Matteo Bonalumi,“Everest, il sogno”

Non è solo la storia di una delle più iconiche imprese del nostro tempo, la scalata dell’Everest, alla conquista di una delle vette più alte e impervie, ma è un vero percorso spirituale interiore che l’alpinista bresciano Matteo Bonalumi ha affrontato e ha deciso condividere e di incidere nella memoria con “Everest, il sogno”.

“Sapendo che sopra la bufera ci sono sempre le stelle” (Matteo Bonalumi)

Qual è stato il tuo rapporto con la montagna e perchè l’hai sempre cercata?Sono nato e cresciuto con questo senso di appartenenza. La chiamo passione e infinito amore, un trasporto che attraverso un lucido flash back sul passato mi rivede bambino correre entusiasta insieme ai miei fratelli sul cucuzzolo delle collinette. Salivo di corsa, arrivavo sempre per primo e non ho mai smesso, nemmeno per un attimo, di farlo. La montagna per me non è solo passione ma testimone di un rapporto intimo e personale che si crea con la natura. Boschi, silenzio, genti: il bello è tutto quello che sorge e si respira intorno alla vetta. Sono un alpinista e nella mia vita ho affrontato numerose scalate ma non sono totalmente e unicamente sedotto da questo lato così estremo della montagna, la vivo a trecentosessantagradi visitando i rifugi, andando a funghi, chiacchierando su un sentiero. La montagna è l’essenza della mia vita. 

Quando “respiri” la montagna lo fai in modo rispettoso, contemplativo o sfidante?Per gli alpinisti con una certa esperienza e con una maturità sulle spalle la pa-rola sfidare è quasi proibitiva. Non vi è nulla da contende-re e non è proprio possibile competere contro la natura. La montagna, in sintesi, non la sfidi mai perchè sarai sempre perdente. L’unica sfida è quella che avviene con te stesso, con i tuoi limiti, fisici ma soprattutto interiori. Molto spesso questa passione viene inevitabilmente giudicata azzardata, quasi nefasta, ho perso tanti amici in montagna è vero, ma anche lungo l’A4. L’esperienza maturata in tanti anni di scalate mi ha condotto ad agire sempre in sicurezza e con grande lucidità ma il destino è irreversibile e da vero fatalista credo fermamente che ognuno abbia il suo. Il mio rischio è alto ma considerando altri fattori mi espongo meno di tantissimi miei coetanei. Per riuscire a scalare queste vette devi per forza sottostare a regole piuttosto rigide capaci di forgiare uno stile di vita esemplare, curando l’alimentazione e dedicando moltissimo tempo all’attività sportiva. Già questo di per sè rappresenta un “regalo” importante che facciamo al nostro corpo a tutela della nostra longevità. Questi atteggiamenti delineano senza dubbio uno stile di vita molto più sano rispetto alla sedentarietà e al comune sgarro alimentare. Ecco perchè, fatte queste premesse, rischio molto meno io nella vita.   

Con tanti anni di scalate alle spalle quale motivo più di ogni altro ti ha condotto a voler scalare proprio l’Everest?Lo scrivo nel mio libro “Everest, il sogno” Marco Serra Taran-tola Editore. L’Everest è l’icona di tutti i tempi non solo per noi alpinisti. Avrei voluto scalare la parete nord, quella della Cina, aperta proprio quet’anno dopo 4 anni di fermo a causa anche del Covid. É un tratto tecnicamente più difficile e molto poco frequentato rispetto al versante sul Nepal particolarmente sovraffollato da alpinisti e sherpa. Era proprio il mio Everest. Ho sempre desiderato affrontare la scalata sulla parete nord  proprio per non venire meno all’intimità e alla sacralità suggerita dalla montagna. Purtroppo la Cina ci rifiutò il permesso nonostante avessimo atteso per ben quindici giorni in dogana. Insieme ad altri alpinisti dovetti quindi dirottare la scelta verso la parete Sud-Est, quella del Nepal, una valle di per sè meravigliosa ma purtroppo contraddistinta da sovraffollamento. Il campo base era particolarmente cosmopolita, un aspetto che comunque mi permise di stringere rapporti con tantissime persone. Non fu la mia prima scelta e nonostante i tanti aspetti positivi non riuscii a ritrovare i miei silenzi e quell’aspetto così intimo con la montagna. Non raggiunsi purtroppo la vetta, anche per le condizioni metereologiche avverse, soprattutto per il forte vento e a 300 metri dall’arrivo dovetti scegliere: la vetta o la vita. Scelsi la vita consapevole che in realtà il mio Everest l’avevo comunque raggiunto.

Tu hai agito con grande coscienza e razionalità ma chi agisce di impeto e non ce la fa?Chi va oltre, chi rischia di più sono coloro che hanno meno esperienza. Sono montagne estremamente costose e per molti alpinisti rappresentano un “one shot” nella vita. Quell’adesso o mai più che ti rende quasi cieco dinnanzi al rischio. Puoi farcela ma puoi anche perdere tutto.

Come ti sei preparato per affrontare questa sfida? Sia dal punto di vista fisico che emotivo…La prepazione fisico-atletica deve essere continua per poterti candidare a scalate di questa entità. L’età matura inoltre implica un atteggiamento costante e una preparazione davvero impegnativa. In molti lo chiamano sacrificio io invece la reputo una passione e comunque il mio normale stile di vita: preferisco senza dubbio alzarmi alle 5 di mattina per andare a correre in Maddalena piuttosto che guidare fino a Milano.La preparazione, essenziale, è comunque un mix di grandi salite e importanti dislivelli. Giochi tutto su resistenza e velocità e più sei allenato più hai la possibilità di affrontare i rischi e di tornare a casa vivo. Per farti un esempio, prima di affrontare gli 8.000 metri compio dai 20 ai 30 mila metri di dislivello al mese. L’allenamento è una condizione imprescindibile perchè quando ti ritrovi a certe altitudini il tuo unico obiettivo è quello di acclimatarti cercando il più possibile di concentrarti sulla quota e sulla mancanza di ossigeno. É necessario risparmiare il più possibile le energie. Dal punto di vista alimentare è necessario partire con un paio di chili in più poichè in quei mesi ne perderai molti. Al campo base l’alimentazione che viene offerta rispecchia quei territori e devo dire che si mangia piuttosto bene mentre nei campi alti la situazione cambia soprattutto per l’inappetenza stimolata dall’alta quota che spesso conduce l’alpinista a provare un senso di nausea e mal di testa, o come lo chiamo io post-sbornia. Devi comunque sforzarti di mangiare per nutrire il tuo corpo, io prediligo alimenti gustosi come i datteri e il Grana Padano, leggeri ma allo stesso tempo compensativi.  In altissima quota consumiamo tra movimento e freddo circa 12.000 calorie contro le 2000 che normalmente consumeresti, ragion per cui è davvero importante alimentarsi in maniera corretta. 

Come avviene invece la salita verso la vetta?La scalata avviene con continue rotazioni. Dal Campo Base ti dirigi al Campo 1, dormi una notte, cerchi di acclimatarti e torni al Campo Base. Successivamente ritorni al Campo 1 e poi prosegui per il Campo 2 e rientri al Campo Base. Questa rotazione è necessaria per abituare il proprio corpo ai cambi estremi di altitudine e sono necessari un paio di mesi per poter, con decisione e consapevolezza, affrontare la vetta. Dal momento che l’alpinista si sente pronto in circa quattro giorni sale sull’Everest. A differenza degli sport subacquei, laddove la risalita viene monitorata da aspetti tecnici ed oggettivi, validi per tutti, l’alta montagna prevede degli step molto soggettivi ed individuali. L’obiettivo è completare l’acclimatamento ma questa condizione è talmente discutibile e incerta che viene individuata in maniera del tutto personale dall’alpinista stesso in base a come reagisce il suo corpo a quelle particolari condizioni. L’Everest tuttavia può essere scalato in un’unica finestra annuale di 10 giorni verso la fine di maggio e il sovraffollamento dipende anche da questo aspetto.

Il rischio maggiore?In altissima quota (nella c.d. zona della morte) la stanchezza ti assale spesso e vivi proprio con il terrore di sederti, ad-dormentarti e di non svegliarti più. Devi controllare il sonno e dominarlo. Inoltre è evidente il rischio di congelamento, di mani e piedi, io stesso, dopo l’ascesa al Dhaulagiri (8.671 mt), fui ricoverato all’ospedale di Katmandu per un conge-lamento ai piedi che fortunatamente, nonostante il dolore, si risolse senza danni.

Hai messo in conto che la natura può dominarci e che saresti potuto anche non tornare?La mia famiglia è abituata alle mie scalate e ormai le vive con rassegnazione (NDR e ride). La paura è un sentimento comune e senza dubbio la morte può rappresentare una probabilità anche per eventi naturali disattesi.La montagna così come la natura dominano le nostre scelte, le nostre azioni anche se agiamo in tutta sicurezza. La paura in realtà ha anche un ruolo fondamentale perchè ti permette di mantenere concentrazione razionalizzando.La pericolosità invece proviene da panico e terrore che possono nuocere irreversibilmente. 

C’è un ricordo, una persona o un evento particolare che non dimenticherai mai?Sicuramente il rapporto speciale e direi fraterno con uno sherpa, Dawa, colui che insieme a me affrontò molte spedi-zioni. Non posso dimenticare il nostro abbraccio, quello del mio arrivo a Katmandu prima di affrontare ogni  scalata e il sa-luto al mio ritorno in Italia. Un momento speciale, l’essenza del nostro rapporto, profondo, quanto quella corda che ci lega a 8.000 metri di quota.

Quali aspetti ti hanno maggiormente colpito ma anche amareggiato?Negli anni ho affrontato tantissime spedizioni alpinistiche, in Argentina, in India, in Nepal, sull’Himalaya e a Karakorum ma questa esperienza, vissuta in una situazione così “calpestata” dall’uomo mi lasciato un po’ di amarezza. Il Campo 4 è un esempio di inciviltà, una discarica a cielo aperto zeppa di vecchie tende, bombole, corde, cumuli di spazzatura lasciati per terra dagli scalatori che hanno voluto provare l’ebbrezza di salire sulla montagna più alta del pianeta. Quel versante non rappresentava il mio Everest.Desideravo percorrere la parete nord non solo per creare complicità con la montagna ma anche per poter dare identità, come richiestomi da un giornalista, al celebre “Green Boots” l’uomo che, facente parte di una spedizione indiana del 1996, non fece più ritorno. Oggi la sua immagine particolarmente celebre per lo scarpone verde è un icona di quel versante e viene spesso “utilizzata” anche come riferimento sulla via. Avrei dovuto fotografarlo cercando finalmente di potergli dare un nome e un cognome. Sono morte più di 330 persone sull’Everest da quando, negli anni ’20 sono cominciate le scalate. I morti sull’Everest “appartengono” alla montagna poichè recuperare i cadaveri degli alpinisti morti rappresenta un’operazione particolarmente difficile e costosa. Durante il cammino ne vedi davvero tanti, ancora lì, avvinghiati alla parete, spesso cerchi di non guardarli ma ci sono. Sono comunque grandi appassionati, uomini temerari che sono morti facendo quello che amavano di più al mondo ed io stesso preferirei essere lì piuttosto che tra i marmi di un cimitero. L’Everest ha senza dubbio rappresentato il sogno che si avvera ma il vero amore mi conduce alle nostre montagne la cui varietà è davvero unica al mondo. Ricchi boschi, grandi ghiacciai e una varietà di flora e fauna invidiabile. Questa è la montagna che amo.

Ti sei descritto manager e commercialista a tempo perso, dove risiede l’amore vero?Amo il mio lavoro e lo faccio con passione ma tutto il mio tempo libero lo dedico alla montagna. L’aspetto soldi-carriera è secondario nella mia vita rispetto al valore delle mie scalate. 

Qual è oggi il tuo Everest da conquistare?Il mio programma è quello di perseguire questa grande passione sempre con grande amore ed entusiasmo sia che si tratti della montagna Hymalaiana che dei sentieri dell’Adamello. Le proposte sono sempre tante ed allettanti ma per ora non mi sono imposto dei programmi precisi.

Total
0
Shares
Previous Article

Il vero lusso a tavola secondo Annalisa Cavaleri

Next Article

Santina Bianchini, “Appesa a un filo”

Related Posts
Processing...
Thank you! Your subscription has been confirmed. You'll hear from us soon.
ErrorHere