Illuminante, puro e autentico. Il disegno di Maurizio Betta, erede legittimo di quel patrimonio tramandatoci dai grandi Maestri del Movimento Moderno come Le Corbusier, ma anche Carlo Scarpa e Bruno Zevi quale ricostruttore dell’identità dell’architettura internazionale del dopoguerra, è oggi un vero modello di continuità, di coerenza, di coscienza costruttiva e di quella logica sempre più distante dalle mode ma sempre più connessa ad un solo e unico linguaggio espressivo, quello culturale, poichè saper vedere l’architettura significa soprattutto saperla vivere. Un’architettura oggettivamente unica nobilitata dal trascorrere del tempo e dalle diverse interpretazioni.

Intervista a Maurizio Betta, Architetto
Quali sono stati i momenti più significativi della sua vita? Sono stati davvero tanti i momenti significativi della mia vita. Molti di questi li possiamo “rivivere” qui, sulla mia scrivania, in questa raccolta di opere che, dagli anni settanta, testimoniano un percorso estremamente impegnativo e laborioso. A ottantacinque anni posso affermare di aver dedicato tutta la mia vita all’architettura e oggi, acquisita una certa maturità, posso sì compiacermi di quanto realizzato, ma altresì ritenermi estremamente amareggiato anche per tutte quelle opere rimaste nel mio studio, montagne di carta, progetti mai realizzati che ricordo con grande avvilimento. Molti momenti significativi, oltre alle gioie, li riconduco proprio alla negazione, a quegli episodi infelici che hanno di fatto impedito la reale concretizzazione di grandi opere. Un esempio lampante lo vissi proprio qui a Desenzano. Ero un giovane architetto appena laureato, progettai la FIAT a soli ventisette anni e venni realmente boicottato da quelli che consideravo professionisti ma soprattutto amici. Controversie a sfondo economico e mercificatore che negarono l’avvio di un importante progetto, un evento che tutt’oggi, dopo ben cinquant’anni, ricordo con grande rammarico. In sintesi, i momenti significativi della mia vita sono stati testimoniati dai miei progetti, non solo residenziali ma anche legati al mondo dell’edilizia pubblica e privata e del contract. Oltre al complesso Fiat annovero la Cassa Rurale ed Artigiana a Padenghe, il parziale restauro e la riqualificazione di un edificio con rinomata boutique nel cuore storico di Sirmione, in pieno affaccio sul Castello Scaligero, un faro per la moda di quegli anni, e le tante boutique realizzate anche a Brescia, a Bergamo e a Milano in Via Gesù, Via Montenapoleone e in San Babila. I progetti residenziali sono stati pubblicati sulle più autorevoli riviste di settore uno su tutti è stata la Villa di Picedo, frazione di Polpenazze del Garda riconosciuta come perfetto esercizio di stile e presentata su L’Architettura, la rivista diretta da Bruno Zevi. Vissi lavorando, ininterrottamente e oggi ringrazio mia moglie per la grande pazienza dimostrata in tutti questi anni poichè ho dedicato tutta la mia vita all’architettura.
Le sue opere neobrutaliste l’hanno da sempre condotta a sperimentare le potenzialità espressive del cemento. Da dove è partita questa sua visione avanguardista? La presenza di Le Corbusier nella mia vita fu illuminante. In quegli anni a Venezia si stava diffondendo la corrente brutalista e l’Università accolse Le Corbusier che accompagnò noi studenti in un percorso accademico di tre giorni. Quell’incontro si rivelò cruciale e sebbene quella stessa vision già apparteneva al mio credo artistico ne rimasi affascinato e sedotto. Iniziai a riconoscermi per taluni aspetti formali in Le Corbusier e in altri maestri del Movimento Moderno, grazie a loro iniziai ad amare visceralmente un nuovo linguaggio architettonico che segnava una rottura con il passato grazi all’uso del calcestruzzo armato per l’architettura. Questa consapevolezza e questa precisa matrice mi donò un grande motivo di successo professionale. Oggi, alla veneranda età di ottantacinque anni mi ritrovo ancora qui, nel mio studio coinvolto in nuove progettazioni, travolto dalla digitalizzazione che ho sempre allontanato dal mio essere e che sto delegando alle nuove generazioni che collaborano con me. Un passaggio, quello digitale, che non ho mai voluto affrontare.

A chi o a cosa si è ispirato nella sua vita? Al lavoro. Alla professione. All’Architettura e alla sua purezza senza lasciarmi mai dissuadere o lusingare da interessi. Sono sempre stato un architetto, solo un architetto.
C’è un progetto irrealizzato che le è rimasto nel cuore? Assolutamente sì, anche più di uno. Ricordo con rammarico una clinica che doveva essere eretta a Tarvisio per i malati di Alzheimer. Mi impegnai moltissimo per quel progetto. Avviai una precisa ricerca, uno studio dettagliato volto ad accogliere tutti i malati e le loro complessità. Non solo un esercizio di stile quindi ma un vero banco di prova che potesse rispettare e supportare tanti limiti. La politica e la burocrazia rappresentarono purtroppo un ostacolo insormontabile e non riuscimmo a portare a termine questa grande opera. Ciò che ora mi rimane di quell’esperienza è solo una montagna di carta. Anche a Bergamo affrontai una vera disavventura. Mi venne commissionata la progettazione di un parcheggio sotterraneo e di un fabbricato lungo cento metri. Un progetto d’avanguardia che senza dubbio avrebbe modellato un nuovo profilo urbano. In questo caso gli scandali politici dell’epoca, nonostante il progetto fosse stato approvato dal Comune di Bergamo, arrestarono questa grande impresa. Poco dopo il disegno da me perfezionato in ogni minimo dettaglio venne letteralmente plagiato e questo per me rappresentò un duro colpo.
Riconosce un maestro o una figura di riferimento? Senza dubbio i miei professori all’Università, Ignazio Gardella, Bruno Zevi, Carlo Scarpa e Giuseppe Samonà. La tesi di laurea, discussa con il professor Ignazio Gardella, conquistò nel 1968 il 3° Premio Nazionale IN/ARCH. Cosa significa per lei saper vivere l’architettura? La si vive o la si contempla? L’architettura la si vive. La si vive se la si frequenta, è un fattore culturale. Vivere in un ambiente che ti piace è molto importante. Nella mia vita, soprattutto durante le esperienze veronesi ho trovato affreschi, mosaici e ho potuto vivere l’architettura sotto tutti i suoi punti di vista incontrando complessità davvero importanti. Una delle mie più grandi passioni sono anche i fiori, un elemento ricorrente nelle mie opere poichè il verde fa inevitabilmente parte di quella vision che ho deciso di perseguire. Probabilmente se non avessi fatto l’architetto avrei fatto il giardiniere (NDR e ride).
Gli anni settanta e gli anni ottanta hanno rappresentato un ventennio di grandissimo spessore creativo. Come ha vissuto quegli anni senza dubbio caratterizzati da una visione direi troppo provinciale e così contrapposta alla sua? Sono stati anni di corse e di lavoro folle. Parliamo di anni particolarmente “vergini” e non ancora travolti dalla furia edificatrice. Tutti i progetti che vede su questo tavolo sono testimoni di un cinquantennio vissuto con grande impeto. Senza dubbio la mia firma si è discostata molto dalla razionalità e dalla tradizionale monotonia costruttiva dell’epoca. La mia architettura possedeva una matrice senz’altro differente, venne spesso criticata avviando disapprovazioni che non hanno mai rappresentato per me un fattore rilevante. La FIAT di Desenzano è stato uno dei lavori di cui vado oggi più orgoglioso nonostante, dopo una serie di trasformazioni, abbia perso tutta la sua vera identità. Probabilmente perdurando in quello stesso filone stilistico si sarebbe riusciti a mantenerne il valore. Per quanto riguarda invece le residenze private ho senza dubbio lasciato un’impronta tangibile non sempre così ancorata al brutalismo ma pur sempre densa di avanguardia per quell’epoca.

Il Lago di Garda ospita alcuni dei suoi grandi capolavori. Opere monumentali in calcestruzzo armato a faccia vista riconosciute dalla Direzione Generale Creatività Contempranea. Qual è tra queste dimore quella che rappresenta maggiormente la sua visione? Senza dubbio la villa di Picedo, frazione di Polpenazze del Garda. Una dimora eccezionale, progettata a fine anni ‘70, pubblicata da grandi riviste, un vero capolavoro purtroppo alterato da recenti ristrutturazioni. Le immagini risalenti al passato raccontano un’architettura autentica, poco manipolata, significativa e indagata in ogni dettaglio. Oltre ad essere stata pubblicata sulle più autorevoli riviste di settore è stata anche nominata e recensita sul volume “Art in our Times A Pictorial History 1890-1980” di Peter Selz. Un’indagine dettagliata sullo sviluppo dell’architettura, della scultura e della pittura nel mondo dall’inizio del secolo fino agli anni ’80. Anche la Villa situata a Barcuzzi frazione di Lonato del Garda rivela ancora oggi una verve estremamente contemporanea. Una struttura complessa formata da due corpi che la Soprintendeza impedì di unire ma che grazie ad uno stratagemma venne ampiamente valorizzata. Queste sono dimore uniche, disegnate dal calcestruzzo, contraddistinte da elementi stilistici riconducibili, coperture a cassettoni in cemento armato, scale monumentali e quei dettagli visibili in moltissime altre mie opere.
Come definisce la sua visione? Non amo definirla o definirmi. Non penso di appartenere a una precisa corrente. Non esiste una vera vision che possa realmente essere narrata. Posso solo dire che disegno ciò che amo senza definizione. Il cemento ha sempre assunto un ruolo dominante, un’ispirazione senza dubbio donatami da Le Corbusier. Pensi che quando mi sposai andai a casa di Le Corbusier in viaggio di nozze (NDR e ride).
Sappiamo che si è battuto lungamente per la savaguardia delle sue opere. Quali risultati ha ottenuto? L’unica opera vincolata ad oggi è proprio la dimora di Picedo.
I suoi progetti sono stati pubblicati su autorevoli riviste di settore. Cosa si augura per la continuità delle sue opere oggi insignite tra i capolavori d’architettura brutalista del Garda? Desidero che le mie opere non possano perdere la propria autenticità.