novecento, cavaliere della Legion d’Onore per merito, attraverso il suo fondo librario privato, tra i  più considerevoli sul territorio nazionale, ha raccolto negli anni una quantità infinita di inestimabili opere a stampa, pezzi rari custoditi oggi nella Biblioteca Nocivelli depositati presso la Fondazione Ugo Da Como. Al di là della provenienza bresciana cosa accomuna Da Como e Nocivelli a livello collezionistico? L’elemento comune è il libro, ma non come semplice strumento di lettura. Il libro come testimonianza di una cultura antica, mediatore di sapere ma anche di un’estetica che è essa stessa educatrice.Luigi Nocivelli è stato un imprenditore bresciano illuminato che ha indirizzato la propria passione investendo su qualcosa che potesse rendere davvero. Ancora lo ricordo passare ore tra i libri di Ugo Da Como per confrontare le edizioni del Senatore con quelle che valutava di acquisire per la propria incredibile collezione libraria. Saremo sempre molti grati alla moglie Barbara Zarnetti Nocivelli e a tutti i discendenti per averci scelto quali depositari di un patrimonio che ritorna ad essere disponibile a tutti, secondo una visione di liberalità che affonda le proprie origini e la propria essenza nel progetto culturale che Ugo Da Como delineò già nel 1929.

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