Maria Vittoria Baravelli. Ode ai discorsi belli

Curatrice di mostre d’arte e di fotografia, art sharer e scrittrice, Maria Vittoria Baravelli ci apre le porte di un mondo personale in cui la bellezza domina sovrana, in un viaggio appassionato attraverso passato, presente e futuro. “Le opere d’arte sono così. Ci chiamano a sé” racconta Maria Vittoria “vogliono rubare la nostra attenzione, come sirene che cantano, ammaliano e ci confondono”. L’arte deve essere incontrata, frequentata, proprio come faremmo in una storia d’amore; il dialogo permette alle opere di esistere, di arrivare a noi per attrarci, ferirci e naturalmente sedurci.

Curatrice, scrittrice, appassionata d’arte. Come ti avvicini all’arte?

Devo dirti che tanti anni fa, mentre ero a casa di un collezionista – in un modo un po’ speciale e inaspettato come ogni tanto succede, vidi un’opera di Emilio Isgrò, uno dei Padri dell’arte Informale in Italia, che quasi sembrava una pala d’altare e diceva: “Io sono atterrito atterrito atterrito da questa margherita”. In quel momento si generò in me una domanda, non una risposta, e non capii assolutamente quello che quell’opera volesse dire. Questo scarto tra il non comprendere e l’esserne attratta è stato l’inizio di una storia d’amore; il mio amore per la storia dell’arte, per la fotografia… per quanto io abbia poi studiato effettivamente Lettere Moderne perché per ogni opera c’è bisogno di una storia o comunque la capacità di saperla raccontare.

“Le opere d’arte ci chiamano a sé, vogliono rubare la nostra attenzione”… quali sono le opere in grado di ammaliarti? 

Credo tutte quelle opere che in qualche modo sentiamo nostre. Il corso della storia dell’arte, della storia del pensiero e della letteratura è fatto di grandi protagonisti e grandi dimenticati. Quando delle opere, benché cambino in qualche modo le generazioni, continuano a dire qualcosa, continuano a scrollarsi di dosso quella cosa che Italo Calvino chiamava “la polvere del tempo”, ecco quelle sono opere in grado di ammaliarci perché continuano a raccontarci qualcosa, a dire quello che hanno da dirci.

Bellezza. Una parola, infinite interpretazioni. Un ideale che cambia nel tempo: quale forma assume per te oggi la bellezza nell’arte?

Quello che posso dirti è che da un lato la bellezza è sempre stata per gli antichi una vera ossessione legata al tema delle proporzioni, dell’equilibrio. Oggi anche noi continuiamo ad essere ossessionati della bellezza. Diciamo che una volta le opere dovevano essere belle; oggi invece siamo ossessionati dalla bellezza anche della nostra persona e non è un caso che artisti come Orlan possano in qualche modo indagare la storia dell’arte e dei canoni artistici attraverso la chirurgia plastica.  Quello che possiamo dire è che la ricerca della bellezza è un tema che ha scandito il nostro tempo e il tempo degli antichi, e ha dato un senso al nostro mondo. Perché se tu guardi ogni generazione, ogni epoca storica cerca di stabilizzare un canone e questo canone di fatto ha in un qualche modo dato un senso a quel periodo storico.  La storia della bellezza si intreccia con la storia con la “S maiuscola” e non è un caso fare lunghe dissertazioni tra il 1200 e il 1800 rispetto a come cambi il concetto di bellezza anche a seconda della ricchezza o della povertà di quel periodo. Considera anche, dal punto di vista banalmente fotografico, sociologico, o legato all’hairstyle, quanto negli anni ’50 del ‘900 potesse essere interessante una figura come Sophia Loren più tondina, più in carne.  Poi negli anni ’60, quelli del boom economico invece, non è più la dea Sofia il canone di bellezza a cui aspirare, ma è Twiggy, quindi una modella magrissima. Perché? Perché negli anni ’50, nel momento della ristrutturazione dopo la guerra, Sophia Loren incarna il desiderio di avere di più. Nel momento in cui ci si è stabilizzati, in un mondo del boom in cui tutti possono avere tutto, Twiggy torna ad essere il canone di riferimento perché riuscire a sottrarsi del cibo, riuscire ad essere in qualche modo “scannati all’osso”, diventa più interessante.

Le opere d’arte hanno un’anima in grado di dialogare con l’osservatore. Quali sono i “discorsi belli”?

Io avrei intitolato il mio libro “I discorsi belli”, è stata una lotta fino all’ultimo perché “i discorsi belli” è una frase che si trova in un dialogo platonico quando, ad un certo punto, il protagonista dice: “l’anima, o caro, si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i discorsi belli”. Ecco, i discorsi belli sono tutti quei discorsi che in qualche modo ci salvano, fanno esistere le opere d’arte e fanno sì che noi siamo attratti da loro. Sai, io penso che la frase giustamente famosa di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo” non abbia senso fino in fondo, perché la bellezza è auto evidente, soprattutto la bellezza di fatto, non vuole niente e non chiede niente, esiste. I discorsi belli presuppongono un patto, presuppongono la parola e credo che la parola sia ciò che fa esistere il mondo. Perciò i discorsi belli attorno all’opera sono tutti quei discorsi che fanno tradurre l’opera e la fanno arrivare fino ai nostri giorni con quella carica di sensualità e di seduzione che ci attrae, ci ferisce e ci seduce.

Che importanza riveste il passato nell’epoca contemporanea?

C’è una frase famosa che diceva che se può esistere il concetto di futuro é perché gli si contrappone il concetto di passato. Quindi ha valore tanto il passato quanto il futuro, proprio perché viaggiano di fatto su due linee, non solo parallele, ma che procedono in direzioni totalmente contrarie. Quello che noi possiamo dire, che la storia del pensiero e la storia dell’arte ci insegna, è che esistono degli infiniti corsi e ricorsi storici e, di conseguenza, il passato ha un volto in un qualche modo presente mentre il futuro ha un volto antico perché noi – presente e futuro, siamo di fatto la stratificazione di tutto ciò che è passato. Io parlo sempre di un termine che trovo essere interessante: la parola “traduzione”.  L’etimologia latina ci dice che “trans-ducere” significa portare il confine al di là, attraversare una soglia; la soglia sono i periodi storici. Tradurre significa in qualche modo riattualizzare le opere del passato, farle esistere, cambiarle. La storia dell’arte è fatta di furti più o meno leciti, più o meno taciti, di artisti che si citano vicendevolmente; come ci insegna Picasso “I cattivi artisti copiano. I buoni artisti rubano”. Gli artisti rubano e il bottino del futuro è tutto il nostro passato.

Hai recentemente publicato il tuo primo libro edito da Rizzoli “Il mondo non merita la fine del mondo”, una dichiarazione d’amore per l’arte. Parli di bellezza, incanto e persino magia. Cosa ritieni importante trasmettere al lettore?

Credo che l’unico vero insegnamento se si può dire, o meglio suggestione, che io vorrei che il lettore ricevesse è l’amore, la curiosità. Il desiderio di conoscenza è il motore che ci permette di guardare ciò che conosciamo con occhi nuovi e spingerci al di là. Io amo molto Giacomo Leopardi quando parla della siepe che da un lato ci permette di vedere cosa c’è al di qua, ma quel confine e la voglia di oltrepassarlo, ci permette di immaginare cosa c’è oltre, “il naufragare dolce” in quello che non conosciamo. Il viaggio nell’arte, nella letteratura, è proprio questo, un viaggio in qualcosa che non conosciamo ma che, se intrapreso con onestà, in ogni fase della nostra vita, noi leggeremo un’opera o guarderemo un’opera e quest’opera ci leggerà. Questo è quel rapporto speciale che si crea tra il lettore e l’opera, l’opera e chi la guarda.

Mi racconti i tuoi prossimi progetti in agenda…

Mi fa piacere parlarne perché si tratta di un’esposizione che sto curando con Annamaria Maggi intitolata “Essere Donna. Il corpo come strumento di creazione e atto di ribellione” che sarà inaugurata a Milano presso la Galleria Fumagalli il 5 marzo, aperta fino al 30 maggio. Ispirate dalle parole di Oriana Fallaci “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai… Essere donna significa vivere di emozioni, di paure, di piaceri, di speranze e di disperazioni che gli uomini non conoscono” abbiamo scelto di esporre opere di artiste quali Marina Abramović, Sang A Han, Annette Messager, Shirin Neshat e Gina Pane. Ognuna di loro ha trasformato il proprio corpo in un campo di battaglia dove sperimentare tutto, dove la politica, la vita, il sangue, la follia e la fantasia si intrecciano in una lotta continua contro le convenzioni. Attraverso l’arte queste donne ci costringono a confrontarci con un mondo nuovo, un mondo in cui il corpo non è solo un involucro, ma uno strumento potente per conoscere e trasformare la realtà.

IMMAGINI DI PIERO GEMELLI

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