Massimo non Minini

“Se mi chiedi se ho capito e che cosa ho capito, arrivato alla mia età e cinquant’anni di Galleria, ho capito che c’è ancora molto da capire, come se fossimo arrivati sul bordo di un Sistema Solare e di fuori  c’è ancora molta roba da vedere… Quindi, al di là delle opere, c’è tutto un mondo da inventare e da scoprire ed è il mistero di questo infinito che ci attrae. Infondo le opere di Paolini e di Kapoor ci parlano dell’infinito, il desiderio dell’indeterminato…”

Massimo Minini

Minini è un gallerista, un artista, un personaggio che tutti ben conosciamo anche attraverso i suoi “Scritti”, ma chi è Massimo?

Lo chiedi a me? Sorride.É una domanda a cui non so rispondere e non posso rispondere. Chi è Massimo… Ognuno di noi si vede dal di dentro, mentre al di fuori viene percepito in modo differente. Credo si tratti di un concetto un pò pirandelliano, chi sarà il protagonista: chi sarà l’uno, il nessuno o il centomila. Chi siamo, dove siamo, da dove veniamo e dove andiamo, una cosa di questo tipo insomma. Io sono il pulcino del mio archivio, sono come Borges solo che lui era capace di scrivere e io no, sto ancora imparando. Hai letto il mio ultimo libro “Scritti”? – Annuisco, una vera opera d’arte. Io in realtà cerco la contraddizione, io sono una contraddizione, cerco di contraddirmi per creare un po’ di scompiglio e mettermi in questione. Si dice che Sciascia avesse chiesto che fosse inciso sulla sua tomba: “contraddisse e si contraddisse”, ma non so se poi l’abbiano scritto davvero! Sorride. Se ci pensi é molto sottile come posizione, contraddisse e si contraddisse. Un modo per mettersi in questione, una forma di snobismo perché contraddirsi vuol dire essere degli snob, però io sono uno snob, abbastanza.

Un modo per creare dissonanza, come ascoltare musica ad alto volume? 

Non direi, piuttosto musica in “Silenzio” come quella di John Cage. – Quindi il silenzio, non la musica chiedo – Direi che il silenzio tra due musiche è la vera musica.

Parliamo di Arte. In questi cinquant’anni ha parlato e scritto d’arte, collaborato con moltissimi artisti, visto innumerevoli opere. Se esiste una definizione di “arte”, cosa non lo è secondo lei?

Se sapessimo cos’è l’arte potremmo anche dire che cosa non lo è, ma siccome non sappiamo cos’è l’arte, è difficile stabilire che cosa è diverso dall’arte. Prova a chiederlo a cento persone e riceverai altrettante risposte differenti. “L’arte è l’oggetto fatto a regola d’arte” diceva Bruno Munari, quindi arte è anche un oggetto; alcuni vedono l’oggettualità dell’arte, mentre per altri l’arte è pensiero. Di certo l’arte rappresenta l’espressione più alta dell’uomo.

In questi anni ha individuato con grande lungimiranza degli artisti che nel tempo hanno confermato il loro valore. Cosa contraddistingue un lavoro di artigianato, da un’opera d’arte o un capolavoro. Cosa la colpisce in particolare? 

Prima cosa l’inutilità. L’artigianato serve per mangiare, per dormire o guardare la televisione. La produzione di oggetti è finalizzata ad un uso; se c’è un uso non è arte. L’arte è inutile! Io ho una vasta collezione di tessuti e molti mi chiedono cosa me ne faccia. La risposta è: “niente”. Li guardo, li tengo nei cassetti e quando voglio li ammiro. Anche quella è una funzione perché l’arte ti riempie la vista, la testa, quindi non è solo ciò che è fungibile che ci può interessare, ma anche ciò pur essendo materiale non serve a nulla. L’intento dell’arte è sicuramente un capitolo molto interessante.

A proposito di contraddizioni, l’utilità dell’arte risiede nella sua inutilità?

Se non serve a niente, l’arte, serve a tutto. Come l’ordine e il disordine di Boetti, se il disordine fonda un nuovo ordine, l’inutilità apre tutte le possibilità. Primo fra tutti il gioco. A cosa serve giocare? A niente, ma fa bene allo spirito, alla mente, al corpo: fa bene a tutto. L’artista americana Sheila Hicks tocca i materiali e li trasforma con minimi spostamenti di senso. Prende dei gomitoli di lana e lino, li disfa, li ricompone e subito questi materiali, che in una vetrina della strada nessuno avrebbe guardato, diventano inutilmente bellissimi, oggetto di ammirazione. Sono andato a trovarla a Parigi dove vive da cinquant’anni, nello stesso immobile dove abitarono Giacometti, Balthus, Hockney. Il suo studio era pieno di colori, di fili, di lane, di materiali che lei trasforma con un semplice gesto della mano. Il risultato è di una stupefacente semplicità, quasi ovvia, e una volta visti i lavori, quei lavori che rimandano ad Itaca, il fare e disfare ti ricorda Penelope e il suo lavoro, solo apparentemente inutile, in realtà, di fatto, risolutivo: l’Odissea senza i suoi gomitoli sarebbe sicuramente finita diversamente. 

Sono riuscito a non rispondere? Mi chiede… In realtà è riuscito a non rispondermi con una lunga risposta… scherzo!

Arte contemporanea perché, dà un messaggio?

Non credo, altrimenti anche la cartina geografica sarebbe un’opera d’arte. La cartina è un documento fatto con la testa, ci sono libri e studi già fatti, mentre l’arte, nel momento in cui nasce, non ha una letteratura quindi tu la vedi e devi reagire di pancia, non tanto di testa. Si tratta di un modo di reazione diverso. Arte contemporanea perché… non mi piace andare a cena con Raffaello! Lo storico dell’arte si basa sull’evidenza dell’opera, ma anche sugli studi che sono stati fatti nel frattempo; chi si occupa di Caravaggio deve fare i conti con Roberto Longhi, Cesare Brandi eccetera. Chi si occupa di Paolini invece, seppur la nostra storia oggi viaggi a gran velocità e alcuni artisti sono già storicizzati, deve reagire spontaneamente alla vista di opere che nascono nell’oggi e quindi ci riguardano molto più da vicino, ci danno fastidio tutti i giorni!

L’arte contemporanea racconta dunque una storia in divenire oppure cerca un punto di rottura, provoca per rompere gli schemi?

Diciamo che c’è l’arte che rompe gli schemi, ma anche l’arte che li accomoda. Poi “arte, arte”, noi parliamo di arte come fosse un unicum, ma in realtà potremmo riferirci a cose molto diverse tra loro: dai vasetti siculi della preistoria a Maurizio Cattelan nel mezzo esiste chiaramente di tutto. L’arte ha servito diversi padroni: l’arte sciamanica per far piovere o far sorgere il sole; l’arte che celebrava le vittorie dei faraoni, degli Assiri o dei Babilonesi. In Grecia nasce l’uomo, a Roma nasce l’individuo con i ritratti. La scultura greca è una scultura umana dove c’è l’uomo, ma non c’è l’individuo, non si tratta mai di un ritratto; i Kouroi nella Grecia sono figure idealizzate, dei corpi privi di azioni e di attributi. Roma invece ci mette la testa di Giulio Cesare, Augusto e Nerone, lasciando perdere l’individuo. Poi arrivano i barbari in Italia e tagliano tutte le teste. Infine, catturati dalla nostra religione e dalla nostra cultura diventano loro più romani dei romani, più italiani degli italiani. Quando la Chiesa si avvicina a questo mondo di creatività, l’arte si piega al servizio della religione e del resto, se ci pensi bene, quando noi pensiamo al Signore, alla Madonna, gli Apostoli e via dicendo, cosa vediamo? Ciò che abbiamo visto dipinto dagli artisti nei secoli. Sono stati loro a dare un volto a Dio e lo hanno fatto a nostra immagine e somiglianza…non viceversa. Un discorso complesso.

In questa Galleria sono passati moltissimi artisti importanti e conosciuti, chi non è passato di qui? Come rimpianto o forse come errore… ha fatto degli errori? 

Sì tantissimi, più di quanti non si creda. Errori come non aver preso un artista nel momento giusto. Del resto da quando il Mercato dell’arte è diventato anche un grande investimento, i giochi sono diretti e tante volte chi ha inventato questo gioco non ti lascia metterci il dito, proprio come un pasticcere difende l’impasto del suo dolce! Quando senti parlare di prezzi mirabolanti non sono mai per te, ma per quelli che l’hanno inventato. In alcuni casi si tratta di vere operazioni economiche e noi che facciamo parte del Mondo dell’arte abbiamo la sensazione che alcuni artisti siano giudicati bravi, prima ancora di averlo dimostrato davvero. Io non ho niente contro il Mercato di cui faccio parte, però quando il Mercato diventa Supermercato, c’è qualche problema. Sai non è facile, ma ci provano e qualcuno ci riesce.

Arte come passione. Che cosa l’appassiona, cosa le muove lo stomaco, il cuore?

La domanda che mi fai è interessante, che cosa mi appassiona dell’arte… Mi piace il fatto di trovarmi là dove nascono le idee, non parlo di un’opera o dell’altra, ma occuparsi di arte vuol dire trovarsi tra persone che discutono di cose inutili, futili come dicevamo prima. Io potrei passare tutto il pomeriggio a parlare di questi due neri – si riferisce a due opere di Kapoor – senza che sia buttato via e quindi occuparsi d’arte vuol dire poter sopravvivere senza dover fare un lavoro faticoso o stancante. Forse tanti ragazzi desiderano fare gli artisti perché sperano di cavarsela e sfangarla senza lavorare… Ride. È una cattiveria sto scherzando…

L’arte per la maggior parte delle persone è stupore ed è quello che suscita in prima battuta. Cosa stupisce ancora Massimo Minini?

Per stupirmi basta voltarmi indietro e guardare che cosa è successo. Lo stupore può essere trovato non tanto nel futuro che non si può conoscere o nel presente che a volte misconosci, ma anche nel passato. Nel mio libro si dice che l’arte è nel passato, sono partito dall’oggi per andare indietro e sono arrivato alla Preistoria. Dopo non si sa cosa succederà, dopo inizia un viaggio che è al di fuori della nostra Galassia. Se tu mi chiedi se ho capito e che cosa ho capito, arrivato alla mia età e cinquant’anni di Galleria, ho capito che c’è ancora molto da capire, come se fossimo arrivati sul bordo di un Sistema Solare e di fuori c’è ancora molta roba da vedere… Quindi al di là delle opere c’è tutto un mondo da inventare e da scoprire ed è il mistero di questo infinito che ci attrae. Infondo le opere di Paolini e di Kapoor parlano dell’infinito, il desiderio dell’indeterminato.In questo apparente contrasto che in realtà è una somma di visioni, si ricompone questa metafora che alla fine chiamiamo arte. La metafora è un trasporto di significato dal greco “meta+phero” e qui diventa un incontro tra due universi di pensiero e dà vita ad un gioco. Al termine di tutto ci accorgiamo che il fare, il disfare, il costruire e l’accumulare sono stati parte di un gioco serio, il gioco della vita oppure, se preferisci, il mestiere di vivere. Le opere esposte nella mia Galleria non hanno l’obiettivo di piacere, non sono nate per piacere, bensì per attivare il pensiero intaccando le nostre certezze, la nostra idea di fisicità, il fatto di scoprirci e di apparire.

Come hanno dialogato i due artisti? Si sono incontrati in Galleria? 

Non si conoscevano di persona, ma stimavano reciprocamente i loro lavori. La mostra è stata una mia idea che loro hanno accolto con entusiasmo perché hanno compreso che aveva delle potenzialità. Puoi giocare in queste opere! Quello che Umberto Eco definì “Opera aperta”, titolo di un suo famoso libro del 1962. Qui lo spazio tempo interferisce e nega certe realtà, certe scoperte. La geometria euclidea viene spazzata via dall’arrivo dello spazio-tempo e qui viene materializzato. Non sappiamo definirlo in alcun modo. Giulio Paolini e Anish Kapoor si sono trovati più sulla contraddizione, diciamo, che non sulla considerazione, stanno bene insieme perché si negano l’uno con l’altro.

Non hai mai pensato di dedicarti all’arte in prima persona, come artista? 

No quello no, troppo difficile, ho fatto il gallerista perché mi sembrava troppo difficile fare l’artista! Scherza. L’artista ha delle responsabilità, inventa, aggiunge qualcosa al mondo, mentre i galleristi lo ammobiliamo con quello che l’artista dà loro. L’artista deve avere qualcosa da dire, noi possiamo dire qualcosa anche senza avere niente da dire usando il linguaggio dell’artista.

Però hai  raccontato qualcosa anche tu con i tuoi “Scritti”, la scrittura è una forma d’arte… 

Sì è vero, allora ho fatto anche l’artista. Vedi che mi contraddico sempre! Ride.

Faccio un passo indietro, una domanda a cui non hai risposto… Errori e rimpianti. Chi non è passato di qui, chi vorresti avere in Galleria? 

Tantissima gente! Ovviamente gli artisti che ce l’hanno fatta e che non sono riuscito ad acchiappare. Racconto spesso la storia di Gerhard Richter, un grandissimo pittore tedesco che oggi ha una novantina d’anni e venne da me a Brescia tanti anni fa, proprio per vedere una mostra di Paolini con alcuni amici galleristi di Roma. Andammo a mangiare al ristorante Due stelle al Carmine, ricordo ancora la tovaglia rossa a quadri, con la zia che faceva la gallina con i maroni. Sorride. Comunque in quell’occasione fu molto gentile e mi disse di andarlo a trovare quando avessi voluto. Al tempo mi sembrava troppo importante per me e poi, quando pensai di andare, era troppo tardi perché era diventato famosissimo, inavvicinabile. In effetti esiste un aspetto poetico dell’arte, un qualcosa che rende le opere dei capolavori, tuttavia nella maggior parte dei casi lo si può sapere solo a posteriori.

A proposito di aspetto poetico, non posso trascurare questo assist, ami la poesia? 

Poco, sono un po’ noiose e molto lagnose… Quindi cerchi la poesia nell’arte, nella vita? 

Sì ogni tanto. Ho una sezione della mia biblioteca dedicata alle poesie però è una delle meno frequentate. Leggevo più poesie una volta, oggi molto meno. 

É ben nota la tua passione per i tessuti, ti lasci ispirare da loro?

Sì, quelli hanno tanta poesia dentro. Io probabilmente sono più per un’arte visiva piuttosto che raccontata… Ma tornando alla poesia, potresti oppormi il fatto che io stesso approfitto della scrittura. In effetti qualche poeta mi ripaga ancora, come Sandro Penna, quelli più persi. Aggiungo che oggi ormai abbiamo metabolizzato tutto; Apollinaire, Marinetti, i futuristi. Tutti cercano di stupire, ma probabilmente il miglior modo per stupire è cercare di non stupire…un’altra contraddizione in termini!

Non hai mai abbandonato la sua città, fai spostare le persone a Brescia, grandissimi nomi dell’arte… non hai mai avuto paura di fermarti qui?

Qui si sta più comodi, sorride. All’inizio c’erano anche dei motivi economici, a Milano una Galleria sarebbe costata molto di più e avrei avuto tanta concorrenza. Fare una mostra di Kapoor e Paolini a Brescia è un avvenimento, mentre a Milano avrei avuto tanti concorrenti. Diciamo che potevo avere più visibilità stando fuori dai grandi centri, senza cacciarmi in una città dove succede di tutto, la gente sa tutto e pensa di sapere tutto e quindi guarda le cose con sufficienza. Poi un po’ di pigrizia perché nei primi anni della Galleria avevo anche un altro lavoro per sopravvivere e quindi ho pensato di stare qui e vedere cosa sarebbe successo.

Non sono troppo convinta di questa risposta e incalzo. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto. Forse è stata una sfida?

Ho cercato di portare qui il mondo, questo sì! Di fatto però io sono rimasto qui, quindi alla tua domanda rispondo che non sono rimasto a Brescia per far venire il mondo qui, ho fatto venire il mondo qui perché ero qui da solo e mi annoiavo. Quando ho aperto la Galleria mi sono messo ad aspettare che entrasse qualcuno e siccome non entrava nessuno mi sono mosso io. Vero è che sono nato in un periodo fortunato, in quegli anni nascevano le Fiere, le autostrade, i computer, i cellulari e il Mondo è cambiato. Oggi puoi anche aprire una Galleria in una città di provincia purché tu sia inserito in un circuito mondiale; il tuo circuito lo crei con le idee e con i mezzi tecnologici a disposizione, di conseguenza le grandi mostre, le biennali e via dicendo. E così può capitare di venire qui a Brescia e trovare Paolini e Kapoor, dove non ti aspetteresti mai… Ogni tanto qualcuno entra e chiede: “Cos’è questa cosa qui?”. Divertente!

Esistono ancora tantissime cose da scoprire… 

Sapere tutto non lo sapremo mai, sono talmente tante le cose da scoprire che non riuscirò mai a scoprirle tutte. Di conseguenza come diceva Socrate nel 550 a.C. “So di non sapere”, però Lao Tse negli stessi anni in Cina scriveva “Non so di sapere”, quindi so perché ho il sapere dentro di me, ma non so di sapere. Forse oggi, in qualche modo, avrebbero potuto comunicare come Kapoor e Paolini, come il bianco e il nero, si sarebbero trovati agli opposti di una medesima opera…

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