Luciano Pelizzari. Il tempo, la pittura e l’anima: confidenze di  un artista romantico

C’è un tempo che si sospende, un luogo che si fa simbolico, una conversazione che diventa racconto. Abbiamo incontrato Luciano Pelizzari nella sua meravigliosa abitazione affacciata sull’Arena di Verona, tra il profumo antico dei libri e il silenzio operoso delle tele. In una mattinata densa di parole e ricordi, Pelizzari ci ha condotto nel suo universo fatto di bellezza, passione e disciplina. Pittore, saggista, ritrattista dalla vocazione classica e dall’istinto visionario, ha attraversato le stagioni dell’arte e della vita con una coerenza rara, con quella ostinata libertà che solo i romantici sanno coltivare fino in fondo. Abbiamo parlato dei suoi progetti futuri; della sua trilogia sulla Madonna, concepita durante un dormiveglia; della passione per i francobolli, dei suoi libri e delle biblioteche donate, dell’amore per i ritratti e per il corpo femminile, dell’essenza della qualità come valore assoluto. Tra una battuta e un ricordo, un aneddoto e una riflessione profonda, quest’intervista rappresenta appieno il ritratto di un uomo che, pur avendo vissuto mille vite, non ha mai smesso di cercare.

Intervista  a Luciano Pelizzari

Una lunga carriera, come è iniziato tutto? Sono nato in una casa contadina del Seicento. In casa non c’era nemmeno un libro e l’arte era un concetto sconosciuto. Eppure, a tredici, quattordici anni ho iniziato ad avere un’attrazione inspiegabile verso la pittura. Il primo libro che ho comprato era di Pirandello. Poi sono arrivati i primi disegni, i primi quadri.  Desideravo frequentare il liceo artistico, ma la mia famiglia non poteva permetterselo e così studiai da disegnatore tecnico. Ma il fuoco dell’arte ardeva già dentro.

Quando hai capito che quella sarebbe stata la tua strada? Lo capisci quando non riesci a fare altro. Ho venduto i miei primi quadri per poche Lire, ma ogni vendita era una possibilità in più per comprare colori, tele, continuare a creare. Non ho mai avuto un gallerista. Era una scelta, certo, ma anche una necessità. Mi sono costruito da solo, attraverso relazioni dirette con i collezionisti. È stato un percorso difficile, ma sincero.

Come nasce in te l’ispirazione creativa? Nel sonno, durante il dormiveglia accadono cose misteriose. È lì che l’anima si apre. È in quei momenti che le visioni arrivano, che le idee si sedimentano. La pittura non è mai solo tecnica o studio: è intuizione, è un soffio che si posa sul cuore e poi si materializza sulla tela. Le mie opere più profonde nascono sempre lì, tra sonno e veglia.

C’è una fase della tua carriera che consideri più intensa? Direi gli anni Ottanta. quando ero nel pieno della mia attività; dipingevo molto, vendevo in Svizzera, in Germania. Era un’epoca viva, pulsante. Le mie opere andavano ovunque. Avevo energia, avevo visione. Ma anche oggi, nonostante l’età, sento che ho ancora molte cose da dire. Non mi sono ancora spento e finché avrò luce dipingerò.

Una lunga esperienza tra Germania e Italia. Come vivi questo doppio radicamento culturale? Mi sento profondamente europeo. La Germania mi ha dato una disciplina e un rigore che in Italia non avevo trovato. Ma l’Italia resta la mia patria spirituale, il mio cuore. Verona è la mia casa, Brescia è la mia culla, mentre la Germania è il mio laboratorio. Questa duplice identità mi ha arricchito, mi ha permesso di guardare all’arte da prospettive diverse.

C’è una mostra che non hai mai dimenticato? Un’esposizione dedicata alla Regina Elisabetta II con i francobolli. Fu un successo incredibile, anche in Germania. Era una mostra collezionistica, ma aveva un’aura speciale. Aveva un significato. Era un omaggio a una figura simbolica, e in quel lavoro c’era tutta la mia passione per l’arte, la storia, la memoria visiva.

Mi accennavi ad un progetto legato alla figura della Madonna, mi racconti qualcosa in particolare? Si tratta di un progetto nato in un momento molto difficile della mia vita. La figura della Madonna è emersa come una luce. L’ho sentita vicino. Ho raccolto francobolli, ho fatto ricerche, ho trovato opere incredibili… ne è nata una ricerca in tre volumi che racconta la vita della Madonna, Questo progetto rappresenta il mio modo per restituire bellezza, devozione e conoscenza.

Qual è la tua visione dell’arte oggi? L’arte è in pericolo.  Troppa superficialità, troppo mercato.  Ma l’arte vera resiste.  È nei piccoli studi, negli artisti che non cedono, nei collezionisti silenziosi.  L’arte ha bisogno di spiriti autentici, non di apparenza.

Che rapporto hai con il mercato dell’arte contemporanea? È un mercato che spesso non guarda la qualità, ma l’apparenza.  Oggi si vendono nomi più che opere. Io non ho mai voluto cedere a certe logiche. Ho preferito vivere del mio, senza galleristi, senza compromessi.  È stato più difficile, certo, ma ha reso il mio percorso autentico.  La qualità paga sempre, anche se in ritardo.

Quanto conta la relazione umana nella diffusione dell’arte? Tantissimo. Ho sempre rifiutato i compromessi e preferito vivere senza mediazioni forzate; guardare negli occhi chi acquistava un mio quadro, ascoltarne la sensibilità, le emozioni. Ho instaurato rapporti profondi, spesso anche duraturi. Credo che l’arte abbia bisogno di calore umano, di verità. L’arte non è solo estetica, è empatia.

Parli spesso di “destino”.  Quanto ha contato nella tua vita artistica? È stato tutto. Nulla mi è capitato per caso. Le persone, le occasioni, perfino le difficoltà. Tutto aveva un senso. Ho sempre sentito che c’era una mano, una forza che mi guidava. Anche quando ho sbattuto contro il muro, poi ho capito che era per condurmi altrove, in un luogo più autentico. Se oggi sono quello che sono, lo devo a quel percorso accidentato, ma necessario.

Che ruolo hanno avuto le donne nel suo percorso artistico ed esistenziale? Immenso.  Le donne hanno rappresentato il mio respiro, la mia ispirazione più profonda. Le ho sempre guardate con rispetto, con stupore, con gratitudine. Le ho dipinte senza idealizzarle, ma cercando la verità, il dettaglio tattile, il fremito invisibile che solo l’occhio innamorato coglie. L’arte è femmina, l’ho sempre detto. La creatività è femmina. E se non comprendi questo, non potrai mai dipingere con l’anima.

Hai parlato spesso di “qualità” come valore assoluto.  Cosa intendi esattamente? Non ho mai voluto rincorrere il mercato, i gusti passeggeri, le mode. Ho sempre seguito il rigore, l’eccellenza. Ogni opera deve parlare da sola, senza bisogno di spiegazioni. La qualità resta, sempre e alla fine è quella che ti salva, che ti fa riconoscere anche dopo decenni. Non mi sono mai venduto, mai piegato. So bene come funziona questo mondo: ti applaudono oggi, ti dimenticano domani. Preferisco restare fedele a me stesso, anche se questo mi è costato fatica, solitudine, esclusione. Ma la mia pittura non ha mai tradito.

Quanto ha contato il tuo incontro con Pietro Annigoni? È stato fondamentale. Lo conobbi dopo aver pubblicato alcuni libri su di lui. Un giorno, passeggiando per Firenze, lo vidi per strada. Gli chiesi se potevo incontrarlo e lui mi rispose: “Venga a trovarmi in studio”. Da lì è cominciato tutto. Aveva un grande rispetto per me, mi dava sempre del “Lei” e mi chiamava “Mister”. La lezione più grande che mi ha trasmesso è stata il rispetto per la grande pittura, la maestria, il rigore, il sacrificio. Annigoni era un titano. Io non ho mai cercato di imitarlo, ma ho assorbito la sua etica, la sua dedizione. Ho imparato che ogni gesto deve avere senso, ogni pennellata una direzione. E soprattutto: mai accontentarsi.

Cosa auguri ai giovani che si avvicinano oggi all’arte? Di non rincorrere il successo, ma di cercare la verità. Di studiare, di vivere, di osservare. Di sbagliare, di cadere, di rialzarsi. L’arte è una disciplina dura, non perdona la superficialità. Ma se la ami davvero, lei ti ricambia con una luce che non si spegne.

Se dovessi lasciare un messaggio finale a chi leggerà queste pagine… Non c’è nulla di più potente della bellezza. Ma la bellezza vera non è nei riconoscimenti, nei premi, nella fama. È nel dettaglio silenzioso, nell’imperfezione che commuove, nella fragilità che resiste.  Ecco, io vorrei che il mio pennello avesse fatto questo: raccontare la bellezza dell’essere vivi con tutta la forza, la poesia e la debolezza che questo comporta.

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