“La ceramica è una materia molto introspettiva e in qualche modo autobiografica”. G. Messinese
TESTO DI PAOLA RIVETTA

Intervista a Giuseppe Messinese
“Mamate” un nome che rievoca luoghi lontani, cosa significa? Mamate è un termine giapponese che significa “la via della mano”. Mi sembrava carino e azzeccato, l’idea di percorrere una via, ma di farlo con le mani in quanto svolgo il mio lavoro prettamente con esse. Naturalmente mi avvalgo anche di altri strumenti, ma fondamentalmente è la sensibilità delle mani che crea i miei pezzi. Il logo e il brand quindi richiamano tutto questo.
Come nasce questa realtà? La mia storia con il design ha origini lontane nel tempo, mi sono dedicato per tutta la vita al design, in particolare al product, lavorando per varie aziende che realizzavano oggetti o arredamento. Poi una quindicina di anni fa ho deciso di fare un salto, un cambiamento. Diciamo che tutto il processo che mi competeva in azienda giungeva fino al termine della fase progettuale, ma il mio controllo svaniva rispetto alla realizzazione vera e propria dei pezzi. Con la ceramica invece sono riuscito a chiudere il cerchio, perché partendo dall’idea riesco ad arrivare alla conclusione del pezzo, alla sua fisicità diciamo. Questo per me è molto importante, arrivare a creare materialmente qualcosa di concreto che ho immaginato, progettato, realizzato e portato su il mercato è un’emozione incredibile.
A proposito di materia, quali sono i materiali che utilizzi per i tuoi lavori?Io utilizzo quasi esclusivamente il gres perché è un’argilla molto dura e materica. Tutti i miei pezzi infatti raccontano della materia, non uso smalto, o comunque molto poco, perché mi piace vedere com’è la materia veramente.
Oggetti meravigliosi ma anche funzionali?La mia produzione guarda all’oggetto che mantiene sempre un che di funzionale; arrivando dal mondo del design qualcosa di funzionale lo dovevo mettere, non riuscirei a creare qualcosa fine a se stesso. Detto questo sono pezzi che possono anche funzionare in una relazione di contemplazione rispetto al possessore e, quindi, non assolvere necessariamente ad una funzione specifica se non quella della bellezza stessa del pezzo.

Ci racconti qualcosa delle tue creazioni? La particolarità dei miei pezzi è che hanno sempre tutti un pertugio, una possibilità di contenimento per far sì che un fiore, un cibo, o qualsiasi cosa possa essere contenuto al loro interno. Quindi c’è sempre questo rimando ad una funzione d’uso. Un po’ come… mi viene in mente quella famosa frase di Koenig: “il design è un pipistrello, mezzo topo e mezzo uccello”, quindi c’è un’ibridazione tra quello che può essere l’oggetto di design – e per design intendo dire qualcosa che abbia una funzione oltre ad una valenza estetica – e qualche cosa che invece sia prettamente artistico, anche se in realtà fatico un pò ad utilizzare il termine “artistico” perché mi sembra un rimando a qualcosa di evanescente. Per questo motivo preferisco parlare comunque di design o di artigianato.
Oggetti d’arte che si sposano con il design…Il mio lungo background nel design mi ha permesso di mantenere ottimi rapporti con tutti i top brand italiani come Kartell, Cassina, Porro, Desalto, Boffi, De Padova e via dicendo. Queste aziende mi chiedono spesso dei pezzi che vadano a “vestire” i loro arredi in occasione di un Salone, un appuntamento di settore, se devono fare degli scatti per i loro social piuttosto che per la comunicazione. Quindi anche in quei casi è necessario mantenere un dialogo affinché i pezzi, creati in funzione dell’arredo, creino una sorta di magia, dialoghino con l’allestimento finale. Ultimamente ho lavorato con Porro e Gervasoni per creare appunto delle opere confezionate in modo preciso su richiesta del cliente.

Crei oggetti dalle linee anche più essenziali. Sono progetti continuativi o soltanto occasionali? Quelli diciamo che sono una sorta di “gioco”; fare oggetti tipicamente di uso comune è un po’ un giocare per riportarmi a ciò che facevo un tempo, ma con molta più ironia e leggerezza. Sorride.
Gli oggetti più artistici mi spingono invece ad affrontare tutta una parte di storytelling, di introspezione, che a volte mi costa molto anche a livello umano.
In quest’attività di quali fasi ti occupi?
La cosa interessante dell’essere ceramista è un po’ quella di potersi occupare di tutti gli aspetti della produzione: dall’idea fino alla progettazione vera e propria con strumenti come i software CAD, macchine per la modellazione 3D; tutto il bagaglio accumulato per trent’anni me lo sono portato dietro. Una volta che il pezzo è ben formato, sia nella mia testa che a livello tridimensionale, o viene stampato in 3D, oppure diversamente basta la visualizzazione del pezzo, e da quel momento parte il vero e proprio processo di lavorazione della ceramica. Le tecniche che uso per creare la maggior parte dei pezzi sono la lastra e il tornio. Una volta che il pezzo è formato viene poi cotto, smaltato – se ha bisogno di questa fase, e segue poi il post produzione. Shooting fotografico di cui mi occupo personalmente, oppure esposizione del pezzo attraverso le grandi aziende con cui collaboro che lo rendono fisicamente visibile sui vari canali o sul mio sito.
Ti piace collaborare con altri artisti?Uno degli aspetti che preferisco della ceramica è proprio il suo linguaggio universale che ti permette di creare collaborazioni e interazioni con chiunque in ogni parte del mondo. Viaggio spesso e mi è capitato di incontrare artisti senza condividerne la lingua madre, come ad esempio in Giappone, eppure ci siamo intesi perfettamente attraverso le tecniche di lavorazione e siamo giunti al risultato finale senza difficoltà. Mi piace molto ibridare, specie con chi ha una visione della ceramica completamente diversa dalla mia. Essendo la ceramica una materia così duttile, ti dà la possibilità di creare di tutto, dalla tazzina della nonna fino all’opera più minimalista o più carica di significato che ci possa essere. Questo è molto bello e davvero potente e ibridare porta spesso ad ottenere un effetto “wow” non appena il forno di cottura si apre.
Tu hai delle tue linee, sono continuative?Non proprio. Io lavoro per linee nel senso che quando mi arriva un input, come ad esempio lavorare sulle ombre, non creo l’oggetto singolo, ma cerco di sviscerare che cosa è l’ombra e dove mi porta. Faccio crescere questa serie fino a che, in qualche modo, non si esaurisce da sola; ho creato una linea dedicata alle “Ombre”, ne ho fatte oltre cento, poi ad un certo punto avevo già detto tutto e mi sono fermato. Lo stesso vale per le “Waves” o il “Nuovo Mondo” e via dicendo. Parto sempre da un concetto e cerco di sviscerarlo, consumarlo per quanto posso e poi, quando non mi dà più niente, lo lascio andare. La genesi delle mie linee è proprio questa.
Una linea è legata alla materia, mentre l’altra?L’altra è quella un po’ più pura che però adesso faccio un po’ fatica a portare avanti perché la materia mi sta dando molto, sto sperimentando e ibridando io stesso l’argilla, portando all’interno materiali che non c’entrano, sempre alla ricerca dell’effetto sorpresa. In questo momento la linea pura, realizzare un piatto perfetto e preciso, non mi dà quella soddisfazione che invece sento nel creare, persino col rischio di veder scoppiare un pezzo che non ce la fa a venire al mondo.
Utilizzi materiali naturali, li lavori… cosa pensi del riutilizzo e del riciclo? Un aspetto molto bello dell’argilla è proprio che non si butta nulla, nel senso che una volta che noi abbiamo realizzato un pezzo, tutto il materiale di scarto viene reimpastato e riutilizzato. Lo stesso avviene anche con gli smalti. Lavoro con materie prime naturali, sia per quanto riguarda l’argilla, sia per quanto riguarda gli smalti, e i medium sono semplicemente l’acqua e il fuoco, ciò che crea l’oggetto finito. Ci sono questi tre semplici elementi: la terra, l’acqua e poi il fuoco.
Lavori con tutto il mondo? Con il mio sito www.mamate.com lavoro in tutt’Italia, mentre attraverso la piattaforma Artemest www.artemest.com ho l’opportunità di portare le mie creazioni anche oltre oceano, soprattutto negli Stati Uniti. Poi naturalmente ci sono le mie collaborazioni con grandi aziende che mi danno visibilità: in questi giorni Porro mi ha confermato alcuni pezzi per lo show-room che apriranno a New York e questo mi fa molto piacere.
Ti occupi anche di insegnamento, che corsi organizzi?Organizzo dei corsi di tornio e dei laboratori liberi in cui, chi ha voglia di lavorare su progetti specifici, può trovare tutta l’attrezzatura a disposizione partendo dalle terre stesse, gli smalti, i torni e tutto quanto potrebbe servire, compresa la mia assistenza. Una volta organizzavo anche dei corsi base però oggi, salvo qualche raro caso, penso che curare un laboratorio libero mi dia la possibilità di aiutare concretamente a realizzare progetti specifici. Diventa anche uno spazio di confronto dove portare idee, in alcuni casi davvero fresche e nuove; lavorando soltanto da dentro invece il pericolo è di fossilizzarsi, di chiudersi sempre verso le stesse cose. Io cerco di nutrirmi di idee, di viaggiare, di restare aperto a nuovi stimoli, ma certamente le persone che vengono qui con i loro progetti, anche se talvolta molto fantasiosi, mi portano un grande nutrimento.
Dove si svolgono i corsi? Sia il corso di tornio, che è un corso vero e proprio con un suo programma, che i lavori liberi si svolgono sempre qui, presso lo Studio di Progettazione e Show-room Mamate a Brescia, in via Martinengo Cesaresco 37/b.
Spesso tu citi delle poesie… c’è poesia nella tua opera? Natura, poesia e cinematografia sono le mie principali fonti d’ispirazione, la poesia in particolare. Tutti i miei pezzi nascono, magari non tutti ma la maggior parte, da poesie ibridate anche in quel caso con la natura, due componenti che fanno parte di me.
Cosa cerchi, o piuttosto cosa trovi, nella poesia?Alda Merini, Antonio Machado, Mariangela Gualtieri sono i miei cavalli di battaglia. In particolare ultimamente la Gualtieri che ho avuto il piacere di conoscere perché, nel suo fare poesia, è materica e spezza molto, lavora sulla parola fino a consumarla proprio tanto… questo mi piace e subito si arriva a ciò che voglio fare io, ovvero consumare il concetto, la materia, per vedere fino a dove può arrivare. A volte scoppia, mentre altre porto a casa un pezzo, un’idea, una magia.
Le tue opere hanno titoli emblematici, davvero suggestivi…L’ultima serie si chiama “Father” e racchiude i pezzi a cui, in questo momento, sono assolutamente più affezionato. Mi danno una grandissima emozione perché sono legati alla scomparsa di mio padre e a tutto il travaglio che ha dovuto affrontare. Sono dei pezzi, l’uno per l’altro, che raccontano la fatica dell’ultimo periodo di una vita di un essere umano. Sono pezzi lacerati, aperti, smagriti e stanno in piedi a fatica, sono contorti. Ho cercato di raccontare quello che ho vissuto io, seppure dal di fuori, nel vedere questa vita che si consumava. È una serie che mi dà tantissimo, che mi fa lavorare ma con la fatica immensa di tirare fuori queste emozioni da dentro. Non mi riferisco ovviamente alla fatica della creazione… comunque questa è l’ultima serie creata.
Stai lavorando ad un progetto particolare in questo periodo?In questo periodo sto lavorando con Stefano Guerrini, in arte Eddie di Tatoo Studio, lui è un tatuatore. Adesso stiamo portando avanti delle ibridazioni tra le nostre opere. Eddie lavora soprattutto con la tecnica dello stampo; raccoglie oggetti ai mercatini, crea lo stampo, e realizza oggetti che possono essere macchinine Hot Wheels, Madonnine e vari. Si diverte ad ibridare le sue creazioni con queste mie superfici molto tormentate in modo da creare una sorta di cortocircuito che mi piace davvero moltissimo! Sorride. Quindi lavoreremo su questo.
Ci sono serie o opere che ti hanno dato più soddisfazione, magari in termini di consenso da parte del pubblico?C’è stata una serie che ho creato nel 2018 con Georgia Matteini Palmerini una ceramista di Rimini, si chiama “Echinoidi”, credo di averne ancora un paio di pezzi. Era un insieme di cento echinoidi, ovvero dei ricci di mare. Questa ragazza aveva un padre biologo che un giorno, mentre eravamo al mare, ci raccontò di questi esseri meravigliosi e le sue parole ci appassionarono al punto da decidere di realizzare una serie a loro dedicata. Nacque così la nostra collaborazione che portammo al Salone del Mobile di Milano come Mamate, senza appoggiarci a nessun altro brand. Oltre tutto è stato un lavoro molto piacevole e divertente perché avevamo la consulenza di un biologo che ci raccontava tutte le curiosità legate a questi organismi marini. Giocammo con questa forma molto contenitiva, che presenta aspetti particolari che abbiamo sentito appartenerci; all’interno sono tutti coccolosi e paffutelli, mentre all’esterno hanno degli aculei che li proteggono dal mondo.
Le grandi sfere che crei cosa raccontano? Questi oggetti fanno parte di un progetto chiamato “Nuovo Mondo”, ispirato alla forma dei pianeti, del nostro pianeta e dei miliardi di pianeti che fluttuano nello spazio. Una forma che ricorda allo stesso tempo anche un ventre, un organo femminile dal quale nasce una vita, per l’appunto un nuovo mondo. Ho giocato su queste due simbologie molto forti per rappresentare la fecondità, la vita che nasce e da dove nasce; c’è un passaggio d’uscita per venire al mondo e quindi c’è questo gioco tra l’uno e l’altro mondo. Che poi è lo stesso. Nel caso di “Nuovomondo fecondato da autozoi” con Eddie abbiamo ibridato i nostri lavori unendo le sue creazioni Hot Wheels – che simbolicamente rappresentano degli spermatozoi che stanno cercando di attaccare il mondo. Io amo la sua ironia!
Mentre la serie dedicata ai Dervisci? L’idea viene dalla suggestione a seguito di un viaggio, è una poesia di Nazim Hikmet, un poeta incredibile! Durante il mio viaggio ho avuto modo di vedere i dervisci danzare e mi sono emozionato; avrei tanto desiderato poter cristallizzare quel momento in una forma compiuta! In realtà credo di non essere riuscito appieno a rappresentare l’energia che si sprigiona dal movimento. Forse bisognerebbe cercare un materiale più etereo rispetto al gres, ma ci dovrò lavorare ancora per comprendere fino a dove posso portarli.
Collabori anche con clienti privati per creare ambientazioni particolari?Oltre ai lavori commissionati dai grandi brand, e che naturalmente sono poi destinati ai privati, sono sempre disponibile a consulenze per creare atmosfere particolari richieste dai clienti. La parte di rendering è assolutamente il mio forte, provenendo dal settore del design di alto livello. In particolare, molte volte, dopo aver visto il mio spazio di esposizione, il mio show-room di Brescia, mi chiedono la mia visione rispetto ad un’ambientazione e di creare dei pezzi ad hoc. In quel caso realizzo dei pezzi in 3D, li renderizzo e li provo dal cliente per creare la suggestione dell’ambiente che desidera.
Quale evoluzione pensi possa avere questo mercato nel futuro? Ciò che ho potuto osservare in generale è che, negli ultimi anni, la ceramica è tornata in auge dopo un lungo periodo negli anni ’80 e ’90 rivolti prevalentemente alla plastica, lucida, sfavillante. Adesso invece sta tornando la ceramica e soprattutto il pezzo che non è perfetto; non c’è più la voglia di avere la super perfezione, il pezzo smaltato, le linee pulite. Oggi c’è la voglia di andare un po’ più avanti e tornare ad una materia più grezza in qualche modo. In tal senso si tende anche verso l’oggetto unico; quando parlavamo prima di serie, mi riferivo a oggetti accomunati tra loro dall’idea di partenza, pur conservando ognuno la propria diversità rispetto all’altro. Per definizione non potrei mai fare un pezzo uguale ad un altro, anche se tecnicamente possibile, si perderebbe la magia del pezzo unico, imperfetto, il risultato di un lavoro che mi piace sempre definire artigianale, creato attraverso la via delle mani, Mamate.
Giuseppe Messinese è un designer con un percorso accademico e professionale ricco e diversificato. Dopo aver conseguito una laurea in Industrial Design, ha intrapreso la sua carriera nel mondo del design fondando 3Dmedia, un’azienda innovativa specializzata in 3D e multimedia. La sua leadership e la sua visione creativa hanno permesso a 3Dmedia di crescere rapidamente, guadagnandosi una reputazione di eccellenza nel settore.Nel corso della sua carriera, Giuseppe ha collaborato con numerosi studi di progettazione di arredamento, 3D e multimedia, portando la sua expertise e la sua passione in ogni progetto. Queste collaborazioni gli hanno permesso di affinare ulteriormente le sue competenze e di sviluppare una comprensione profonda delle dinamiche del design contemporaneo. Da quindici anni, Giuseppe lavora in Mamate, un’azienda rinomata per la produzione di ceramica artistica. Qui, combina la sua passione per il design con l’amore per l’arte contemporanea, creando pezzi unici che spaziano dai vasi alle sculture, fino agli oggetti d’uso quotidiano in ceramica. Il suo stile minimalista, ispirato al lavoro dei grandi maestri del design, si riflette nelle sue creazioni, caratterizzate da linee pulite e un’estetica essenziale.La sua dedizione al miglioramento continuo e l’impegno per far crescere Mamate sono evidenti in ogni aspetto del suo operato, facendo di lui un punto di riferimento nel campo del design ceramico artistico. Giuseppe vive a Brescia, dove continua a innovare e a ispirare attraverso il suo lavoro e le sue creazioni artistiche.
Mamate design frangibile
Via Martinengo Cesaresco 37/b Brescia (BS) . Tel +39 392 5305970 – mamate@mamate.it