L’amore per il teatro per scappare dalla monotonia

Attore di teatro, Matteo Ippolito vive tra il suo pubblico e gli amici di sempre. Ama scrivere piccole poesie che poi legge ai poetry slam e conosce a memoria tutte le battute di Hook Capitan Uncino.  Il suo libro preferito è “L’occhio del lupo” di Daniel Pennac, ma ama anche dipingere, così, a tempo perso, perché è una espressione molto attiva: mettere in concreto un pensiero astratto. Quando non è in scena gli piace andare per boschi – in qualsiasi stagione – alla  ricerca di quel mondo parallelo nel quale è come se il tempo non passasse e gli piace pensare che un giorno gli capiterà di incontrerà anche i folletti, quelle creaturine in giro che fanno cose tra foglie e pigne.

Matteo come è nato il tuo amore per il teatro?

È stato un inizio strano. A diciannove anni, durante un burrascosissimo ultimo anno di superiori ho deciso di fare qualcosa di strano, di diverso. Mi dicevo “quest’anno voglio fare qualcosa che non c’entra niente”, probabilmente in relazione alla mia vita fino ad allora. Sono cresciuto in un paesino brianzolo e diciamo che teatro, arte, cultura in generale non erano le principali mansioni di noi giovani in quel preciso momento adolescenziale. Ho fatto una lezione di prova al Binario 7 di Monza e da lì, puff. Mi sono innamorato. 

Addirittura innamorato?

La cosa bella è che è proprio la parola giusta. Amore. Ho provato, ho continuato, mi piaceva così tanto che la settimana mi volava via in funzione di quell’unico appuntamento col teatro il lunedì sera. Non so se ho capito lì che sarebbe stato un lavoro, non credo, io volevo semplicemente continuare a stare a mollo in mezzo a tutto quel bello. A tutti i costi. E niente, un anno, due anni e poi sono riuscito ad entrare all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Ecco, diciamo che è nato per caso. Forse il mio amore per il teatro è nato scappando dalla monotonia. 

Nella tua vita certamente tu hai incontrato molte persone, guardandoti indietro quali sono state le più importanti per questa scelta?

Ho sicuramente incontrato tante persone che oggi sono ancora importantissime per me. I miei insegnanti in accademia ad esempio, una tra tutti Massimo Loreto, un uomo che ha fatto del teatro la sua vita e che ha tramandato l’amore per questo mondo ai suoi allievi. L’amore per la parola, per il mestiere. Oggi non c’è più ma lui è stato davvero un incontro grande. Un uomo grande. Se invece penso all’effettivo momento/non momento della scelta penso a Enrico Roveris. Il mio primo insegnante di recitazione al teatro binario 7 di Monza. Ha avuto tantissima pazienza con me. Avevo un grande amore per quello che si faceva a lezione la sera, ma ero un po’ insubordinato. Tendevo a fare di testa mia, non ero abituato a seguire qualcuno che non fossero i miei genitori, ricevere indicazioni insomma, seguire una via che qualcuno ti indica. Non ero abituato all’ascolto. Però sì, lui mi ha aiutato a capire che è proprio l’ascolto che aiuta poi ad ascoltarsi e piano piano si cresce. Ci si trova tra le mani qualcosa che non si conosceva. 

Quindi tutti insegnanti e maestri di teatro?

Beh, ovviamente c’è anche la mia mamma. No, non è puramente un incontro per come lo si definisce, però credo che avere una persona, soprattutto in quell’età, che non giudica, che sostiene e aiuta una scelta simile sia fondamentale. Io mi ritengo molto molto fortunato. Fiducia. Ecco. È la parola giusta. La sua fiducia nelle mie scelte. È importante perché così non ti senti sbagliato. Tra l’altro una volta, avevo forse otto anni, mia mamma mi convinse ad andare ad una lezione di prova di teatro per bambini. Arriviamo davanti alla scuola, niente. Non volevo scendere dalla macchina per nessun motivo. Lei provò a convincermi ma nulla. Ero irremovibile. E nulla, tornammo a casa. Per fortuna mi sono rifatto qualche anno dopo.

Quando si recita davanti ad un pubblico anche se teoricamente si racconta di altri in realtà si racconta molto di se stessi. Come vivi questa situazione?

Mi piace molto. È una delle cose che mi piace di più del mio lavoro. Ci si studia a fondo ogni volta che ci si connette con una storia. Alla fine la base del teatro per come piace a me è l’empatia. Tutti noi possiamo raccontare qualcosa di nostro, troveremo sempre qualcuno che ascolta e che fa proprie quelle sensazioni. La cosa bella del teatro è che non stai mettendo a nudo, carne e sangue il tuo intimo. Non stai buttando in piazza parti di te, anzi, le curi. Le doni al ruolo, al personaggio, alla storia, perché quella è la cosa importante. C’è un filtro per fortuna e questo filtro aiuta a condensare e canalizzare quelle emozioni in qualcosa di diverso da te che però parla di te e allo stesso tempo parla a chi ascolta.

Sono un po’ sfrontato ma vorrei chiederti anche quanto contano per un attore: il narcisismo, l’esibizionismo e il desiderio di essere sempre al centro dell’attenzione?

Allora. E non si inizia mai con allora. Ma insomma. Mentirei se dicessi che non esistono queste caratteristiche, almeno per me. Quando si sta in scena c’è un fuoco grande dentro che va tenuto a bada, gestito e indirizzato. Il pubblico mi gasa, mi carica, alimenta la fiamma, sono contento di poter entrare in scena e fare e dire e vivere qualcosa che altri guarderanno. All’inizio del mio percorso ero molto individualista. Penso sia normale. Un po’ una sorta di senso di onnipotenza. Piano piano poi però ti rendi conto che accanto a te ci sono altre persone, i tuoi colleghi. Senza dei quali faresti ben poco. È lì che cambia la cosa. È lì, con questa consapevolezza che ci si rende conto che il narcisismo, l’individualismo non servono. Si sta creando qualcosa insieme che altre persone insieme ricevono e quello è l’importante. 

Stai parlando anche del pubblico quindi.

Anche se fosse un monologo intendo, sei da solo in scena ma davanti a te ci sono delle persone. Sono i tuoi compagni di lavoro in quel momento. Come dice Luca Spadaro, un regista con cui lavoro da anni, alla fine stiamo raccontando una storia, se si è più impegnati a mostrare quanto si sia bravi a raccontarla, di quanto sia bella effettivamente questa storia, si rischia che il pubblico si porti a casa poco. Un’ immagine forse carina di un attore su un palco che fa delle cose più o meno difficili, un’immagine che il giorno dopo è svanita. Al contrario se ci si lancia nel racconto, la meraviglia resta e il giorno dopo quelle persone magari saranno più arricchite, si saranno fatte un regalo. Ecco. Il regalo ogni sera non è per chi lo fa, ma per chi lo riceve. Il regalo per noi è già quella situazione. La situazione del teatro, della platea assetata di racconti. Diciamo che le caratteristiche che hai elencato forse sono uno start. Una benzina necessaria che va poi trasformata.

Per molti affrontare il palcoscenico è molto difficile perché sulla gratificazione di avere tutta l’attenzione per sé prevale la sofferenza di dover condividere qualcosa con gli altri, tu come lo vivi?

Non è un pensiero che mi appartiene sinceramente. Alla fine appunto, quelle persone sono lì apposta perché vogliono che qualcuno condivida con loro qualcosa. Il lavoro di chi sta sul palco è quello. Come dicevo, il pubblico è benzina. Per assurdo però, ultimamente mi sto avvicinando al Poetry Slam, una contest dove delle persone salgono sul palco e leggono delle proprie poesie alla platea. 

Si fa nei pub, nei bar, nei locali e non ci sono solo attori, anzi, la stragrande maggioranza dei partecipanti sono persone con lavori completamente diversi. Ecco, per assurdo, lì mi prende un’ansia incredibile. È un’ansia positiva ovviamente, ma è difficilissima da gestire. È assurdo perché si dovrebbe essere abituati a gestire tutta quella zona inconscia del palco, delle persone in platea, del dover dire delle cose a queste persone, ecco, quella situazione è tostissima per me, penso perché quello che dico, quello che leggo è mio al cento per cento, senza il filtro di cui si parlava. Sono le mie viscere, i miei pensieri, sogni e incubi regalate al pubblico. Ne parlo così e sembra mostruoso, invece mi piace tantissimo e anche lì è uno scambio bellissimo con una platea diversa da quella a cui sono abituato. 

A volte, per esempio, può anche capitare che il copione preveda situazioni imbarazzanti o comunque che ti fanno sentire a disagio, una parola come “pudore” per te ha significato?

Necessario. Penso sia un elemento importantissimo per chi sta sulla scena. Quando ci si trova in una situazione che potrebbe essere di disagio ha sempre senso chiedersi “a cosa serve questa cosa? Ha senso per me in questo momento?” se la risposta è sì, bene. Allora lo si usa. Si usa quella delicatezza dolce che ognuno di noi ha, quella bolla nostra, interiore di cui si ha cura e la si regala. Quello è un vero dono. Mostrarsi con purezza e onestà al limite delle proprie barriere. Fondamentali, barriere. Lavorare nella fragilità è molto interessante per me a patto che si sia tutelati. In primis da noi stessi. Se qualcosa entra troppo nell’intimo, nel personale e non si trova un motivo valido per regalarlo a qualcuno allora è giusto farci attenzione.

Se potessi scegliere il tuo repertorio ideale quali personaggi e quali opere sceglieresti?

Amleto. Ne sono innamorato. Sono innamorato della difficoltà di Amleto nell’affrontare la vita. Il lasciarsi assalire, la stasi esterna durante un tornado interiore. Medvedenko da “il Gabbiano” di Cechov. Un uomo che fa di tutto per conquistare un grande amore, nonostante le difficoltà economiche e di vita. Si fa a piedi chilometri e chilometri al giorno pur di passare anche solo qualche minuto con Mascia, che invece è innamorata di Kostja. Lo stesso Kostja, sempre dal Gabbiano. È un ragazzo a cui non basta la vita che ha, vuole di più, cerca oltre, altrove. Vuole volare oltre il suo tempo. “Nuove forme, nuove forme sono necessarie” dice, parlando del teatro. Ama Nina, ama suo zio, si scontra con sua madre, arriva a commettere atti estremi. È un personaggio al limite. Poi direi Moritz Stiefel da “Risveglio di Primavera” di Wedekind. È un ragazzo in piena pubertà che non si capacita di ciò che gli accade. Non ha gli strumenti per capirsi. Le pulsioni, le paure, la fragilità di quel momento, la scuola, i genitori, è estremamente umano, normale, come tutti noi in quel periodo della vita.

Hai mai riflettuto sul fatto che i personaggi che preferisci interpretare hanno caratteristiche simili?

Ora che li elenco così, sì. In effetti. Mi fa sorridere la cosa. È evidente che io sia attratto dai casi umani. No, insomma, da chi vive in un crack, in una fetta di vita che ci mette in difficoltà. Sono affascinato dal border line, dai momenti di crisi, di cambio prospettiva, dai momenti di crescita. Alla fine c’è tantissimo materiale da tirare fuori, da scavare. Forse serve un’impresa di minatori.

E sempre in questa prospettiva, i tuoi personaggi preferiti sono tali perché ti assomigliano o perché sono proprio diversi da quello che sei tu?

Eh. Di nuovo, ora che ci penso sì. Perché sono simili forse. Non in tutto per fortuna, ma sì. Insomma, io tifo per gli sfigati, da sempre. So che è un termine non elegante, ops, però è vero, non posso farci nulla. Ora, non voglio assolutamente dire che la mia vita sia un incessante malinconia spalmata in un disastro dopo l’altro, per fortuna no. Mamma mia. Sarebbe impossibile vivere. Ho amici, persone che mi vogliono bene, tutto a posto insomma. Ecco. Però rispondendo a questa domanda non posso non guardarmi dentro e vedere che le insicurezze, le fragilità e le crepe esistono, come esistono in tutti noi ovviamente, e che queste cose, se viste in un personaggio, mi parlano più di altre. Mi parlano più direttamente.

Progetti futuri?

Sto lavorando proprio in questo periodo, insieme a Luca Spadaro che ne curerà la regia, ad un monologo che parte da Amleto e dalla sua situazione e che si ricollega un po’ alla situazione in generale della mia generazione oggi. O almeno la mia. I trentenni di oggi. Stiamo crescendo, sento che siamo in quel momento in cui si diventa adulti per davvero. Le cose grandi della vita che per ognuno cambiano, ovvio, ma che diventano veramente grandi. Come le si affronta? Come non ci si fa schiacciare? Come si fa con gli amori, la famiglia, il lavoro, la vita in generale? Come si fanno le cose della vita quando senti che la vita sta cambiando? Come si fa a crescere?

Invece il sogno nel cassetto qual è?

Io ne ho tantissimi. Troppi. Ma no, non sono mai troppi su. Ne scelgo uno. Uno di quelli più fattibili dai. Mi piacerebbe molto avere una compagnia mia. Un gruppo di lavoro che cresca a che diventi grande scoprendo una propria identità, un linguaggio. Scoprire insieme ad altri il nostro modo di raccontare storie. Mi piacerebbe molto portare in giro la mia idea di teatro. Penso sia un modo bello per crescere in questo mondo.

Hai già lavorato a Brescia?

Purtroppo no! Dovrei venire però, se non altro per il mio amico Nicola Bianco Speroni che è stufo di fare chilometri. Mi piacerebbe, chissà magari la prossima stagione…

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