“La vecchiaia non è una malattia”. Intervista al Dott. Renzo Rozzini, Direttore del programma  “Benessere, Salute, Longevità” presso la Fondazione Poliambulanza Istituto Ospedaliero di Brescia

Se è vero che nel 2050 saremo letteralmente un popolo di anziani, quasi un terzo della popolazione, è altrettanto vero che ottime saranno le probabilità di vivere meglio, in salute, più a lungo, allungando quell’ipotetico “limite”, naturalmente frutto di uno stile di vita sano e perpetuo. Ne abbiamo parlato con il Dott. Renzo Rozzini approfondendo anche quelle tematiche che in qualche modo intimoriscono, come una premonizione, i quaranta-cinquant’enni di oggi che temono, non solo di imbattersi nelle più “classiche” patologie ma anche di precipitare in un assistenzialismo titubante e incerto.

Intervista di Annalisa Boni

Come si è avvicinato alla geriatria e perchè? Negli anni Ottanta mi sono avvicinato alla gerontologia, lo studio degli aspetti sociali, psicologici, cognitivi e biologici dell’invecchiamento grazie all’intuizione di un Professore che incontrai appena laureato e che mi affascinò particolarmente. Egli riuscì a prevedere, nella società occidentale, un futuro più “sicuro” in termini di benessere e salute. Una sensazione confermata dalle evoluzioni economico-sociali che già iniziavano a creare un ambiente senza dubbio più protetto, tutelato e ricco di consapevolezza. Scolarizzazione, case e cibo per tutti, luoghi di lavoro sicuri e protezione sociale hanno rivoluzionato la società innescando un ritardo sul manifestarsi di alcune malattie croniche producendo, di conseguenza, un significativo allungamento della vita. La medicina dei primi del Novecento, storicamente, si occupava di curare malattie acute, infettive e che inevitabilmente conducevano alla morte. Solo grazie all’introduzione delle terapie antibiotiche (la prima distribuzione di penicillina venne effettuata in Italia nella primavera del 1945), si riuscì finalmente a sconfiggere quel grande fardello che più di ogni altro, in quel periodo, colpiva la comunità.  Questa situazione si rivelò fondamentale per poter approfondire tutte quelle malattie non trasmissibili, quelle croniche e degenerative, e sto parlando di ipertensione arteriosa, tumori, poliartrosi e patologie neurologiche, il grande “peso” esistenziale delle persone che invecchiano. Seguendo l’intuizione dell’epoca, in un mondo che si stava trasformando, diventando sempre più longevo, desiderai dedicarmi alla gerontologia.  Un altro aspetto in realtà sostenne le mie ambizioni, non solo il fascino verso la medicina specialistica, che mi conquistava da un punto di vista scientifico, ma anche quella visione di una medicina “romantica”, più generalista ma che aiuta tutti. Ed è stato grazie a questi stimoli e a queste attitudini che sono così arrivato alla gerontologia.

Quando parliamo di geriatria a che fascia di età ci rivolgiamo? Qual è l’età geriatrica? Lei ha fissato un immaginario limite di età? La geriatria è la medicina della complessità. Se un paziente ha una malattia oncologica ed è l’unico aspetto che determina il suo stato di salute, quello è un ambiente di tipo specialistico. Quando invece sussistono diversi fattori che condizionano la salute, come età, malattie associate ad altre malattie, patologie che hanno una gravità variabile e un peso variabile sull’autosufficienza, fragilità delle persone, disabilità e vulnerabilità sociale, solo in quel momento si può inquadrare il mio ambito di competenze.  Non posso unicamente definirlo in base ad un numero, all’età. Diciamo che con età geriatrica si intende la concomitanza di tanti fattori che possono potenziarsi negativamente. La vulnerabilità sociale, ad esempio, può portare ad una malattia così come a tamponarla. Se il paziente affetto ha 85 anni e risorse economiche inestinguibili è chiaro che avrà una salute più tutelata. In definitiva quando la complessità governa il quadro clinico della salute allora possiamo parlare di gerontologia. 

Com’erano i settant’anni di ieri e come sono i settant’anni di oggi?   Mi sono sempre occupato degli aspetti psichici dei pazienti, non parlo solo di decadimento cognitivo ma di depressione e benessere emotivo.  Quando iniziai a praticare la professione, negli anni Ottanta, mi occupavo di pazienti anziani nati nei primi del Novecento; nello specifico, donne con una scolarità minima e persino inesistente, persone che hanno affrontato due conflitti mondiali, spesso vittime di povertà, sacrifici, fatica e che facevano riferimento a ideali da rispettare quali essere una brava moglie e una brava mamma. Ecco che, una volta persi questi riferimenti, le pazienti iniziavano a lamentare condizioni di stress psicologico. Diversa è la condizione di una sessanta-settantenne di oggi. Una donna nata negli anni ‘50 ha vissuto poco la povertà, non possiede il retaggio interiore delle grandi guerre, ha studiato, possiede i termini per raccontare il proprio disagio e gode di una certa consapevolezza, essendo stata lei stessa protagonista dei movimenti femministi dell’epoca. Oggi è una donna matura e contraddistinta, rispetto al passato, da una piena presa di coscienza. I prossimi settant’anni disegneranno un’altra donna ancora per intenderci, e le mie figlie racconteranno una storia diversa da quella che ho vissuto io. La trasformazione è stata profonda e il benessere ne ha ricalcato le sorti. La nostra salute è composta da percentuali oggettive: la genetica, ad esempio, pesa il 30%, la quota composta da opportunità sociali, circostanze date da scolarità, lavoro, ambiente, condizioni economiche e relazioni pesa il 15%, ambiente e inquinamento influiscono per un 15%, l’aspetto medico influenza un altro 10% (anche se quel 10% può davvero fare la differenza andando a risolvere problematiche invalidanti e addirittura mortali) mentre la quota più importante, ovvero quella comportamentale, è la fetta più rilevante e pesa per il 40%. Una percentuale che raccoglie tutto il nostro stile di vita, ossia quelle “scelte” che dalla giovane età ci accompagnano: la dipendenza al fumo, l’alimentazione e l’attività fisica. Esistono comunque altre variabili, più rare ma non trascurabili, come la dipendenza da sostanze stupefacenti, la contrazione di malattie sessualmente trasmissibili o l’eventualità di incorrere in incidenti.Fattori influenzati dall’ambiente e dall’educazione in cui nasciamo e cresciamo che indubbiamente elevano le aspettative per una vita senza dubbio più sana.Le rivoluzioni in ambito medico, l’innovazione e la ricerca hanno inoltre contribuito a “ingrassare” il nostro benessere, pensiamo agli interventi in laparoscopia e a tutte quelle conquiste che hanno migliorato la diagnosi, la cura e i post-operatori.  Questo ha generato una popolazione più longeva. Ultimamente, più che invecchiamento della società, si parla di società longeva, una comunità che grazie a questa moltitudine di comportamenti esemplari, certamente aiutati dall’innovazione, sta sempre meglio, vive più a lungo e in salute. Per attuare questa “rincorsa” alla longevità è però fondamentale adottare uno stile di vita sano sin da subito, solo così si può sperare di raggiungere la maturità in salute. Questo “modus vivendi-operandi” deve essere perseguito con tenacia e perdurare nel tempo, non sto parlando di una dieta che da gennaio termina a maggio, ognuno di noi deve essere determinato a vivere bene senza lasciarsi travolgere o “lusingare” da atteggiamenti dannosi.    

Cosa ne pensa della medicina anti-aging. É davvero possibile rallentare e addirittura invertire i processi di invecchiamento?Oggi la medicina anti-aging più che una realtà scientificamente convalidata rappresenta una chimera largamente pubblicizzata dai mass-media. Non è stato dimostrato ancora nulla a riguardo ma non è detto che prima o poi non si giunga ad una soluzione. Con il passare degli anni assistiamo a quelle trasformazioni del nostro corpo, proprie dell’invecchiamento: variazioni di massa magra, massa grassa, modificazioni ormonali, capacità o meno di sfruttare l’energia che produciamo, alterazioni neurologiche, fattori che predispongono l’insorgenza di malattie degenerative. L’idea è quella di curare l’invecchiamento, ovvero la biologia della vecchiaia, per fare in modo che quelle malattie insorgano il più tardi possibile. Questa è la più razionale delle ipotesi. La vecchiaia non è una malattia, sono le malattie che possono insorgere ad esserlo. Se curiamo la vecchiaia ritardiamo la comparsa delle varie patologie tipiche dell’età avanzata. L’obiettivo della medicina anti-aging è quindi quello di andare a modificare il patrimonio genetico di una persona facendo in modo che funzioni sempre meglio. Oggi ci sono tanti esperimenti sporadici fatti su animali che dimostrano che forse è possibile far qualcosa a riguardo ma la complessità dell’uomo pone queste tesi ancora in dubbio. Per concludere di ipotesi ce ne sono tante ma di reale e scientificamente provato poco, anzi pochissimo. É bene quindi aggrapparsi ai pilastri di cui parlavamo prima: mangiare sano, praticare attività fisica e confidare in relazioni sociali di valore.

Molte sono le patologie legate all’invecchiamento che possono intimorire e spaventare. Parliamo di malattie neurodegenerative quali l’Alzheimer ad esempio. Oggi che tipo di incidenza hanno queste malattie rispetto al passato?Innanzitutto la prevalenza sta crescendo, perchè aumentano le persone anziane, ma l’incidenza si sta riducendo perchè sta migliorando lo stile di vita. Dal punto di vista della trasmissibilità genetica l’impatto è davvero molto basso, i fattori che condizionano l’insorgenza di queste malattie molto spesso si vanno a identificare negli organi di senso.É molto complesso il quadro, è necessario porre attenzione non solo alla vista ma anche all’udito, cercando il più possibile di incoraggiare l’utilizzo di apparecchi acustici, oggi considerati incautamente ancora “sgradevoli”, sottoporsi ai controlli senza far diventare malattia cioè che malattia non è. Vaccinarsi e seguire programmi di prevenzione rappresentano abitudini importanti da non sottovalutare. Andando in un’area più specifica è altresì fondamentale la cura e la manutenzione della psiche (e intendo i problemi depressivi). Fortunatamente, il supporto psicologico, che un tempo era considerato un tabù, oggi ha assunto un ruolo consuetudinario. Sempre più persone vi accedono con assoluta libertà, un aspetto fondamentale e positivo in quanto benessere produce benessere. Anche nelle delicate fasi della menopausa e della pre-menopausa è bene attuare un processo di presa di coscienza, al fine di non lasciarsi travolgere dalla depressione che può severamente condizionare il benessere in età avanzata. 

Nel 2050 gli anziani in Italia saranno venti milioni, quasi un terzo della popolazione. Quali sono i limiti e quali saranno le conseguenze?C’è un problema che sta emergendo in questi giorni ovvero la rettangolarizzazione della sopravvivenza. La specie umana possiede dei limiti oltre ai quali non è possibile andare. Se i cento anni rappresentassero un limite idale, come potenzialità ipotetica di sopravvivenza, è necessario osservare, nell’ultimo ventennio di vita, l’insorgenza o meno di bisogni. Per bisogni intendo disabilità e subordinazione.Grazie alla prevenzione si va a ritardare la comparsa dei “bisogni” sempre più vicino a quel limite che ci siamo imposti, quegli ideali cento anni. Comprimiamo quindi la morbilità, ovvero la riduzione del periodo che un individuo trascorre in uno stato di malattia e disabilità prima della morte. Questo è l’obiettivo della geriatria moderna. Lo stato di benessere è quello che ci si auspica e questa rappresenta quell’ipotesi già in voga negli anni Ottanta tornata oggi a farsi nuovamente strada. Il problema vero è quello assistenziale che comunque ogni famiglia deve sobbarcarsi, una complicazione reale molto sentita.

Come si è modificata l’utenza e l’accesso negli ultimi anni? Oggi l’anziano tende a rivolgersi maggiormente all’ospedale piuttosto che al medico di famiglia?

Non si può generalizzare dipende dal contesto. Chi abita in borghi isolati tende ad esempio a ricercare il primo accesso alle cure attraverso la figura del medico di famiglia. C’è molto fai-da-te poichè oggi gli specialisti hanno acquisito un ruolo predominante. É venuto quindi a meno quel “filtro” ovvero la mediazione che si è trasformata in immediatezza. I nuovi medici di famiglia, nonostante posseggano ancora una visione tradizionale, rappresentano una mediazione perfetta, che oggi purtroppo, a causa di certi atteggiamenti troppo “risolutivi”, viene meno ma che sta lentamente tornando; non so se questo sentiment possa rappresentare una mia personale impressione o una realtà confermata, so solo che è uno dei miei desideri.

Immagini di Erminando Aliaj

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