Marietta Ambrosi

una bresciana moderna nel mondo di fine Ottocento.

MARIETTA AMBROSI VISSE LA SUA INFANZIA E ADOLESCENZA NELLA CITTÀ DI BRESCIA. A DICIANNOVE ANNI EMIGRÒ CON LA FAMIGLIA A BOSTON NEGLI STATI UNITI DOVE, GRAZIE AD UN AMBIENTE ARTISTICO CULTURALE DI RILIEVO, POTÉ EMANCIPARSI FINO A DIVENTARE LA MODELLA DI PITTORI E SCULTORI PIÙ CONOSCIUTA D’AMERICA. ALL’ETÀ DI QUARANT’ANNI DECISE DI SCRIVERE ALCUNE MEMORIE PERSONALI E DESCRISSE CON PASSIONE I MOMENTI DELLA SUA GIOVINEZZA, LE GIOIE, I DOLORI, LE ESPERIENZE NELLA CITTÀ CHE LEI STESSA DICE DI AVER TANTO AMATO, BRESCIA! LUOGHI, USANZE, PERSONE, CERIMONIE RELIGIOSE, FESTE, GIOCHI D’INFANZIA: MARIETTA, CON OCCHI DI BAMBINA, CI TRASPORTA IN UN PASSATO ORMAI LONTANO CHE, NONOSTANTE LE DIFFICOLTÀ, MOSTRA ANCHE PROFONDE SERENITÀ E FELICITÀ DATE DALLE COSE SEMPLICI DELLA VITA. 

FEDERICO VAGLIA, SERGIO MASINI

Scrive Paola Rivetta

Intervista a Federico Vaglia 

Chi sono Federico Vaglia e Sergio Masini… e come nasce Capitolium?

Noi lavoriamo dietro le quinte… Sorride un po’ imbarazzato Vaglia. Non facciamo parte del settore cimiteriale: ognuno di noi ha un suo lavoro. Io, Sergio Masini e Diego Agnelli siamo tre semplici appassionati d’arte, storia e cultura. Proveniamo da un sapere accademico che volevamo trasformare in fare pratico. Nasciamo come Associazione Capitolium nel 2010 con l’intento di “Fare cultura concretamente” dedicandoci al restauro. In convenzione con la Provincia di Brescia ci siamo fatti carico dell’Ossario di Montesuello sul lago d’Idro, dove è stato ferito Garibaldi, restaurandolo nel 2013. Entriamo all’interno del cimitero monumentale Vantiniano nel 2010 e, siglata una convenzione con il Comune di Brescia, l’emiciclo verde è stato il nostro primo lavoro di manutenzione e recupero. Vi si contano 67 cenotafi che all’epoca erano completamente ricoperti di edera, rovinati e illeggibili. Ci siamo occupati della manutenzione e ridipintura degli stessi fino a raggiungere il risultato che oggi tutti possono ammirare. Vi sono raccolte le incredibili storie d’innumerevoli persone: dal grande condottiero come può essere Teodoro Lechi, che fu il Comandante della Guardia di Napoleone, a Luigi Amadori un importante agente nel settore delle argenterie. La morte pone tutti sullo stesso piano, dal grande personaggio storico alla persona più umile e comune. Bambini, anziani, nobildonne, sacerdoti e così via. 

Il cimitero monumentale di Brescia è uno dei più antichi d’Europa…

Senza dubbio è il più antico in senso moderno poiché Brescia fu la prima a recepire l’editto napoleonico del 1804 (tramutato in legge nel 1806) con cui si stabiliva che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine. Al di là degli ovvi motivi igienici, tutte le tombe dovevano da principio risultare uguali per evitare discriminazioni, anche se per i defunti illustri era prevista la possibilità d’epitafio. Un’opera costruttiva iniziata nel 1813 da Rodolfo Vantini, con il progetto primigenio della Cappella dedicata a San Michele e dei primi portici, questi i suoi primi disegni, che avrebbe impegnato il noto architetto per tutta la vita. Molte le curiosità su questo luogo che la stessa Marietta Ambrosi tratteggia in un paio di capitoli del suo libro. L’autrice ricorda che da bambina entrava all’interno del cimitero di notte, proprio come facciamo noi una volta all’anno in occasione del giorno dei defunti. Dice che le sembrava una terra fatata. A quell’epoca il Vantiniano veniva illuminato praticamente a giorno da un’infinità di candele, immaginiamo che spettacolo! Sempre Marietta ricorda che “alla fine del viale v’era una bellissima chiesa di marmo e lateralmente dei portici chiusi da grate”. È questa un’altra importante indicazione storica: effettivamente fino all’inizio del ‘900 l’attuale ingresso non esisteva e delle grate facevano del cimitero una sorta di cittadella chiusa. 

Perché si faceva visita ai defunti durante la notte? 

Si tratta di un’antica tradizione che si perde nel tempo. Tutti pensano ad Halloween, ma quella non è che una deriva della più antica usanza, trasversale a moltissimi popoli del mondo, di celebrare la vicinanza con l’aldilà nella notte che separa la stagione invernale da quella primaverile. Tutto è profondamente simbolico: “allumando le lapidi e illuminando i cipressi” si vinceva l’oscurità notturna, le paure e la lontananza dei cari trapassati. Noi oggi illuminiamo solo qualche lapide in base al percorso scelto per la visita organizzata, ma a quell’epoca doveva essere uno spettacolo incredibile vedere tutte quelle luci stagliarsi nel buio della notte. Nel suo libro Marietta cita alcune lapidi che, così rischiarate, la colpivano profondamente. 

Per quale motivo ricorda alcune lapidi? 

La Ambrosi le ricorda per la loro particolare bellezza e questo sottolinea la sua capacità, fin dalla tenera età, d’appassionarsi all’arte e al bello della nostra città. In quel tempo i bambini vivevano ogni luogo di Brescia, erano come dei grilli che saltavano qua e là, osservando e assorbendo tutto ciò che stava loro intorno. La dettagliata descrizione che fa delle lapidi testimonia quanto i bresciani fossero partecipi e coinvolti dalla città. Tutto questo è stato per noi un’ulteriore fonte di vicinanza con Marietta, perché ricorda con trasporto proprio il cimitero di cui ci occupiamo da dieci anni con grande dedizione. Ad oggi, oltre all’emiciclo verde, abbiamo portato a termine i restauri di ben ottanta lapidi riscoprendone l’antica raffinatezza. 

Quali cita in particolare? 

Ci fermiamo. Quella che vedete adesso è la lapide “Maggi Via”, una nobile famiglia bresciana. Vedete quell’uomo che estrae un soldo dalla scarsella? Lo porge ad una donna con bambino mentre, dal lato opposto, un uomo inginocchiato lo osserva. È uno dei gruppi scultorei citati da Marietta Ambrosi. L’autrice si limita in realtà a riferire d’aver visto una bellissima lapide che raffigura un uomo che dona un obolo ad un bambino, una donna e un povero. Non vi sono dubbi che si riferisse a questa statua: Marietta nacque nel 1852 e il gruppo è qui dal 1856, coincide anche dal punto di vista temporale. 

Tra le righe del libro è possibile intravedere la personalità della scrittrice? Sappiamo che all’epoca le donne non avevano accesso a studi di grado elevato, dunque la sua era una naturale predisposizione al bello… 

Il padre era un falegname, ma anche uno scultore: lei, le sorelle e la moglie fecero spesso da modelle per i suoi lavori. In svariate occasioni Marietta raccontò ai giornali del tempo, come il Boston Globe, d’aver posato per lui a cominciare da quando, piccolissima, gli ispirò il volto di puttini o il bambinello per qualche presepe. In qualche modo la propensione e la devozione all’arte l’assorbì in famiglia. Più avanti racconterà che, una volta trasferiti negli Stati Uniti il padre, benché ormai anziano, realizzerà le statue di alcuni Santi per la principale basilica di Boston. 

Si trasferisce negli Stati Uniti e si avvicina al mondo delle modelle pur non essendo “una grande bellezza” (cit.)…

In effetti è proprio così e lo si può vedere anche da alcune immagini che abbiamo postato sulla nostra pagina Facebook (Associazione Culturale Capitolium) in cui posa per dei quadri del marito, Marcus Waterman. Marietta è una donna normalissima. Si definisce “un po’ grassottella, con i fianchi larghi, la bocca larga e gli occhi grandi”, ma la sua caratteristica distintiva è l’espressività. Era una donna comunicativa e brillante, dotata della gestualità e prossemica tipiche degli italiani. Sulle pagine del Boston Globe dell’epoca alcuni giornalisti dicono di lei: “ho incontrato per strada Marietta Ambrosi e, come al solito, ha illuminato di luce la strada stessa su cui passeggiava”. Era una persona vivace, solare che gesticolava, si sbracciava per salutare, e questa differenza culturale tra italiani e americani colpiva molto quest’ultimi. 

Una donna decisamente a colori. E suo marito? 

Li definirei un po’ come il diavolo e l’acqua santa. Marcus Waterman, era un pittore figurativo di grande pregio, ma dal carattere piuttosto introverso e burbero, sempre concentrato sul lavoro. Era un uomo che parlava poco, ma veramente talentoso, dipingeva in maniera eccezionale. Quando i due si incontrarono si piacquero subito e, da quel momento, non si separarono più. 

Continuiamo la nostra passeggiata e ci fermiamo davanti a un’altra tomba…

Questa è la “Dossi Rampinelli Spalenza”, la celebre donna velata, forse una delle statue più conosciute del Vantiniano. Marietta la cita narrando che all’interno del cimitero c’è “la lapide di una bellissima donna velata” che altro non è che la moglie di Federico Dossi, un nobile agreste scomparso anzitempo. La giovane vedova, Carla Rota, alla morte del marito ereditò una consistente ricchezza che, in gran parte, destinò ai bisognosi e, in particolare, alle ragazzine “traviate” e costrette a prostituirsi. A quel tempo la povertà a Brescia era diffusa e molte donne non avevano altro mezzo di sussistenza. La Rota diede vita allora ad un istituto che recuperasse e sostentasse queste giovani. Una scelta più che lodevole che, di contro, la fece oggetto di svariate minacce da parte di quanti lucravano sulla prostituzione. 

Il libro è stato scritto nel 1892 quando Marietta Ambrosi era già famosa, ma siamo ancora lontani dal suo arrivo negli Stati Uniti…

Lei giunge negli Stati Uniti nel 1871 e in breve si sposa con un marinaio italiano. Ha 19 anni e desidera probabilmente affrancarsi dalla famiglia (al tempo si raggiungeva la maggiore età a 21 anni). Marietta dice di come, fino ai 19 anni, ha condotto vita “da araba”: non può uscire di casa e passa il tempo con la sua bambola. Sono tratti molto teneri che, ne sottolineano in qualche modo l’ingenuità. Attraverso il matrimonio cerca con ogni probabilità l’autonomia, ma il marito ad un certo punto “sparisce”. Non si sa più che fine abbia fatto, né sembra che lei se ne preoccupi, a comprova della probabile unione di comodo. Ritroviamo la Ambrosi sola, nel 1877-1878, all’esposizione internazionale di Parigi, l’occasione della vita, perché le consentì d’avvicinare il mondo della moda e lavorare per alcuni celebri artisti. Prende di lì a poco a fare la spola con gli Stati Uniti, dove si sperimenta come docente di italiano e francese per mantenersi. Questo le consente il contatto con il gotha sociale e intellettuale di Boston, città che aveva dato i natali alla madre italoamericana e che era allora la più europea tra le città d’America, crocevia di arte e cultura. Grazie ad una serie di circostanze fortunate si fa notare e inizia a frequentare alcuni artisti alla moda. Presta ad alcune sculture le proprie mani, il viso, il corpo e, in un caso, funge anche da modella per la statua di un ragazzino. 

Potremmo definirla un’ispirazione per i suoi aspetti peculiari…

Certamente quel tipo di arte non ha niente a che vedere con la grande moda di Armani o Valentino, con donne perfette per sublimare la bellezza di un particolare capo. Nella scultura più che l’aspetto contano espressività e pathos, e da questo punto di vista l’opera funebre è quella che richiede specifiche sensibilità, grande partecipazione di sentimento. Ecco quindi che Marietta è la musa perfetta: intensa, eloquente, appassionata. Diviene in poco tempo d’ispirazione per artisti sempre più numerosi, che oggi stiamo cercando di catalogare perché, tra scultura e pittura, ancora manca una silloge delle sue collaborazioni. 

Continuiamo il percorso all’interno della cittadella funebre. Ci attende un’altra storia appassionante… Ci indica le lapidi del Cavalier Luigi Filippi Bresciani e Caterina Scaratti. 

Questo signore è stato un tenore e Marietta Ambrosi ne dà cenno nelle sue memorie allorché da Piazza Duomo si trasferì con la famiglia in via San Faustino. Abitavano allora in un appartamento di fronte al “ponticello”, oggi a fianco del Bottegone, dove una volta c’era l’Harley Davidson. Allo stesso civico, come confermato da un’indagine sui registri del tempo, risiedevano ben 24 famiglie. Al piano terra c’erano le stalle che Marietta ben descrive dicendo che le parve “bellissimo perché sembra di essere all’interno di un presepe”. Al suo arrivo le ragazzine e questa “figlia dell’americana” prendono a ritrovarsi la sera proprio nella stalla “condominiale” a fianco di donne che allattano, “scarpolini” al lavoro su qualche suola, impagliatori e così via. Racconta poi di un ragazzino, poco più grande di lei, con una voce bellissima. Canta in maniera sublime e, più in là, Marietta accenna che sarà scritturato per esibirsi in America. C’è voluto un bel po’ per scoprirne il nome: recuperate le informazioni sui tenori bresciani, isolati quelli che ebbero modo di viaggiare oltre oceano, abbiamo soppesato esperienze e anni d’attività sulla base dei documenti d’epoca. Poi la scintilla. Luigi Filippi Bresciani, al tempo pellettiere, abbiamo scoperto che abitava nel palazzo a fianco. Marietta indica che il giovane era intento a lavorare del cuoio: non poteva essere che lui. Aveva solo diciott’anni quando fu scoperto e successivamente scritturato per il teatro. Divenuto famoso, uno dei suoi tour più importanti l’avrebbe visto qualche anno dopo in Sudamerica, dove conobbe la moglie Caterina Scaratti, originaria di Macerata. Rientrati in Italia i due fecero base a Milano e da lì calcarono i palcoscenici dei più grandi teatri d’Europa e d’America. Si trasferirono poi a Brescia in età avanzata, quando lui soffriva ormai di nefrite, una patologia a carico dei reni. 

La trama si infittisce. Come prosegue la storia? 

Era una mattina del 1907 quando la moglie si recò in cucina per la colazione e lui, approfittando d’un momento di disattenzione della donna, entrò nello sgabuzzino e si tagliò la gola con un rasoio da barba. Tanto quanto visse in maniera teatrale, così uscì di scena in modo simbolico e drammatico. In realtà il suicidio era cosa abbastanza comune al tempo: in tanti sceglievano di togliersi la vita quando venivano loro diagnosticate malattie per le quali non v’era cura o guarigione completa… chi con la pistola, chi con un coltello o annegandosi, sceglievano il gesto estremo. Può sembrare strano ma le cronache dell’epoca riportano spesso simili episodi. Noi vogliamo comunque ricordarlo per la sua eccezionalità artistica. Un’altra curiosità è che circa sei anni fa, molto prima di scoprire il libro della Ambrosi, acquistammo dall’Inghilterra una foto del 1870 inviata da una donna di Milano ad un’amica inglese. La donna ritratta ci aveva colpito per l’avvenenza e la raffinata eleganza nei vestiti del tempo, adorna di preziosi gioielli. Allora non sapevamo chi fosse. Scoprimmo poi che si trattava proprio di Caterina Scaratti. Un’incredibile coincidenza. 

Torniamo al libro. Perché la coppia decide di tornare in Italia?

Ad un certo punto il mondo artistico cambia e Marcus Waterman, classe 1834, quindi molto più vecchio di Marietta, non si ritrova più nelle nuove mode che dal figurativo virano verso lo stile espressionista romantico. Ormai in contrasto con l’ambiente di Boston decide di trasferirsi. E dove se non, in Italia, a Brescia. Marietta la ama al punto da aver scritto un libro sulla città, perché dunque non farvi ritorno? I due si erano tra l’altro sposati da poco, nel 1908. Marcus aveva infatti fatto voto alla madre di non prender moglie fino alla sua morte e la donna visse fino al 1907, raggiungendo i 92 anni. Così a 74 anni compiuti Waterman sposò finalmente Marietta, raggiungendo l’Italia come marito e moglie. Non prima, tuttavia, che il pittore avesse organizzato un addio teatrale alla sua patria: in rottura col mondo artistico contemporaneo diede fuoco a tutte le opere del suo studio. Fortunatamente si trattava solo di una parte di quelle prodotte dall’artista, molte tele erano infatti già state vendute in precedenza e ancora oggi fanno la gioia di alcuni collezionisti. 

Cosa succede a Brescia? 

Al loro arrivo si stabilirono all’hotel del Gambero, in centro storico, per affittare in seguito una villa nell’attuale zona di viale Venezia. Marcus e Marietta, che nel bresciano frequentano vari intellettuali e artisti, si trattengono spesso sul lago di Garda, all’epoca raffinato punto di riferimento per la cultura con frequentazioni da tutta Europa. Erano proprio a Maderno quando, alcuni anni dopo, Marcus muore a seguito di un improvviso malore. Il corpo dell’uomo, riportato in città, per volontà di Marietta viene incenerito nel forno crematorio annesso al cimitero monumentale. È il 1914 e siamo agli esordi della Prima Guerra mondiale. Non abbiamo specifici documenti, ma riteniamo che Marietta, in qualche modo spaesata e in ambasce, decidesse allora di far ritorno negli Stati Uniti per trascorrere gli ultimi anni accanto ad una delle sorelle rimasta vedova come lei. 

Come si conclude la vicenda? 

È il 1921 quando Marietta decide d’intraprendere un nuovo viaggio di piacere. Com’è documentato dal suo passaporto decide di fare tappa in Italia, a Brescia, ma nel giugno dello stesso anno si ammala e muore di peritonite. Viene sepolta a fianco del marito che tanto aveva amato. A comprova del benessere economico di cui doveva godere, al tempo alloggiava in un bellissimo palazzo storico, l’hotel Brescia in via Umberto I, oggi via Gramsci. Nella sua stanza trovarono denaro, gioielli, dipinti, documenti e intere casse di vestiti. Il Notaio, un certo Fumagalli, scrisse ben otto pagine per catalogare il tutto. Si concluse così la storia di Marietta Ambrosi, che possiamo considerare la prima scrittrice dell’ottocento bresciano e una delle modelle più conosciute degli Stati Uniti. 

Arriviamo alla tomba degli sposi… 

Ed eccoci arrivati dalla nostra protagonista, la tomba dell’Ambrosi e di Waterman. Come per le altre lapidi di questi cinerari non v’è apposto altro che il nome. È per questo che abbiamo deciso di fare delle indagini, per ricostruire le storie di questi personaggi dimenticati. Il tempo e la pazienza sono aspetti fondamentali per il nostro lavoro, che tuttavia ci ha premiato con la scoperta dell’affascinante opera di Marietta che abbiamo tradotto, corredata di note e rieditato. 

Quanto tempo avete dedicato a questa storia incredibile?

Parliamo di circa sei mesi di lavoro. Al di là dell’aspetto linguistico dovevamo verificare luoghi, date e persone di cui si era persa la memoria, quindi una mole di lavoro non indifferente. Ci tengo a ringraziare quanti ci hanno aiutato in questo lungo percorso e, in particolare Pietro Freggio della Libreria Fenice, che ha creduto nel progetto facendone la prima pubblicazione della sua Fen Edizioni, e Tiberio Faedi, grafico di grande capacità e passione che ci ha seguito passo passo. Grande sostegno ci è venuto poi da Diego Agnelli che, come già accennato, compone con me e Sergio Masini la Capitolium. 

Ricostruire luoghi e nomi non sarà stato semplice. Come siete riusciti a contattare la famiglia dopo tutti questi anni?

Le “eredi” di Marietta, Janice e Barbara, sono discendenza di una sorella. Tramite gli archivi e alcuni colleghi che lavorano nel nostro settore in Boston siamo risaliti all’indirizzo di Janice cui abbiamo destinato una lettera nella vana speranza ci rispondesse. Dopo una ventina di giorni abbiamo ricevuto una sua risposta via mail: si diceva estremamente contenta di darci una mano e ci donava alcuni cimeli e documenti che la famiglia aveva conservato. Come immaginerete abbiamo atteso il pacco con trepidazione: pareva non arrivasse più! Al suo interno c’erano svariati oggetti, testi e immagini appartenuti a Marietta, tutto funzionale a ricostruire il suo “puzzle storico”. Janice ci ha altresì detto che il padre, sulla base d’una raccomandazione del nonno, ovvero il nipote di Marietta, aveva previsto che prima o poi qualcuno dall’Italia avrebbe chiesto notizie di quella straordinaria donna della loro famiglia. I discendenti avrebbero allora dovuto prestar loro ascolto, aiutarli inviando quant’era sopravvissuto dei documenti di Marietta. Un epilogo perfetto. 

Come avete trovato il libro di Marietta Ambrosi? 

Partiamo dicendo che l’elemento chiave è stato il marito, Marcus Waterman. Una volta identificato e riscoperto il noto pittore quello ci ha spinto alla ricerca d’informazioni sulla moglie, altrimenti sconosciuta. Solo in seguito ad alcuni approfondimenti ci è stato chiaro quale interessante figura rappresentasse proprio per la nostra città. In Boston del resto, abbiamo scoperto, erano entrambi noti e apprezzati, volti amati della frizzante vita culturale del tempo, ideatori e animatori di serate d’arte e musica, ma anche figure dedite al sostegno dei più sfortunati, in special modo dei bambini. Dalle pagine dei rotocalchi di un tempo, tra un riferimento e un articolo, siamo giunti al titolo del libro di memorie, “Italian child life”. Leggendolo abbiamo scoperto un vero tesoro d’informazioni per la nostra città. Il testo non era mai arrivato sia in Europa che in Italia e quindi mai tradotto. 

Il libro si trovava negli archivi di Stato di Washington, come l’avete recuperato?

Non è stato semplice, ma negli archivi di Stato di Washington esiste una biblioteca oggi digitalizzata e, cercando con pazienza, abbiamo messo in fila tutto. Certamente si è trattata anche di una felice combinazione perché i libri da “spulciare” erano davvero innumerevoli. Da quella ricerca abbiamo derivato dapprima nomi, cognomi e luoghi, così da dare inizio alla fase di confronto sinottico tra documenti d’archivio e articoli che riferissero dell’autrice. Nessuno in Brescia ne aveva mai sentito parlare, quindi anche i più noti fondi o cataloghi non potevano essere d’aiuto, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Il testo originario si è dimostrato, pur nella sua semplicità, da subito preciso, puntuale e piacevole alla lettura, perché allora, ci siamo detti, non rieditarlo in toto? “Vita di una ragazza” ha preso forma a partire dalla cosa più difficile: la traduzione da un inglese desueto, che spesso sperimentava formule americane nel tentativo di rendere parole che la stessa Marietta aveva magari derivato dal dialetto. Si aggiunga poi che gli stessi temi appartenevano, con tutta la portata dei loro addentellati linguistici, a usi e tradizioni lontane. Tra i ricordi sono poi citati alcuni luoghi che non esistono più o, magari, hanno cambiato nome. Sono state necessarie competenze trasversali per comprendere appieno ciò che viene descritto nell’originale. l’Associazione Brescia Underground, ad esempio, ci ha aiutato facendo sopralluoghi che ci restituissero, sia sotto che sopra il selciato attuale, la disposizione di alcuni edifici che dal tempo di Marietta sono profondamente cambiati. Infine abbiamo dovuto rendere il testo comprensibile e fruibile all’orecchio contemporaneo, corredandolo di note utili a meglio comprenderlo nella sua interezza.

Una storia incredibile che merita d’essere conosciuta, magari portandola nelle nostre scuole? 

Assolutamente, anche perché fu concepito a fini didattici anche all’epoca! Marietta Ambrosi scrisse questo libro per imprimere su carta i propri ricordi, ma al contempo trasmettere ai giovani italoamericani, magari immigrati di seconda generazione, com’era l’Italia. Voleva trasmettere loro gli usi, i costumi, il modo di pensare e, ancora, i giochi, le feste religiose e civili che erano comuni in tutto lo Stivale, non solto a Brescia. La nostra fortuna è che, facendolo, tratteggia anche piccoli, grandi fatti storici e di costume sì da ottima cronista, ma con l’innocenza descrittiva della bambina o di una giovane donna. Così Marietta cita ad esempio la festa della Madonna del Lino del 15 agosto, quando la statua della Vergine veniva portata a spalle dai mercanti della piazza del Mercato e ricoperta di monili d’oro. Ci racconta anche dell’oro che veniva offerto in dono per scongiurare pioggia o giornate troppo afose, deleterie per la loro attività. Pensiamo a ragazzini che, in corteo per tutto il quartiere, quello delle spaderie – dove oggi sorge Piazza Vittoria, procedevano solerti cantando con i ceri in mano… quando tutto finiva riponevano le candele in maniera ordinata, ripiegavano le vesti e la statua di Maria veniva posta in sagrestia con un lume dinnanzi, per farle compagnia durante la notte. Ci sono poi il rogo della vecchia, la messa di Natale, le fiere e tanto altro.

Il nostro patrimonio non dev’essere perso… 

Un patrimonio culturale e religioso che rappresenta la nostra storia e che è importante non soltanto come memoria del passato, ma anche valore che può e deve trovar posto nel comune futuro. La riscoperta di questa singolare autrice rappresenta qualcosa che vorremmo portare nelle scuole: è la preziosa testimonianza del passato affidata alla penna di una loro coetanea di un secolo e mezzo fa. Qualcosa di cui far tesoro. Il ricavato della vendita del libro, inoltre, servirà esclusivamente per operare importanti lavori di restauro al Vantiniano, perché questo scrigno d’informazioni, questo museo a cielo aperto resti fruibile anche alle future generazioni. Al momento abbiamo quasi esaurito le prime 500 copie del libro e andremo in ristampa a breve per soddisfare le numerose richieste pervenute. “Vita di una ragazza” è reperibile direttamente alla Libreria Fenice di Brescia, in altre librerie oltre che, naturalmente, online. 

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