Luisa Monini Brunelli

scrive Paola Rivetta

“Come medico e giornalista scientifico, girando il mondo per congressi, missioni umanitarie, e anche per diletto, ho avuto l’opportunità di incontrare persone di ogni cultura ed estrazione sociale e di vedere e toccare con mano la vera povertà dei paesi ricchi e la vera ricchezza di quelli poveri. Esperienze umane profondissime, toccanti che, con il tempo, hanno generato in me la consapevolezza che essere medico non significa solamente curare ma soprattutto prendersi davvero cura della persona sofferente che spesso ha bisogno soprattutto di vicinanza, colloquio, comprensione, amore. Diventare giornalista scientifico dunque è stato per me una logica e naturale conseguenza del mio essere medico, con il fine di dare alle persone messaggi chiari e corretti sulla prevenzione e su come “prendersi cura” della propria salute. 

Parlando di “casa” quale luogo geografico ti viene in mente? 

L’ Abruzzo, Pescara, il mare: lì sono nata ed ho vissuto sino all’ età di 22 anni. Ma il ricordo è sempre vivo. Anche dopo tanti anni che vivo a Brescia, su in collina, in una casa che adoro, sento forte il richiamo del mare e, nei miei viaggi, quando arrivo in una città costiera, la prima cosa che faccio è quella di andare a salutare il mare. Ed è come se mi ricongiungessi alla parte più profonda ed intima di me. 

Tra i tuoi genitori qual è stata la figura di riferimento o che ti ha condizionato maggiormente?

Ricordo mia madre, sarta, con ago e filo tra le agili dita sempre in movimento. Seduta vicino alla finestra per non perdere a sera l’ultimo raggio di luce e, al mattino, quando, per non svegliarci e, nell’urgenza di terminare un lavoro importante, prendeva tutto l’occorrente ed andava a lavorare in spiaggia. Io non c’ero in quelle ore, dormivo, ma oggi è come vederla e il ricordo di lei e del suo carattere “forte e gentile” lenisce nostalgie profonde. Ricordo mio padre, persona serena, profondamente buona, innamorato di noi figli e di lei che colmava di attenzioni e fiori. Anche lui per me è stato un esempio da seguire.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Ho frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci a Pescara.  Mi sono quindi iscritta alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Chieti e quindi di Padova, Specializzata in Ortopedia e Traumatologia all’ Univ, di Verona, poi in Chirurgia della Mano, Univ. di Pavia e quindi in Igiene e Salute pubblica Univ. di Modena. 

Com’è iniziata tua carriera professionale e come si è sviluppata nel tempo?

Come specialista in ortopedia e chirurgia della mano ho partecipato sin da subito ad interventi rivoluzionari: erano gli anni in cui la tecnica microchirurgica iniziava a consentire interventi ritenuti impossibili sino ad allora come il poter riparare lesioni nervose, vascolari e tornare a dare funzione e sensibilità ad arti completamente rovinati da traumi oppure da malattie come la lebbra che colpisce la pelle e i nervi periferici in vari modi e gradi, anche molto invalidanti. In India con mio marito e maestro prof. Giorgio Brunelli siamo andati presso il lebbrosario di Mumbay, il Vimala Dermatological Center proprio per operare i lebbrosi ma anche per insegnare l’arte della microchirurgia ai giovani chirurghi indiani desiderosi di imparare questa tecnica.

Quali sono le “ricompense” che ti concedi per un traguardo raggiunto?

Non ritengo di aver raggiunto alcun traguardo. Sono ancora “ in cammino”.  Ma se proprio devo pensare ad una ricompensa spero che mi possa venire dalla ricerca alla quale la Fondazione Brunelli (che ho l’onore di presiedere) lavora da decenni, per tornare a dare movimenti utili alle braccia e alle gambe delle persone affette da para e tetraplegia. 

Nella tua vita professionale gli uomini sono stati: un modello, un sostegno oppure un ostacolo?

Un modello  e sostegno unico: mio marito. Lo incontrai al primo anno di Medicina presso l’Università di Chieti, e fu subito amore, quello con la A maiuscola: era il mio professore di Anatomia e Fisiologia Umana, Giorgio Brunelli. Ci sposammo nel 1974, nostro figlio, Rocco, nacque nel 1975. Nel giro di pochi anni la mia vita di giovane ragazza abruzzese era radicalmente cambiata e, di questa mia metamorfosi, ancora oggi, ringrazio dal profondo del cuore, Giorgio, mio marito e mio mentore nella professione medica ma soprattutto mio Maestro di Vita. Da lui ho imparato la determinazione, la costanza, il guardare sempre avanti, la libertà di pensiero e, soprattutto, l’importanza di vedere sempre l’aspetto positivo della vita e di lottare per i veri valori.

Ritieni di essere mai stata discriminata per il fatto di essere donna? Se sì, in quale circostanza?

Più che dagli uomini ritengo di essere stata discriminata dalle donne; soprattutto nelle circostanze in cui la mia figura avrebbe potuto offuscare la loro.  

Credi che le donne abbiamo delle carte in più?

Certamente sì. La donna, e durante la pandemia lo ha ampiamente dimostrato, ha caratteristiche di sensibilità, intelligenza, disponibilità, generosità e resilienza che l’uomo non ha o, comunque, non nella stessa misura.

Quanto è importante la famiglia nel tuo percorso?

Fondamentale, unica, insostituibile. Nel mio percorso ma, penso, nel percorso di tutti quelli che hanno avuto il dono di avere una famiglia “normale”. Oggi la famiglia è sotto l’attacco di una cultura che la vuole destrutturare,  ignorando, o volendo ignorare, che la sua stabilità genera personalità responsabili e mature e crea una società affidabile.

È faticoso conciliare gli impegni professionali con la famiglia?

Nella mia esperienza non lo è stato, nonostante i tanti impegni. Penso che tutto dipenda dalla possibilità/ capacità di organizzarsi. 

Se potessi esprimere un desiderio riferito alla tua carriera… E alla famiglia…

Per la carriera, non potrei desiderare nulla di più di ciò che ho raggiunto sino ad oggi precisando però che non considero la mia “ carriera” terminata.

Per la famiglia, desidero “solo” di poter vivere abbastanza per vedere i miei nipoti crescere in salute e in armonia con sé stessi, con gli altri e con il mondo.

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