MAX BI le due vite di un artista unico

Instancabile sperimentatore dal linguaggio espressivo inedito. Cultore “dell’idea”, della comunicazione, perfetto interprete di un messaggio artistico tale da “sollevare” l’osservatore dall’instabilità suggerita dalla crudeltà del nostro tempo, autentico portavoce della sua espressione, unica e per quello artistica: Massimiliano Battagliola è Max Bi.

Qual è stato il primo ricordo che la lega al mondo dell’arte?

Da bambino amavo dipingere e lo facevo prevalentemente su un asse di legno che mia mamma utilizzava per stirare. Pensi che su quell’asse avrò dipinto centinaia e centinaia di quadri che poi puntualmente coprivo per riniziare un nuovo elaborato.La pittura è sempre stata una grande passione, una vocazione che non ho mai abbandonato, anzi che ho sempre coltivato facendola accrescere e maturare. Non studiai arte ma giurisprudenza in quanto come figlio di professionisti, a quell’epoca, non si poteva nemmeno ipotizzare il poter dirigere le proprie ambizioni verso un percorso reputato quasi effimero e “fragile”.Mi laureai quindi in giurisprudenza diventando avvocato penalista ma mettendo sempre al centro della vita l’arte. 

Che ruolo gioca la pittura nella tua vita?

É di fondamentale importanza. Amo dipingere e scolpire e a questa attitudine e disposizione naturale, quasi congenita, ho dedicato tutta la mia vita affrontando un percorso che perdura ormai da ventiquattro anni.La prima mostra infatti risale al 2000 e se agli inizi le esposizioni si concentravano sul territorio italiano oggi le mie opere sono visibili anche all’estero.A Brescia sono due le gallerie di riferimento, la Galleria Colossi e la Galleria Brescia di Novaglio e Prestini anche se molte opere sono esposte all’hotel Vittoria così come nelle case di molti collezionisti bresciani.L’arte con il tempo è diventata qualcosa di più che un semplice hobby, è una necessità, un’esigenza, il mio antidepressivo naturale.Sono talmente appasionato d’arte che quello che riesco a ricavare con le mie opere lo investo a sua volta collezionando quelle degli artisti che amo di più.

Esiste una correlazione tra la sua professione da penalista e la sua passione per la pittura?

Volendo andarla a ricercare probabilmente sì. Sono due materie particolarmente inclini alla fantasia, allo spirito d’osservazione e all’analisi della persona. Anche la professione, che sto svolgendo come vero mestiere, mi conduce a ricercare delle emozioni spesso introvabili. La passione e l’entusiasmo rappresentano la linfa di queste due materie così dissimili ma così strettamente connesse.Fare il penalista mi concede di connettermi con i problemi delle persone mettendo a fuoco un punto d’osservazione molto importante. Inoltre, grazie ai collaboratori dello studio, ex praticanti oggi avvocati davvero competenti, ho la fortuna di potermi ritagliare del tempo da dedicare all’arte. Non posso non considerare anche l’impegno politico che mi permette di trasmettere in maniera ancora più estesa i miei interessi in ambito culturale. Sono infatti Capogruppo in Consiglio Comunale di minoranza, un ruolo molto impegnativo che porto avanti con grande soddisfazione. 

La sua formazione?

Sono totalmente autodidatta, non ho frequentato nè corsi, nè accademia nè master.Ho assorbito esperienze e competenze dai tanti artisti conosciuti in questi anni con i quali ho sempre attuato un confronto su tecniche e ispirazioni.Ho sperimentato tantissimo nella mia vita, mi sono documentato e mi sono così impossessato del mio “io”. Un filone particolarmente pop in cui vince il colore, legato a grafismi dell’infanzia, a quel primitivismo infantile che si legge soprattutto nelle ultime opere in cui compaiono i tre elementi: la palma, la macchinina e il pesciolino. 

Sono questi gli elementi ripetitivi che convergono nelle sue opere?

Sì e “abitano” le mie opere in maniera del tutto involontaria. Lo si nota soprattutto in “Urban Jungle” uno dei miei ultimi lavori.Tele in cui confluiscono animali e personaggi fantasiosi. L’uomo in questo caso è totalmente sparito o eventualmente relegato dietro le sbarre. Narro, attravero queste opere, città virtuali, una sorta di metaverso in cui sono rimasti unicamente gli animali che spesso si impossessano di un ruolo umano.   Oggi invece sono impegnato in una nuova sperimentazione che però si limiterà a circa quindici tele. Si tratta di un lavoro di ricerca sul passato attraverso una folta documentazione di riviste e giornali appartenenti agli anni ‘40 e ‘50. É l’erotismo il fulcro di questa indagine artistica, una vision molto raffinata e certamente più distante dall’odierna proiezione senza dubbio più volgare e sfacciata.É un richiamo alla pubblicità e al mondo dei fumetti dell’epoca, un collage con sovrapittura estremamente curata e figurativa finita con la resina che finalmente cristallizza e rende i soggetti immuni dal trascorrere del tempo.

Perchè hai abbattuto la figura umana dando precedenza a quella animale?

É una provocazione.Spesso le mie opere vengono superficialmente associate al mondo dell’infanzia forse per l’incidenza del colore e per il richiamo al fumetto. In realtà dietro a queste figure simboliche si celano messaggi molto profondi custodendo significati provocatori.In questo mondo virtuale ho dato spazio agli animali immaginando un vero e proprio metaverso in cui l’uomo protagonista degli eventi e artefice di ogni forma di male e di bene viene relegato al di là di sbarre simboliche che rappresentano le sue paure e frustrazioni.Sono esseri spesso considerati di serie B, come gli animali, ad acquisire invece un ruolo di dominanza sull’opera, soggetti caratterizzati da sembianze umane come il coccodrillo che in realtà sembra il vicino di casa o la giraffa che assomiglia alla compagna di banco delle scuole elementari. Si gioca principalmente sull’ironia che diviene la chiave di questa sottile sfida. Queste opere hanno riscosso molto successo e oggi si trovano in mostra a Taipei, la capitale di Taiwan. 

Parliamo delle tue opere. Esiste un’evoluzione temporale?

Sì. La mia evoluzione ha sempre accompagnato la storia dell’arte contemporanea.La mia libertà espressiva non vincolata al mercato dell’arte che fortunatamente non guida le mie scelte e non mi conduce ad adeguarmi per interesse economico, mi permette di mettere in atto tutta la mia ricerca e sperimentazione. Oggi l’arte ha saputo esprimersi in modo molto “democratico” riuscendo meglio di un tempo ad attirare a sè un gran numero di persone, non per forza appassionate. É diventata più accessibile, estremamente colorata, ironica, pop. Oggi anche le avanguardie di un trentennio fa, basti pensare ai celebri tagli di Fontana, che sembravano una fortissima provocazione, divengono di comune piacevolezza e sempre più persone frequentano gallerie pur non essendo esperti in materia. Questo aspetto lo trovo straordinario. L’arte così entra nelle nostre case, nei nostri salotti senza più apparire unicamente come un concetto elitario destinato a pochi.   

Cosa di un suo dipinto esprime al meglio la sua personalità artistica?

Tutto, lo spero. Credo che laddove ci sia un quadro che non esprima la mia personalità sarebbe un quadro sbagliato o un brutto tentativo.

Capita il quadro sbagliato?

Sì capita e quando accade lo copro immediatamente perchè non riesco nemmeno a vederlo. Credo che gli unici quadri sbagliati siano il frutto di un’imitazione, proprio come se volessi imitare la scena di un altro artista, è quel qualcosa che davvero non ti appartiene.

Può capitare a un’artista?

Sì può capitare ma poi ti rendi conto che è come sbagliare il numero di scarpe. Immediatamente capisci che c’è qualcosa che stride. Come tutte le cose poi l’arte insegue delle tecniche che impari nel tempo, come le opere astratte che non fanno parte del mio stile ma che al contrario adoro “leggere”. Penso a Piero Dorazio o a Mark Rothko, tele estremamente affascinanti che contemplerei per ore.

Cosa si prova dopo aver concluso un’opera perfetta?

Perfetta non è il termine giusto. Non sai mai se è perfetta ma credi unicamente che sia completa.Quando l’hai finita resteresti lì a osservarla per ore, quasi in meditazione.Questo capita soprattutto quando si utilizzano tecniche espressive che ti consentono di lavorare in sinergia con la tela. Questa immediatezza diviene la quintessenza del tuo “io” e raffigura la completezza dell’artista.  Altre opere, al contrario, sono invece frutto di un progetto pensato, studiato a tavolino e quelle sensazioni di meraviglia e di estasi si evincono un po’ meno.Diciamo che è nella libertà che trovi sempre la massima espressione. Lo noto soprattutto quando abbozzo uno schizzo nei momenti più strani del quotidiano, quando sono al telefono, in studio o a casa davanti alla tv. Talvolta nascono schizzi straordinari che conservo per me e che fanno parte della mia collezione personale proprio come se fossero il frutto di momenti geniali. 

Come affronta la separazione dalle sue opere, esiste un legame tra l’artista e la sua creazione?

Non soffro il distacco tant’è che a casa mia non ho appeso nemmeno uno dei miei quadri. Sono un collezionista “malato” possiedo le opere di tutti gli artisti che ritengo importanti e quindi dò spazio solo a loro. Voglio che il mio messaggio vada altrove; è quella la mia grande soddisfazione. É l’ambizione che hanno tanti artisti: volersi sentire immortali attraverso l’opera. 

Se pensi a un artista?

Ci sono dei guru ideali e dei guru reali. I guru ideali sono gli amici, quel gruppo di artisti con i quali sono strettamente legato, Giorgio Tentolini, che in questi giorni espone alla Biennale, Mimmo Iacopino, Riccardo Gusmaroli, Enzo Forese e Enrica Borghi. Oggi non esiste più, salvo qualche tenativo, il fare manifesto, lo fanno per lo più i critici, però c’è un cartello naturale e spontaneo che raduna personalità più affini al tuo lavoro e al tuo modo di essere con cui si instauri grandi rapporti e legami profondi. Insieme a queste persone condivido esperienze, momenti di vita, anche goliardiche, occasioni di confronto, assorbiamo reciprocamente gli uni dagli altri quel “nettare” utile per ispirarci.Ci sono poi i guru reali, dei veri e propri innamoramenti. Parlo di Alberto Burri, Mario Schifano e  Rothko per il colore. Tre capisaldi che rappresentano l’immensità.

Ci sono delle caratteristiche senza le quali una persona non può definirsi artista?

Credo che un certo senso artistico appartenga ad ognuno di noi. Il termine artista viene spesso abusato. Artista innanzitutto è colui che impone il suo stile attraverso una nuova forma, un’idea, un’espressione. L’artista non copia ma comunica. L’arte è semplicemente questo e pertanto tutti hanno la dignità di essere chiamati artisti indipendentemente dall’aver frequentato scuole o accademie. 

A proposito di comunicare. Quali sono i concetti che vorresti comunicare attraverso le tue opere?

Tutto. Sono un comunicatore, un curioso mi piace trasmettere emozione. Seguo l’evoluzione dei tempi ed è questa la ricerca contemporanea più importante. In questo particolare momento storico turbato dalle principali nefandezze della vita, scontri, guerre, inflazione e povertà l’arte dovrebbe paradossalmente giocare un ruolo “bonificante” almeno per gli animi infondendo gioia e serenità. Ecco perchè l’arte contemporanea attuale si sta dirottando verso opere colorate, ironiche e a tratti anche superficiali, proprio per nascondere la crudeltà dei nostri tempi. Se dovessi attravero un’opera sottolineare ancora di più miseria e tristezza ci troveremmo tutti a dreprimerci ancora di più. 

Tra vent’anni si vede in un aula di Tribunale o davanti a una tela?

Senza dubbio davanti a una tela con tutto il rispetto per una professione che amo ma che reputo un lavoro, una necessità. Senza dubbio il grande sogno che, ultimamente, sto trasformando in obiettivo reale è quello di dedicarmi unicamente all’arte. Un traguardo realistico che sto costruendo passo dopo passo a partire dal nuovo studio allestito proprio per dare più spazio a questa grande passione, un luogo dove poter esporre le opere e incontrare artisti. Questo cambiamento mi consentirebbe anche di viaggiare dipingendo, conoscere altre realtà, altri mondi, altri artisti e impossessarmi di quella contaminazione fondamentale che è la cultura di altri popoli. Un secondo obiettivo, comune a molti artisti, è quello di imparare a “togliere” anziche “mettere” riuscendo ad arrivare all’essenza della comunicazione artistica. Oggi sono molto “pieno” probabilmente perchè ho tanto da dire ma l’idea è quella di snellire la mia comunicazione.

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