Lo Studio Architettura e Ingegneria Giorgio Vezzoli. La forma dell’efficacia progettuale

“L’architettura è innanzitutto la capacità concreta di dare forma a soluzioni complesse, attraversando vincoli, aspettative e contesti”, ci racconta l’Arch. Giorgio Vezzoli “una pratica progettuale non coincide con il gesto formale, ma con un processo strutturato, trasversale e consapevole, in grado di coniugare esigenze funzionali e ambizioni spaziali, sostenibilità economica e ambientale, qualità dell’abitare e rigore normativo”.

Lo Studio Architettura e Ingegneria Giorgio Vezzoli nasce a Brescia, ma lavora da sempre con un respiro più ampio: opera su tutto il Centro-Nord Italia, muovendosi tra pubblico e privato, ambiti vincolati e progetti di rigenerazione urbana, edilizia sanitaria, housing, investimenti real estate e infrastrutture sociali. Una struttura multidisciplinare costruita per affrontare la complessità: architetti, ingegneri, paesaggisti, pianificatori e tecnici che collaborano in modo integrato per combinare analisi normativa, controllo del processo edilizio, attenzione al dettaglio esecutivo e visione strategica.

Il tratto distintivo dello Studio non è l’uniformità linguistica, ma la coerenza del metodo. Ogni intervento – dalla riqualificazione di un’ex area industriale sul lago di Garda alla trasformazione di edifici pubblici in contesti storici – viene affrontato con un approccio sartoriale, in cui il progetto nasce dall’ascolto, dallo studio delle condizioni e da una solida cultura tecnica. L’architettura, in questa prospettiva, è uno strumento per orientare trasformazioni reali, generare valore, costruire senso, senza mai perdere di vista il rapporto con il paesaggio e le risorse. Accreditato con certificazione ISO 9001, e attivo anche nel campo della validazione e consulenza per Enti certificatori, lo studio Vezzoli è tra le realtà che meglio interpretano oggi una figura professionale capace di coniugare concretezza operativa e consapevolezza progettuale.

Scrive Paola Rivetta

Intervista a Giorgio Vezzoli

Lo Studio Architettura e Ingegneria Giorgio Vezzoli si presenta come una realtà multidisciplinare. Cosa significa, concretamente, lavorare in modo trasversale oggi? Significa avere la capacità di affrontare ogni progetto da più angolazioni contemporaneamente. Nel nostro studio architetti, ingegneri, pianificatori e tecnici lavorano in sinergia già dalle fasi preliminari. È una condizione indispensabile oggi: i progetti non sono mai semplici composizioni formali, ma dispositivi complessi che coinvolgono aspetti normativi, paesaggistici, strutturali ed economici. La trasversalità è il solo modo per garantire coerenza, precisione e risultati concreti.

Il vostro lavoro spazia dall’edilizia pubblica e privata, alla rigenerazione urbana e interventi in aree vincolate. Che tipo di approccio richiede quest’ampiezza operativa? La varietà delle situazioni non ci spaventa perché abbiamo costruito una struttura capace di adattarsi al contesto senza perdere rigore. L’approccio non cambia: analizziamo, interpretiamo, coordiniamo. Che si tratti della riconversione di un’ex cantina nel centro di Manerba del Garda o della progettazione di una struttura sanitaria, il nostro obiettivo è sempre quello di risolvere problemi complessi con soluzioni funzionali, compatibili e qualitativamente alte.

Quanto incide il “contesto” sulle scelte progettuali? È tutto. Non esiste, per noi, un progetto che prescinda dal contesto.  Ma non parlo solo di contesto fisico o paesaggistico: parlo di contesto normativo, amministrativo, economico. L’architettura è una disciplina che lavora con le regole: conoscerle, interpretarle, anticiparle è parte integrante del nostro lavoro. Operiamo in territori con tassi altissimi di vincolo, sia ambientale che storico: non puoi improvvisare, devi conoscere profondamente il sistema.

Molti degli interventi che seguite riguardano la rigenerazione di immobili esistenti. È una scelta strategica? È una necessità e al contempo una responsabilità. L’Italia è un Paese costruito, e spesso “costruito male”. Rigenerare significa restituire valore, ridurre consumo di suolo, dare nuova vita a ciò che esiste. È un processo complesso: ci sono vincoli, bonifiche, normative sismiche, interferenze con il tessuto urbano. Ma è anche il campo in cui, se ben condotto, l’architettura può fare davvero la differenza. Oggi il nostro lavoro si concentra sempre più su interventi che partono da questa esigenza.

Come si affrontano le trasformazioni urbane in territori delicati come il Lago di Garda o le valli bresciane? Con attenzione e ascolto. Sono territori fortemente identitari, paesaggisticamente esposti e molto regolamentati. Il nostro compito è cercare soluzioni che tengano conto di tutte le sensibilità: quelle dell’ambiente, quelle delle Istituzioni e degli investitori. Spesso lavoriamo in dialogo con le Sovrintendenze e ogni passo è frutto di un confronto. Ma proprio qui si gioca la qualità del progetto: trovare un equilibrio tra istanze diverse, senza forzature, è la sfida più interessante.

Che rapporto avete con la committenza privata: c’è un target a cui vi rivolgete? Il nostro lavoro è sartoriale e questo vale anche per il rapporto con il cliente. Che si tratti di un fondo immobiliare, di un imprenditore o di un privato, cerchiamo sempre di costruire un dialogo diretto e non formale. L’esperienza ci ha insegnato che la qualità del rapporto umano influisce moltissimo sulla riuscita del progetto. Oggi ci rivolgiamo a una committenza ampia, ma selezionata: chi ci sceglie sa che non vendiamo solo un’idea di stile, ma un metodo solido, capace di portare a termine processi complessi.

“Metodo” è una parola chiave per voi. Cosa significa concretamente nella pratica quotidiana dello Studio? Innanzitutto la necessità – e l’esistenza, di una struttura organizzativa molto precisa che risponda a standard interni riconosciuti. Siamo certificati ISO 9001, collaboriamo con Enti validatori e tutto il nostro lavoro segue procedure condivise. Questo ci consente di lavorare su progetti pubblici e privati con lo stesso grado di controllo. Dall’analisi normativa iniziale alla gestione del cantiere, ogni passaggio è tracciato. La qualità di un progetto non si misura solo nella resa estetica, ma nella sua capacità di essere realizzato, approvato, rispettato.

La tecnologia è parte integrante del vostro lavoro? Assolutamente sì, ma non come fine. Usiamo il BIM, abbiamo investito nella digitalizzazione dei processi, stiamo iniziando a esplorare le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Ma tutto questo ha senso solo se serve a migliorare la qualità e la gestione del progetto. La tecnologia è uno strumento, non una dichiarazione di stile.

Il vostro Studio si occupa anche di edilizia sanitaria e sociale. Quali sono le sfide in questo ambito? Sono progetti ad alta complessità, perché richiedono una grande conoscenza normativa, un coordinamento tecnico multidisciplinare e un senso profondo del servizio. In questo ambito non si può sbagliare. Ogni dettaglio – dai flussi interni alla sicurezza, dall’accessibilità agli impianti – deve rispondere a standard precisi. Abbiamo seguito numerosi interventi in strutture RSA, anche legati ai fondi del Superbonus e del PNRR, e oggi guardiamo con interesse alle nuove risorse stanziate per l’edilizia sanitaria.

E proprio il PNRR ha aperto nuovi scenari per la progettazione pubblica. Come lo avete affrontato? Lo abbiamo affrontato con serietà, forse è il termine più corretto.  I fondi pubblici vanno usati con attenzione perché sono risorse che tornano alla collettività. Il nostro Studio si è occupato più di PNRR che di Superbonus privati… abbiamo scelto la strada più impegnativa, ma anche quella che ci ha dato maggiore soddisfazione. Lavorare su scuole, asili e centri diurni significa contribuire in modo concreto alla qualità della vita delle persone.

La figura dell’architetto è profondamente cambiata rispetto al passato: come definiresti oggi il ruolo dell’architetto? Credo che oggi l’architetto debba essere prima di tutto un interprete responsabile; non è più il tempo delle figure autoreferenziali.  Bisogna conoscere il contesto, saper leggere le regole, costruire un dialogo con tutti i soggetti coinvolti. L’architetto deve essere un mediatore tra le visioni e la realtà, tra il desiderio e la norma. Un custode, se vogliamo usare un’immagine, che sappia innovare senza stravolgere.

Nel concreto, cosa deve aspettarsi un cliente che viene da voi? Credo che possa aspettarsi competenza, affidabilità e chiarezza. E penso che trovi tutto questo. Il nostro lavoro parte sempre dall’ascolto e si sviluppa attraverso un processo molto strutturato. Non promettiamo miracoli, ma garantiamo serietà. Per questo molti dei nostri clienti sono con noi da vent’anni: perché abbiamo costruito insieme fiducia, anche affrontando delle criticità, ma senza mai nasconderle.

C’è un progetto che senti particolarmente rappresentativo del tuo lavoro? Ce ne sono diversi, ma penso a un intervento di rigenerazione urbana realizzato in Viale Venezia a Brescia.  Era un’area dismessa, un vecchio campo sportivo dove abbiamo costruito una nuova autorimessa interrata e un edificio contemporaneo in facciata, unendo funzione e linguaggio in modo coerente con il contesto. Un progetto che unisce il tema della rigenerazione, dell’infrastruttura urbana, del paesaggio, della densità e dimostra che si può lavorare con qualità anche su piccola scala.

Uno sguardo al futuro. Che direzione intravedi per l’architettura nei prossimi anni? Una direzione più tecnica, più integrata, più cosciente. Il progetto non può più essere separato dai temi ambientali, energetici, sociali.  Credo che assisteremo a una ridefinizione del ruolo dell’architetto, sempre più vicino al Project Manager, sempre più connesso con altri saperi. Ma spero che non venga mai meno la componente umana, quella capacità di leggere le persone, i luoghi, le relazioni. Alla fine l’architettura è questo: dare forma a qualcosa che possa durare, e che abbia senso per chi lo abita.

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