MAURIZIO GALIMBERTI Brescia, Piazza Loggia 1974 “La fotografia è creatività,  la fotografia è magia” 

A volte il ritmo silenzioso dei miei ritratti pone i soggetti a farsi una domanda: Maurizio dove guardo? cosa faccio? lo non rispondo e scatto senza perdere un secondo… in cinque minuti lo shoot è finito… nell’ordine perfetto… pronto per essere montato… senza aggiungere nulla… senza togliere e sostituire nulla…  Leggendo nel bellissimo libro “Un silenzio interiore… ritratti di Henry Cartier Bresson” la presentazione del grandissimo Jean-Luc Nancy, trovo la risposta al silenzio e all’immobilismo fisico dei miei ritratti. Lui scrive: “Il vero ritratto è quello in cui il personaggio rappresentato non è colto in nessuna azione né adotta un’espressione che svii dalla persona stessa”. HCB dice: “Cerco soprattutto un silenzio interiore… cerco di tradurre la personalità e non un’espressione”.  Ecco mi ci ritrovo totalmente… ecco una risposta al silenzio… all’immobilismo… allo spiazzare il soggetto, che i miei ritratti producono… É la composizione mentale durante lo shoot che li porta in una dinamica futurista-duchampiana, composizione per me ossessiva… ma loro (i soggetti) sono assolutamente immobili ed in silenzio… Intimamente ho sempre cercato le parole di Jean-Luc Nancy… intimamente ho sempre seguito la progettualità da “zanzara pungente” di HCB…

Maurizio Galimberti

Artista e Fotografo… in quanti modi si può fotografare il mondo, guardare la realtà?Sicuramente quello che fa un fotografo è raccontare la realtà attraverso un frame fotografico, magari magistralmente, in bianco e nero oppure a colori, con delle sfumature, però alla fine è sempre realtà. A me invece piace una realtà che non è realtà. Il mio obiettivo è restituire un’immagine della realtà contaminata dalla mia visione che è futurista-duchampiana; quindi ritmo, movimento e dinamismo. In questo modo il soggetto acquista ancor più movimento con il gesto dell’artista quindi, una volta che ho fatto quest’operazione, sicuramente restituisco allo spettatore una realtà che non è più realtà. Quest’aspetto mi affascina ed è forse ciò che fa la differenza tra un artista e un fotografo. Io mi sono sempre ispirato molto alle lezioni americane di Italo Calvino quando diceva che “la fantasia è una marmellata che va messa su un pane solido per evitare il molle del banale”. Questo mi ha spinto a studiare tantissimo storia dell’arte che fino ai primi vent’anni della mia vita non avevo mai fatto; avevo frequentato l’Istituto per Geometri e storia dell’arte non era contemplata. Quando mi sono appassionato alla fotografia ho iniziato gli studi per conto mio, comprando molti libri – oggi ne posseggo oltre cinquemila, facendo corsi per aumentare sempre più il mio background creativo. Penso che se guardi il mondo soltanto con i tuoi due occhi non andrai mai da nessuna parte, mentre se utilizzi la mediazione dei miliardi di occhi che l’hanno visto prima di te, con un giusto mix tra questi e la tua personale visione, sicuramente ne scaturirà uno sguardo potente! La storia dell’arte insegna che da cosa nasce cosa, da un frammento nasce un altro frammento, da un segno pittorico nasce un altro segno pittorico e questo succede anche nella fotografia… Io mi sono ispirato molto a Murray, Duchamp, Luigi Veronesi, a tutti quei fotografi che hanno avuto uno sguardo d’artista, pittorico – e ci metto anche la scultura, piuttosto che fotografico. La mia differenza grande credo sia proprio quella! Un altro grande autore che mi ha contaminato è stato Paolo Mutti, un visionario assoluto; ma anche gli stessi Finazzi, Cavalli, Giacomelli… Per me l’arte sta nel restituire allo spettatore un’immagine che non è frutto di uno sguardo e basta, ma è il risultato di un’osservazione mediata dalla storia dell’arte.

Sono famosissime le tue Polaroid, un mosaico fotografico che ti rende riconoscibile nella cifra stilistica, artistica. Quali sono i soggetti o gli ambiti che maggiormente catturano la tua attenzione: città, paesaggi, persone?Sicuramente le architetture mi affascinano molto. Le considero come una sorta di “palestra” per la mia fotografia. Mi riferisco a opere come il Colosseo, il Pirellone, la Torre di Pisa, la Tour Eiffel, il Centre Georges Pompidou o certi grattacieli di New York. Li definisco scherzosamente “palestre” perché ogni volta che vai in quei luoghi, e inizi a fotografare, trovi sempre una visione nuova e particolare e vai a casa soddisfatto. Poi puoi essere condizionato dal tuo stato d’animo di quel giorno, felice o sofferente, la luce cupa o luminosa; dipende da tante situazioni e questo ti permette di confrontarti continuamente con te stesso. Ad esempio Morandi dipingeva i vasi, i fiori. Felice Casorati parlava di “oggetti di affezione” e questi sono i miei oggetti d’affezione. Per rispondere alla tua domanda mi piace molto girare nelle grandi capitali e fotografarne proprio le architetture che sono magnifiche, soprattutto quelle che partono dal ‘900, più fotogeniche rispetto alla mia fotografia.

Sei famoso per i tuoi ritratti… come costruisci – o ti costruisci – l’immagine del soggetto che rappresenti? Quando faccio un ritratto dedico un po’ di tempo a conoscere la persona che dovrò ritrarre per farmi un’idea. Nel mio modo di fare ritratti seguo una sorta di dogma che vedi scritto là in fondo (mi indica un testo riportato sul muro di casa – riportato ad inizio intervista) e che faccio leggere a chi viene qui per farsi fotografare. Io ho sempre pensato che più la persona era seria e più i ritratti avevano la bellezza del silenzio; in questo modo riuscivo a tirar fuori davvero la persona, perché dal suo silenzio emergeva la vera personalità. Si tratta di una frase che apparteneva come concetto a Cartier-Bresson, come progettualità “lo spirito della zanzara pungente”… Poi ultimamente c’è qualcuno che si ribella e chiede di farsi ritrarre sorridente e alla fine ci sta, va bene anche il sorriso, seppure a me non faccia impazzire. La mia fissazione con i ritratti è quella. Per me il ritratto è un po’ come una “jam session jazzistica”, cioè hai degli strumenti musicali che sono la tua macchina fotografica, le note che sono le pellicole, gli spazi, il soggetto che è la persona: tu attraverso questa performance live racconti la persona. Chiaramente devi anche dare un senso estetico, ci dev’essere un’estetica che viaggia su un contenuto; la mia è una fotografia molto estetica. 

Nel tempo un artista diviene riconoscibile attraverso la sua cifra stilistica, ma dove trae ispirazione per proseguire la sua evoluzione artistica? La mia evoluzione artistica si ritrova ad esempio nelle foto della mia ultima esposizione a Brescia dove ho lavorato sulle fotografie di altri; non ci sono più i bordi bianchi perché li ho ritagliati per creare un maggior avvicinamento alla pittura e al futurismo, in quel caso sono anche un po’ cubisti. Comunque tra le cose che ti spingono al cambiamento la noia gioca di certo un ruolo importante: se nella mia vita avessi fatto solo dei ritratti, ad esempio, credo sarei impazzito! Ciò che mantiene vivo il mio lavoro è la creatività. Pensa di avere un arco che è la tua macchina fotografica e le frecce che sono i vari temi che tu puoi tirare con il tuo arco; trovo quest’immagine bellissima! La freccia buona è un paesaggio, un ritratto, la fotografia di un altro, la manipolazione di un’immagine con l’obiettivo di entrare dentro l’opera con la tua voglia, la tua visione unica. Lo stesso concetto di “Appropriation Art” mi ha aperto un nuovo mondo: tu hai un mezzo, un media che utilizzi, e che ti permette davvero di interagire con la storia. Ti rendi conto che potresti vivere altre dieci vite senza mai riuscire a fare tutto quello che hai in mente? Credo sia grandioso.

Le fotografie hanno anche un ruolo documentale importante; un momento, un istante, un luogo. Come coniughi quest’aspetto con il valore artistico dell’immagine che crei per consegnarla al tempo?Diciamo che il mio essere documentale è comunque legato a progetti destinati principalmente al Mercato dell’arte come ad esempio quelli relativi alle città:  New York, Berlino, Venezia, Parigi e via dicendo. Questo mi permette di raccontare dei luoghi sempre attraverso la mia poetica, con uno sguardo fotografico personale, contaminato dalla mia visione. Ad esempio manipolo le Polaroid con dei bastoncini per creare degli effetti pittorici, oppure faccio delle doppie esposizioni; cerco sempre di allontanarmi dalla realtà perché non mi interessa documentare. Sono sempre stato dentro la fotografia con una visione completamente artistica che necessitava di sguardi non soliti, questa è la parola giusta: gli sguardi soliti li lascio agli altri fotografi. Le mie committenze hanno sempre voluto da me delle fotografie alla Maurizio Galimberti. Pensa che recentemente un grande critico di Repubblica, Michele Smargiassi, uno dei più autorevoli personaggi della fotografia italiana, ha visto un mio lavoro su New York e ne è rimasto stupito perché è un lavoro in bianco e nero dove io in qualche modo documento, ma sempre con uno sguardo raffinato e un’estetica molto forte.

“Brescia. Piazza Loggia 1974” uno dei tuoi ultimi progetti, com’è nata questa collaborazione con Brescia? Parto un po’ da lontano… insieme ad un mio caro amico, uno dei più grandi fiscalisti italiani, Paolo Ludovici, una persona eccezionale, abbiamo ideato numerosi progetti legati alla storia di cui lui è un vero appassionato. Paolo ha visto in primis il lavoro che avevo fatto su San Nicola da Tolentino a Rimini, poi Caravaggio, Arcimboldo e opere di altri autori. Pensammo di seguire un progetto sul Cenacolo, quando ricorrevano peraltro i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci; una volta realizzato ci contattarono le Gallerie d’Italia per fare una mostra e fu una grande soddisfazione! A quel punto pensammo di progettare dei lavori legati alla storia, non tanto con l’intento di stupire l’osservatore, quanto la volontà di far riflettere le persone sulla crudeltà di certe manifestazioni umane che non dovrebbero mai più ripetersi. Il nostro obiettivo è far comprendere alla gente che la storia è piena di dolore che potrebbe essere evitato. Nel caso di Brescia abbiamo raccontato Piazza Loggia non come una strage, ma come un evento doloroso, per non dare l’impressione di voler sbattere “il mostro in prima pagina”. Degli innocenti hanno perso la vita e abbiamo voluto celebrarli facendo loro una sorta di carezza con questo racconto, abbiamo cercato di dargli una poetica se così si può dire. Alcuni famigliari si sono commossi e hanno apprezzato il modo delicato di prendersi cura di questa pagina di dolore che accompagna ancora le famiglie di quanti hanno perso la vita in quel tragico giorno. L’idea è proprio quella di non dimenticare e fare tesoro anche degli sbagli umani.

Mi racconti qualcosa delle opere in mostra? La mostra fotografica di Brescia comprende 40 composizioni e una serie di Polaroid partendo da 16 immagini dell’archivio di fotografi dell’epoca, tutti citati. Lavorare su quelle immagini è stato veramente duro e doloroso a livello emotivo per me. Ricordo benissimo il giorno della strage perché mio papà aveva un’impresa edile e nel pomeriggio si sarebbe dovuto recare a Nave, nei pressi della città, e la sera aveva una cena a Brescia. Ovviamente non ci andò. Al tempo avevo diciott’anni e non mi aspettavo che potesse succedere una cosa del genere. Io avevo già vissuto da vicino la bomba della Banca nazionale dell’agricoltura in Piazza Fontana, a Milano, ricordo che stavo mangiando da mia nonna, ma ero soltanto un bambino all’epoca. Nel caso di Piazza Loggia invece ricordo gli articoli dei giornali, le fotografie, e l’idea che nel mondo potesse esistere tanta follia! Lo scorso anno abbiamo raccontato anche la tragedia di Marcinelle, uno dei peggiori disastri del secolo scorso. Eppure purtroppo la gente non sempre apprezza queste iniziative e non è sensibile allo stesso modo. Io ho notato che a Brescia la gente era attenta e ci fa piacere perché veramente è stato colto lo spirito di questo lavoro. Anche io imparo qualcosa seguendo questi progetti e mi piace molto perché, alla fine, lasci un segno anche come reporter, nonostante io non sia mai stato un fotoreporter. Inoltre come dimenticare Italo Calvino nelle sue lezioni sulla visibilità; si può evitare di fare nuove immagini, si possono riciclare le immagini che già esistono infondendogli una nuova contemporaneità e la tua visione.

In alcune fotografie troviamo l’immagine di una farfalla, come nasce l’idea e cosa rappresenta?La farfalla perché… inizio col dirti che in spagnolo farfalla si dice “mariposa”. Io ho fatto tanti lavori in Messico e ho notato che in molte case di personaggi famosi si trovavano immagini di mariposa; ad esempio nella stanza di Frida Kahlo c’era la fotografia di una farfalla sul comodino a fianco del letto. Questa cosa mi affascinò molto e quando ne chiesi il motivo mi spiegarono che la mariposa rappresenta lo spirito della persona che torna, del defunto. In seguito mi raccontarono altri episodi legati alle farfalle proprio in occasione di questi lavori a Marcinelle e a Brescia. Così decisi di introdurre la farfalla un po’ come simbolo laico dello spirito delle persone che ci lasciano, ma tornano a trovarci. Inoltre trovo che la farfalla abbia una sua bellezza e una delicatezza in grado di “addolcire” un’immagine per renderla forse meno dolorosa e cercare di spezzare l’angoscia che alcune fotografie potrebbero mettere.

Il tuo legame con Brescia ha radici lontane, è una città che hai frequentato parecchio e dove hai lavorato molto…Io ho iniziato a frequentare Brescia verso la fine degli anni 2000, avevo molti collezionisti seppure fossi agli inizi della mia carriera. Devo ammettere che sono stato accolto molto bene. Iniziai facendo ritratti di famiglia per diverse famiglie bresciane a cui mi sento tutt’ora legato. É una città che mi ha dato e mi dà tutt’ora tanto, potrei dire che Brescia è un po’ la mia città d’adozione. Pensa che ad un certo punto volevo trasferirmici a vivere!In qualche modo considero il progetto “Brescia. Piazza Loggia 1974” un omaggio alla città e a tutti gli amici bresciani che magari oggi non ci sono più. È una città che mi è sempre piaciuta perché la trovo aperta e all’avanguardia. 

Ti capita spesso di dialogare con i giovani. Cosa pensi di loro e quale consiglio potresti dargli sulla base delle tue esperienze?Io penso che ci siano tanti giovani che hanno voglia di fare fotografia, però non in molti riescono a capire a cosa devono realmente guardare. Secondo me oggi un certo tipo di fotografia è morto a causa delle numerose tecnologie disponibili che rendono semplice fare una foto banale. Il mio suggerimento è quello di rivolgersi ad una fotografia che guardi all’arte, contaminandosi grazie a diverse visioni e naturalmente allo studio dell’arte. L’esempio di un fotografo che apprezzo molto è Fabrizio Spucches, geniale, ex allievo di Oliviero Toscani che mette insieme tutti quegli ingredienti che servono per far si che la fotografia diventi tua, una tua firma, un tuo timbro di fabbrica. I fotografi di oggi devono capire che devono lavorare sulla storia e soprattutto non devono inventare; se partono col presupposto di inventare hanno già fallito. Tu devi solo pensare di riscrivere e riportare tutto nella tua visione, di come sei oggi, di come vedi il mondo e di quelle cose che ti contaminano nella storia di quelli che ti hanno preceduto. Dal mix di questi elementi viene fuori chi sei tu, un autore con una visione unica. Tra i giovani che apprezzo posso citare Fabrizio Spucches che veramente trovo bravissimo, oppure Sofia Uslenghi che lavora molto su se stessa, guarda anche lei alla storia e poi si racconta nella sua contemporaneità. Il mio consiglio per i giovani è questo: fare e fare, ma anche guardare, osservare e studiare storia dell’arte, non su Internet, ma sui libri. Solo così andranno lontano.

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