Matteo Defendini, 2016-2026: dieci anni da Architetto


Dieci anni di attività, un’identità professionale costruita tra Brescia e il mondo, una società strutturata di progettazione integrata e una visione dell’architettura che tiene insieme innovazione, sostenibilità e creatività. Matteo Defendini, titolare di Defendini Architects, ripercorre il cammino iniziato nel 2016 tra esperienze internazionali, incarichi pubblici e privati, pubblicazioni, conferenze e riconoscimenti come l’«Europe 40 under 40», che ogni anno seleziona i migliori 40 giovani architetti emergenti in Europa. Dai suoi progetti di abitazioni private e edifici pubblici, hotel e ristoranti, uffici e negozi, emerge il profilo di un professionista che continua ad interpretare l’architettura come espressione del proprio tempo, attenta a rispettare l’ambiente culturale e naturale in cui ogni lavoro si integra.

Brescia come punto di partenza, il mondo come metodo, l’architettura come linguaggio del presente. Matteo Defendini festeggia dieci anni di attività con uno studio oggi più strutturato, riconoscimenti internazionali alle spalle e una visione progettuale che continua a muoversi tra innovazione, sostenibilità e attenzione al contesto. Titolare di Defendini Architects, società di progettazione integrata, Defendini porta avanti una visione dell’architettura che mette al centro le persone, i luoghi e il tempo presente.  Nel suo percorso si intrecciano esperienze formative e professionali in Svizzera, Francia, USA, Australia, Africa e Sud America, riconoscimenti internazionali come il premio «Europe 40 under 40», pubblicazioni su riviste e libri di settore, incarichi come relatore in università e convegni internazionali e la nomina ad ambasciatore dell’Italian Design a Riad. Accanto all’orizzonte internazionale, però, resta forte il radicamento bresciano, scelto come porto da cui partire ogni giorno per navigare tra nuovi progetti e nuove rotte.

Dieci anni di attività. Che cosa rappresenta questo traguardo? Rappresenta soprattutto l’occasione per progettare i prossimi dieci.  Quando mi sono laureato a Mendrisio, in Svizzera, all’ingresso dell’università c’era una frase che ricorderò sempre: «Architetti non si nasce, si diventa».  Credo che racconti bene il mio percorso. Non essendo figlio d’arte, sono partito da zero.  In questi anni, però, non senza fatica, sono riuscito a costruire una rete di esperienze, relazioni, progetti e collaborazioni. E oggi posso contare su una società strutturata, un team di professionisti di fiducia e competenze multidisciplinari che mi aiutano ogni giorno a diventare l’architetto che sognavo di essere fin da bambino. Questo primo decennio lo sento quindi non come un punto d’arrivo, ma come una base solida da cui proseguire.

Quanto hanno contato la formazione e le esperienze all’estero? Moltissimo. Durante gli studi in Svizzera e in Francia, mi sono formato in un ambiente internazionale, a contatto con professori provenienti da tutto il mondo, che mi hanno trasmesso solide basi teoriche e, soprattutto, un approccio molto concreto al progetto.  Già nel corso degli anni universitari ho potuto “imparare facendo”, come si dice in inglese “learning by doing”, partendo da un centro per disabili in Burkina Faso. Da lì sono nati nuovi progetti in altri Stati dell’Africa che mi hanno insegnato molto sul rapporto tra architettura, clima, materiali e realtà sociale.  Poi ho lavorato in Australia, in Colombia, in Arabia: esperienze che mi hanno fatto crescere non solo dal punto di vista tecnico e professionale, ma anche umano. Tornare nella mia città natale, dopo questo percorso, ha significato portare a Brescia uno sguardo più ampio, senza mai perdere il legame con il mio territorio.

Diversi sono i riconoscimenti ottenuti e gli incarichi internazionali. Quanto contano per lei? Li considero importanti, ma come conseguenza di un certo modo di lavorare più che come obiettivi in sé.  Credo che in qualsiasi settore lavorare seriamente premi sempre nel tempo. Sicuramente il premio «Europe 40 under 40» ricevuto ad Atene, davanti all’Acropoli, è stato un importante riconoscimento del valore e della credibilità del mio operato. Ma anche le pubblicazioni su riviste e libri del settore, gli inviti come relatore in convegni e università, la possibilità di rappresentare l’Italian design anche all’estero, mi fanno capire che la direzione intrapresa è quella giusta. Però resto convinto che, nel mio settore, a parlare davvero, con il loro apparente silenzio, siano sempre i progetti.

Chi è oggi Defendini Architects? È una società di progettazione integrata.  Riunisce un team di professionisti diversi e complementari: architetti, ingegneri, designer, geometri. Lavoriamo nei campi dell’architettura, dell’ingegneria, del design e dell’urbanistica, sia nel settore pubblico sia in quello privato. La novità più importante del 2026 è la nascita di un ramo della società come General Contractor, che segue la fase realizzativa dei nostri progetti. È un passaggio coerente con il mio percorso e con l’idea di offrire al cliente un servizio completo, dalla ristrutturazione alla nuova costruzione.

Lei ha sempre detto che, al contrario di quanto ormai si sostiene per molti settori, la specializzazione non è un’idea giusta. Perché? Perché ogni progetto è un caso particolare. Non credo che la vera specializzazione consista nel fare sempre gli stessi progetti, ma nel saper affrontare situazioni diverse con un metodo e una struttura consolidati. Per questo progetto case, ville, appartamenti, uffici, fabbriche, ristoranti, piazze, edifici pubblici e spazi urbani. Alcuni architetti hanno una mano immediatamente riconoscibile, a me interessa che ogni progetto risponda al meglio al contesto, alle esigenze del committente e allo spirito del tempo in cui viene pensato. La soddisfazione è proprio non riconoscere la mia firma, ma vedere ogni volta come un problema sia convertito in una soluzione diversa e originale attraverso progetti unici e fortemente radicati sul territorio.

Un concetto ben visibile anche nella vostra recente proposta progettuale per il nuovo Santuario delle Fontanelle di Montichiari. Che esperienza è stata?Molto intensa e travagliata. Era un concorso privato per un progetto particolarmente delicato, perché quando si entra nel campo dell’architettura sacra si toccano temi che non sono soltanto formali o tecnici, ma profondamente simbolici. Siamo stati selezionati tra i due finalisti e abbiamo avuto anche un confronto diretto con il Vescovo di Brescia. Nonostante i complimenti di rito, il nostro progetto è stato considerato troppo innovativo, apparentemente non facilmente identificabile come un santuario tradizionale. Era una proposta che cercava di restituire un senso di raccoglimento e insieme di contemporaneità, dando particolare importanza ai materiali naturali, ad una progettazione bioclimatica e all’inserimento armonico del nuovo complesso nel paesaggio, senza dominarlo. Ammetto sia stata un’amara sconfitta, ma anche un momento di riflessione importante.

Ossia?Che l’architetto deve continuare a offrire soluzioni capaci di testimoniare lo spirito del proprio tempo. Per me l’architettura è, in fondo, la rappresentazione plastica del tempo in cui viviamo. Non a caso alcuni periodi storici vengono nominati per lo stile architettonico dell’epoca: il Romanico, il Gotico, il Barocco, il Neoclassicismo, il Liberty, ecc. Tuttavia spesso risulta difficile trasmettere questa riflessione a quei clienti che guardano con nostalgia alle forme del passato. Il nostro compito non è quello di replicare quanto già è stato fatto, ma cercare di realizzare spazi che testimonino una sintesi tra memoria passata, bisogni contemporanei e visione futura. Naturalmente serve tanta ricerca, ascolto, confronto, equilibrio, rispetto per chi ci commissiona un lavoro. Però credo che un progetto debba sempre avere il coraggio di appartenere al presente. Ad esempio, sarebbe anacronistico progettare oggi la Basilica di San Pietro nelle forme con cui la conosciamo!

Il tema della sostenibilità attraversa il suo lavoro. Come lo interpreta? Come una responsabilità concreta. La progettazione sostenibile e bioclimatica mi accompagna da sempre, fin dai primi lavori in Africa e in Australia fino a quelli in corso in Colombia e in Costa Rica. Sfruttare acqua, luce, vento, orientamento, materiali naturali e sistemi passivi non significa aggiungere un’etichetta “green” al progetto, ma pensarlo e costruirlo in modo più intelligente. Credo che gli architetti abbiano una responsabilità molto forte nel progettare spazi di vita per l’uomo più efficienti, più sani e più sostenibili. Questo approccio vale sia per i piccoli interventi domestici sia per i progetti di scala maggiore ed è un approccio che oggi i clienti cominciano a comprendere sempre di più. 

Oltre a sviluppare progetti commissionati secondo criteri di sostenibilità, la sua società promuove anche investimenti diretti in questo ambito? Sì, perché la sostenibilità non si può soltanto raccontare: se ci si crede davvero, bisogna praticarla. Come società abbiamo investito più di un milione di euro nella realizzazione di un parco fotovoltaico nel bresciano che metterà 1 megawatt a disposizione di una comunità energetica. È una scelta importante sia sul piano economico sia sul piano culturale e reputazionale, perché significa assumersi in prima persona delle responsabilità e non limitarsi a suggerire certe strade agli altri. Questo investimento ci aiuterà anche a rafforzare il profilo ESG della società stessa. È importante che ci sia coerenza tra ciò che propongo nei progetti dei miei clienti e ciò che intraprendo in prima persona. 

Brescia resta al centro del suo lavoro. Che città vede oggi? Vedo una città che sta crescendo e attraendo molto e che, a mio parere, acquisirà sempre più peso nel panorama lombardo e nazionale. Ha davanti a sé una stagione architettonica interessante, fatta di trasformazioni urbane dettate anche da nuove forme di trasporto pubblico, recuperi di edifici abbandonati, bonifiche e riqualificazioni di aree dismesse importanti. È una città che offre novità progettuali importanti, sia sul patrimonio esistente sia sulle nuove costruzioni: credo che i tempi siano maturi per progettare “Brescia 3” nell’area a sud-ovest del centro storico. Vivere e lavorare qui ha per me un significato che è insieme professionale e personale: scegliere Brescia ha voluto dire tornare alle mie radici, consolidarle e restituire al territorio visioni ad ampio raggio frutto delle mie esperienze internazionali.

Su quali progetti sta lavorando oggi sul nostro territorio e quali sono i suoi principali campi d’azione? Nel settore privato lavoriamo soprattutto in tre ambiti: residenziale, commerciale e industriale. Il che significa progettare e realizzare appartamenti, ville, condomini, negozi, boutique, ristoranti, capannoni industriali, uffici. Nel pubblico, invece, partecipiamo ad appalti delle amministrazioni che vogliono riqualificare il proprio patrimonio immobiliare: scuole, edifici comunali, piazze, parchi, strade. Nel bresciano stiamo seguendo interventi molto diversi tra loro: dal restauro di alcuni palazzi in centro storico, alla ristrutturazione di ville in Maddalena; dalla manutenzione di vecchi condomini in periferia a quella di appartamenti più piccoli in città e in provincia; dalla riqualificazione di spazi pubblici come il centro storico di Padenghe o il lungolago di Lonato alla realizzazione di nuovi uffici, laboratori e ampliamenti industriali nella bassa e in Franciacorta; dal restyling di un hotel alla realizzazione di nuovi parcheggi pubblici.

Nei suoi discorsi torna spesso anche il tema della casa.  Perché? Perché, alla fine, la casa resta uno degli investimenti più importanti della vita.  Ed è una grande responsabilità essere l’artefice principale di questo investimento. Ma non è soltanto una questione economica. La casa è il luogo in cui si concentrano abitudini, relazioni, identità, prospettive. Intervenire su uno spazio domestico significa misurarsi in maniera intima e profonda con i miei clienti. Credo che oggi il lavoro dell’architetto, soprattutto in questo ambito e nei contesti in cui è emergente una crisi abitativa per la mancanza di alloggi adeguati o per prezzi di mercato troppo elevati, consista nell’equilibrare qualità dell’abitare, soluzioni efficienti e sostenibili, costi calmierati e capacità di leggere i cambiamenti sociali. Anche per questo il tema della casa continuerà a essere centrale nel mio lavoro. 

Accanto ai cantieri c’è anche una forte componente divulgativa e associativa che caratterizza la sua attività. Come mai? Credo che un architetto non debba passare le sue giornate chiuso nel suo studio o nei suoi cantieri: deve sapersi raccontare, condividere, creare connessioni.  Ad esempio, ormai da qualche anno, organizzo degli incontri gratuiti aperti a tutti, soprannominati «Archimeeting», voluti per diffondere informazioni, novità normative e contenuti pratici anche ai non addetti ai lavori.  Cosi come ritengo fondamentale il valore delle relazioni professionali e dell’associazionismo in generale. In questo senso per me è molto importante la dimensione sociale e umanitaria del progetto, che si rafforza e si costruisce con l’ascolto e col confronto. 

Guardando al futuro, quali sogni restano nel cassetto? Parlando di progetti, ce ne sono due: una chiesa ed una torre, come quelle di New York. Ho già lavorato su progetti come questi che, ad oggi, restano appunto nel cassetto. Ma spero che nei prossimi 10 anni ci siano le occasioni per vederli nascere. Credo che il vero sogno, per un architetto, resti sempre quello di vedere realizzato ciò che ha immaginato. E poi ce n’è un altro, forse più concreto: continuare a far crescere Defendini Architects senza perdere quella doppia identità che mi appartiene da sempre, radici solide a Brescia e orizzonti aperti sul mondo.

Defendini Architects s.r.l. – Società di Architettura e Ingegneria Via Corfù 94, 25124 Brescia – Via Kennedy 16, 25020 Dello – www.defendini-architects.com – info@defendini-architects.com – 375-5668203

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